i Vangeli secondo la scienza
i Vangeli secondo la scienza
In questo articolo analizzeremo in modo rigoroso il motivo per cui i Vangeli canonici sono riconosciuti come autentici dalla Chiesa e dalla comunità scientifica. Esamineremo come essi siano stati redatti da autori vissuti a stretto contatto con Gesù o con testimoni oculari della sua vita: persone che parlavano la stessa lingua, conoscevano i luoghi, le usanze, il contesto storico e religioso del tempo. Approfondiremo inoltre perché i Vangeli apocrifi non possono essere attribuiti a discepoli diretti né a figure realmente vicine agli eventi narrati. Grazie a studi filologici, storici, linguistici e a moderne metodologie scientifiche, vedremo come questi testi risultino nettamente più tardivi, distanti dai fatti e privi di continuità con la tradizione cristiana delle origini. Questo percorso ci permetterà di comprendere la solidità storica, la coerenza interna e l’affidabilità teologica dei quattro Vangeli, distinguendoli nettamente dalla letteratura apocrifa, che nasce secoli dopo con scopi diversi e non apostolici. Precisiamo che questo articolo costituisce un riassunto fedele e rispettoso del lavoro presentato nel volume “Gesù di Nazaret, una storia vera? I Vangeli alla prova della scienza” del Dott. Marco Fasol, al quale va un particolare ringraziamento: il suo contributo scientifico, storico e divulgativo ha reso possibile una sintesi chiara e comprensibile dei temi affrontati. Desideriamo anche rivolgere un invito sincero e trasparente ai lettori: chi volesse approfondire in modo completo molti altri temi affascinanti e complessi, troverà nel testo integrale del Dott. Fasol una fonte di studio estremamente ricca. Non siamo stati in alcun modo pagati o incentivati a suggerire il libro: la nostra intenzione è unicamente quella di offrire al lettore gli strumenti più validi per informarsi in modo approfondito, competente e serio.
I VANGELI E GLI AMANUENSI
È noto che i quattro Vangeli, di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, sono considerati le principali fonti storiche su Gesù di Nazaret e quindi la nostra ricerca scientifica deve partire proprio da questi testi, detti “canonici”. Le prime comunità cristiane hanno definito un canone, cioè una “regola” che individuava i testi conformi alla predicazione originaria. Vedremo che anche i vangeli apocrifi, scoperti soprattutto negli ultimi due secoli, costituiscono un’ulteriore fonte storica, che tuttavia non soddisfa i criteri di attendibilità scientifica. Approfondiremo la questione degli apocrifi e della definizione del canone nel settimo capitolo, mentre affrontiamo ora, in primo luogo, lo studio dei Vangeli canonici, dal momento che ormai gli studiosi sono concordi nel riconoscerli come le fonti storiche più antiche e attendibili. Una prima domanda riguarda l’antichità di composizione dei quattro Vangeli canonici e degli altri testi del Nuovo Testamento: Atti degli Apostoli, quattordici lettere attribuite tradizionalmente a Paolo, due lettere di Pietro, tre di Giovanni, la lettera di Giacomo, la lettera di Giuda Taddeo, l’Apocalisse, in tutto ventisette scritti.
Fino agli inizi del secolo scorso, alcuni storici pensavano che i Vangeli fossero stati scritti anche duecento anni dopo gli eventi. Questi studiosi parlavano dunque di favole popolari leggendarie, deformate dalla fantasia delle prime comunità ellenistiche, come affermavano, per esempio, Rudolf Bultmann o Martin Dibelius. Esamineremo più in dettaglio le loro teorie nel quinto capitolo, comunque è chiaro che le recenti scoper. te papirologiche e l’analisi linguistica del greco dei Vangeli hanno imposto invece una datazione anteriore, molto vicinaagli eventi.
La morte di Gesù è avvenuta per crocifissione, presso Gerusalemme, probabilmente nell’anno 30. Su questo dramma non ci sono dubbi tra gli studiosi, anche non credenti. Può esserci un’oscillazione cronologica di qualche anno perché erano in uso calendari diversi, ma questo evento è attestato sia da tutti gli scritti del Nuovo Testamento sia da storici laici, come Tacito e Giuseppe Flavio, sia da tutti gli scrittori cristiani dei primi due secoli, quali Giustino di Sichem, Papia di Gerapoli, Ignazio di Antiochia, Ireneo di Lione… Dopo questo evento la comunità dei credenti ha diffuso il lieto annuncio, a partire da Gerusalemme per poi raggiungere Antiochia, Damasco, Atene, Roma, Alessandria d’Egitto e altre città del Mediterraneo.
È questa la fase della sola predicazione orale, tipica delle civiltà antiche. Possiamo dire che la biblioteca dell’uomo comune era la memoria, aiutata da alcune tecniche che la facilitavano. nel giudaismo dell’epoca la tradizione orale veniva tramandata seguendo
regole precise e rigorose di fedeltà. E quindi verosimile che anche le prime comunità cristiane abbiano rispettato questa prassi di trasmissione fedele delle parole del maestro, sotto la guida dell’autorità degli Apostoli. La struttura linguistica dei Vangeli, come vedremo, lo conferma.
PAPIRI, CODICI E PERGAMENE
Nel mondo greco-romano le opere letterarie erano generalmente trascritte su un rotolo di papiro (palma egizia) o su pergamena (cartapecora) e quasi tutti i manoscritti del Nuovo
Testamento ci sono pervenuti su questi.
Le prime copie dei Vangeli sono state trascritte su papiri che venivano arrotolati su un bastoncino (di qui il nome di volumen, “ciò che si svolge e si riavvolge”).
già dalla fine del I secolo, si cominciò a scrivere anche su fogli di pergamena, detta anche cartapecora. Era ricavata da pelle di pecora, capra, vitello…. Si capì che rispetto al rotolo (volumen) era più comodo e maneggevole consultare un testo se era scritto su fogli di formato quadrato o rettangolare da collocare poi l’uno accanto all’altro ripiegando in due o in quattro. Nacquero così i cosiddetti quaderni (parola che deriva da quaternio, un foglio più grande ripiegato in quattro parti).
Nelle prime comunità cristiane il lavoro degli amanuensi era una delle occupazioni più importanti, perché la trascrizione frequente dei testi sacri era necessaria, dal momento che il papiro si sbriciolava facilmente e anche la pergamena si deteriorava per l’uso quotidiano. Si deve aggiungere che nei primi tre secoli di persecuzioni, i cristiani non solo venivano uccisi, ma venivano spesso anche costretti a consegnare i manoscritti dei testi sacri, che venivano bruciati o distrutti. Era dunque necessario preparare sempre nuove copie di questi libri preziosi.
La produzione di copie dei libri del Nuovo Testamento si moltiplicò soprattutto dopo l’editto di Costantino, che permetteva la libertà per i cristiani. Si diffusero dunque i laboratori librari commerciali o scriptoria. Alcuni amanuensi, seduti nella sala di lavoro dello scriptorium, muniti ciascuno di pergamena, penne e inchiostro, scrivevano una copia del libro da ripro-durre, mentre il lector leggeva lentamente ad alta voce il testo dal suo esemplare. È chiaro che gli errori di trascrizione erano inevitabili. C’erano comunque i correttori, persone incaricate di rileggere il testo per rettificare gli errori di copiatura; spesso con annotazioni in calce al manoscritto.
IL TESTO ANTICO PIÙ DOCUMENTATO
A questo punto ci domandiamo quanti siano i manoscritti pervenuti a noi, sopravvissuti alle traversie della storia: distruzioni, saccheggi, incendi, alluvioni… È chiaro che quanto maggiore è il numero di manoscritti, tanto più si dice che il testo è ben documentato. Per esempio, dell’Iliade e dell’Odissea ci sono rimasti circa seicento manoscritti. È un record! Infatti, tutti gli altri testi antichi extrabiblici hanno un numero molto inferiore di manoscritti, generalmente nell’ordine di alcune decine. Le opere di numerosi autori antichi sono conservate con un esilissimo filo di trasmissione, per esempio per i primi sei libri degli Annales di Tacito abbiamo un solo codice risalente al IX secolo.
E quanti sono i manoscritti del Nuovo Testamento? Una quantità straordinaria! Abbiamo infatti più di 5.300 manoscritti greci, ottomila manoscritti latini, almeno duemila o tremila traduzioni in lingue antiche quali armeno, siriaco, copto… (deve ancora essere completata la catalogazione, perché spesso queste ultime versioni erano in territori dell’ex Urss, a cui per motivi ideologici era impedito l’accesso agli studiosi).
Complessivamente, dunque, più di quindicimila manoscritti.
Per quanto riguarda i manoscritti greci possiamo distinguere, per la precisione, i seguenti dati: 125 Papiri antichi, 274 Codici onciali (generalmente sono i più antichi, scritti in lettere maiuscole = onciali), 2.795 Codici in minuscola, 2.209 Lezionari
Questi manoscritti sono conservati in diverse biblioteche del mondo. La raccolta più ricca è quella del Monte Athos (dispersa però in diversi monasteri), che comprende più di cinquecento codici, molti dei quali sono piuttosto recenti. Seguono poi le biblioteche di Atene, con 419 codici, Parigi con 373, Roma (specialmente la Biblioteca Vaticana) con 367 co-dici, Londra con 271, San Pietroburgo con 233 e il monastero del Monte Sinai con 230. 158 sono conservati a Oxford e 146 a Gerusalemme.
A questo punto un lettore contemporaneo potrebbe obiettare: «Gli amanuensi erano spesso monaci benedettini, allora chissà quanti miracoli o racconti leggendari si sono inventati per suggestionare il popolo ignorante!». Gli studiosi che hanno consultato migliaia di manoscritti possono ribattere facilmente: «Dove sono mai le presunte manipolazioni, aggiunte,
rifacimenti di cui parlano certi giornalisti come Corrado Auias, se tutti i manoscritti riportano lo stesso testo, parola per parola?».
Gli amanuensi, infatti, hanno voluto rispettare con la massima fedeltà il testo originale, senza aggiungervi niente. Evidentemente, erano consapevoli dell’importanza decisiva di quello che scrivevano per le generazioni future. Notate poi che gli amanuensi non avevano certo a disposizione le moderne tecniche comunicative! Non potevano certo telefonarsi per concordare aggiunte o manipolazioni! Lavoravano chiusi nelle loro stanze (scriptoria), in luoghi diversi, come Roma, Atene, Antiochia, Alessandria d’Egitto, Damasco… in epoche diverse e hanno copiato i testi con una fedeltà straordinaria.
Ciascun manoscritto conferma ed è confermato da tutti gli al-tri. Questo rispetto rigoroso nella trasmissione scritta è una conferma dell’analogo rispetto rigoroso nella trasmissione orale, che approfondiremo nel prossimo capitolo. Se nessuno, dunque, ha mai dubitato sull’autenticità di Platone o di Tacito, a maggior ragione nessuno dovrebbe dubitare sulla fedeltà di trasmissione dei testi evangelici, che hanno migliaia e migliaia di copie manoscritte. Si noti inoltre che ai più di quindicimila manoscritti neotestamentari si devono aggiungere tutte le citazioni degli scrittori cristiani dei primi tre secoli (Giustino, Ireneo, Clemente romano e Clemente alessandrino, Origene, Tertulliano ecc.), diffuse in tutto il mondo antico, dall’Europa al Nord Africa, all’Asia occidentale: più di ventimila citazioni! Al punto che sarebbe possibile ricostruire quasi tutto il nuovo Testamento semplicemente raccogliendo insieme queste citazioni antiche.
L’ANTICHITA’ DEI MANOSCRITTI
Per lo stesso Dante, che è un autore molto più recente, non possediamo il manoscritto autografato completo della Divina Commedia. Comunque, questa perdita è per il nostro caso di scarsa rilevanza, perché con quindicimila manoscritti tutti concordanti non possiamo aver dubbi sulla fedeltà di trascrizione dall’autografo originale.
Se si escludono i Vangeli, l’autore classico del quale ci è pervenuto il manoscritto più antico è Virgilio, di cui ci è rimasto un brevissimo frammento copiato circa 350 anni dopo la morte del poeta. Per tutti gli altri autori classici la distanza tra l’originale e il manoscritto più antico è di almeno cinque o sei secoli, per Aristotele e Platone supera i mille anni di distanza.
Per i Vangeli questa distanza si riduce a pochi decenni per i manoscritti più antichi! Possediamo infatti frammenti di papiro già a partire dal II secolo d.C., cioè circa trenta-cin-
quant’anni dopo la scrittura del Quarto Vangelo.Il manoscritto più antico dei Vangeli è probabilmente il Papiro Rylands (P 52), un frammento delle dimensioni di una carta di credito, conservato nella J. Rylands Library di Manchester, pubblicato nel 1934. Contiene 114 lettere greche, che riportano il testo di Gv 18, 31-33 (recto) e Gv 18, 37-38 (verso) e risale al 125 circa d.C. secondo la datazione dell’autorevole prof. Colin H. Roberts. È stato ritrovato in Egitto, tra i bagagli di un soldato, che portava con sé il Vangelo di Giovanni in formato tascabile. Il papiro attesta che il Quarto Vangelo fu composto alla fine del I secolo, perché per arrivare da Efeso – dove fu scritto l’originale – all’Egitto dovette intercorrere circa una generazione. Il testo riportato in questo frammento corrisponde perfettamente, parola per parola, al testo del Vangelo di Giovanni che leggiamo noi oggi. Quindi questo Vangelo non poteva esser stato scritto dopo duecento anni dagli eventi, come sostenevano gli inventori dell’ipotesi mitica e delle “leggende popolari”
Altro manoscritto antichissimo è il Papiro Bodmer II (P
66), pubblicato nel 1956. Contiene quasi per intero il Vangelo di Giovanni, in 104 pagine di cm 11 x 14. La pubblicazione di questo papiro ha suscitato grande interesse da parte degli studiosi perché, secondo la datazione del papirologo Herbert Hunger di Vienna, il frammento risale a non oltre le metà del Il secolo. Anche questo testo concorda perfettamente con i manoscritti maggiori del IV secolo (Codice Vaticano, Sinaitico, Alessandrino ecc.) e dimostra pertanto la fedeltà degli amanuensi di cui abbiamo parlato.
Un testo più controverso è il celebre Papiro 7Q5, scoperto nella grotta settima di Qumran, nel 1955 e conservato nella Rockfeller Library di Gerusalemme. Ha le dimensioni di un francobollo e contiene solo undici lettere alfabetiche complete e altre otto parziali, disposte su cinque righe. È stato il papirologo spagnolo José O’ Callaghan, nel 1972, a formulare l’ipotesi di decifrazione del testo. La scienza informatica ci ha dato poi una mano! Nel Thesaurus Linguae Graecae dell’Università Irvine della California, infatti, sono state informatizzate le opere della letteratura greca, complessivamente 91 milioni di parole. Confrontando la disposizione delle lettere del papiro
705 con questo Thesaurus risultava compatibile solo il testo di Mc 6, 52-53. Il 705 risale al 50 d.C., in base allo stile paleografico, il cosiddetto ornato erodiano. tutti i manoscritti di Qumran, il 7Q5 non può essere posteriore al 68 d.C., anno in cui la comunità essena venne massacrata dalla legione romana Fretensis, durante la guerra giudaica.
MANIPOLAZIONI DEGLI AMANUENSI?
Abbiamo già visto che gli studiosi dei manoscritti hanno categoricamente smentito le ipotesi di aggiunte o manipolazioni, dal momento che possediamo migliaia di codici evangelici, che concordano tutti nel riportare lo stesso testo. È chiaro che, confrontandoli, riscontriamo errori di copiatura. Infatti, la riproduzione a mano, lettera per lettera, comportava immancabilmente errori umani, momenti di stanchezza, sviste, difetti nell’audizione, se il testo veniva dettato. Così avveniva che uno scriba saltasse, per esempio, da una parola simile a un’altra scritta subito dopo (errore di omoteleuto). Oppure che scambiasse il suono della vocale “e” con la vocale “i” (errore di itacismo). O che confondesse due consonanti dentali, scambiando la lettera “d” con la lettera “i” (errore di disortografia).
Pertanto, i manoscritti antichi non sono mai del tutto perfettamente identici. Un buon amanuense fa mediamente un errore ogni venti righe. Se i manoscritti sono migliaia, è chiaro che ci saranno migliaia di errori e di varianti. Ma questi errori – questo è decisivo e non intaccano mai i contenuti essenziali, che sono sempre gli stessi. Gli amanuensi trascrivevano a Roma, Atene, Antiochia, Damasco, Alessandria d’Egitto… non potevano certo mettersi d’accordo su manomissioni o aggiunte.
Questa concordanza dei codici ha permesso agli studiosi di definire il testo standard del Nuovo Testamento!
Gli studiosi di critica testuale neotestamentaria sono giunti a conclusioni radicalmente opposte. I filologi Kurt e Barbara Aland, considerati tra i massimi esperti a livello mondiale, nell’opera che riassume la loro vita di studiosi, Il Testo del Nuovo Testamento, hanno confrontato le sette versioni del Nuovo Testamento pubblicate negli ultimi cento anni. Sui 7.947 versetti del Nuovo Testamento, almeno cinquemila sono perfettamente identici.
ANALISI FILOLOGICA DI: Joachim Jeremias, James Dunn, Pierre
Grelot, John Paul Meier.
Una prima evidenza immediata di questo substrato è costituita dalle parole aramaiche o ebraiche che sono rimaste non tradotte nel testo greco. Erano parole-chiave rimaste indelebili nella memoria dei discepoli di madrelingua semitica, al punto che le ricordavano anche a trenta o quarant’anni di distanza e non hanno voluto tradurle perché risuonassero tali e quali in tutto il mondo antico. Jeremias ha conteggiato almeno ventisei parole aramaiche senza includere i nomi propri.
Tra le parole aramaiche, forse la più importante è l’invocazione con cui Gesù si rivolgeva al Padre, chiamandolo Abbà (papà, babbo) (Mc 14, 36). Nessuno mai, nell’immenso patrimonio delle preghiere liturgiche e private dell’ebraismo del I millennio, aveva osato rivolgersi a Dio con la confidenza e fiducia filiale del bambino che lo chiamava Papà. Come scrive Jeremias:
“Per la sensibilità giudaica sarebbe stato indecoroso e inammissibile rivolgersi a Dio con questo vocabolo familiare. Gesù ha portato un’innovazione assoluta, ha parlato a Dio come il fanciullo parla con suo padre, con la stessa semplicità, la stessa intimità, lo stesso abbandono fiducioso”.
Morfo-sintassi dei vangeli, un segno che siano stati scritti da persone madrelingua semitica:
- Parallelismi antitetici: due frasi che ripetono lo stesso messaggio, formulato prima in forma negativa e poi in forma positiva. Es. «Non sono venuto per essere servito // ma per servire».
- Parallelismi sinonimici: la stessa idea viene ripetuta “in parallelo” con due proposizioni affermative«Chiedete e vi sarà dato // cercate e troverete / bussate e vi sarà aperto».
- Passivi teologici: morfologica originale e innovativa: oltre cento passivi teologici. «coloro che piangono…saranno consolati»
- Costruzione paratattica e ridondante: si intende una sequenza di proposizioni coordinate, tutte sullo stesso piano, quasi recitative, collegate tra di loro con semplici congiunzioni copulative o addirittura senza congiunzioni (per asindeto): «Beati i pove-ri… Beati gli affamati di giustizia… Beati..›.
- Le parabole: Le parabole narrative sono un’altra prova della fedeltà alla predicazione originale del Maestro che ha creato uno stile codianti, tipica dell’oralità semitica, nella descrizione del padre che accoglie il ritorno del figlio: «Quando [il figlio] era ancora lontano, suo padre lo vide, si commosse, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,) Con cinque verbi, in sequenza paratattica, il Maestro è riuscito a imprimere nei discepoli un’immagine di straordinaria efficacia.
CONCLUSIONI SUL CRITERIO LINGUISTICO
Si deve infine osservare, da un punto di vista della struttura del periodare evangelico, che i discorsi (logia) di Gesù sono strutturati per la maggior parte in una forma breve, la forma preferita dai rabbini, che ritenevano giustamente che una frase sintetica fosse più facilmente memorizzabile.
l’annuncio della risurrezione non avrebbe potuto reggere neppure un pomeriggio se non ci fosse stato davvero il sepolcro vuoto, visibile a tutti, la Sindone e il Suda-rio, e se non ci fossero state davvero le apparizioni del Risorto.
E così i miracoli pubblici della moltiplicazione dei pani, della guarigione del cieco nato presso il Tempio di Gerusalemme, della risurrezione di Lazzaro, nonché i miracoli compiuti dagli Apostoli dopo la risurrezione, descritti nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Erano tutti eventi che i contemporanei avrebbero potuto facilmente smentire, coprendo di ridicolo gli evangelisti se i loro racconti fossero stati falsi o inventati. Gli stessi oppositori di Gesù riconoscevano le sue opere miracolose e lo accusavano di compierle in nome di Beelzeboul, il capo dei demoni (Mt 12, 24. Cfr Mc 3, 22 e Lc 11, 15. 18).
Abbiamo così esaminato i primi due pilastri dell’attendibilità dei Vangeli, cioè la certezza che i testi che leggiamo oggi sono veramente quelli scritti alle origini del cristianesimo e la conferma filologica che gli autori dei Vangeli hanno riferito fedelmente i fatti con uno stile linguistico originale. Queste due argomentazioni vengono anche definite come “criteri esterni” di attendibilità storica, nel senso che non entrano all’interno dei contenuti narrati, ma si limitano a considerare gli elementi esterni alla narrazione. Riguardano infatti la fedeltà di trasmissione dei manoscritti, l’analisi filologica nel contesto delle lingue parlate in quell’epoca e in quell’ambiente.
Vedremo ora i “criteri interni”.
INDAGINE LAICA SULLA RESURREZIONE
Prima certezza storica: la crocifissione. Cerco di chiarire la metodologia di questa ricerca “laica”. In ogni indagine storica, il ricercatore ha a disposizione una molteplicità di documenti che deve selezionare e correlare allo scopo di individuare le cause e le conseguenze degli eventi. Lo storico, dunque, non è mai un registratore passivo di eventi, ma un elaboratore originale di connessioni causali. Ha a disposizione un mare immenso di documenti, tra i quali cerca di individuare un filo rosso di connessioni che rendano comprensibile la successione degli eventi. Questa elaborazione può dirsi oggettiva e non ideologizzata, se seleziona eventi e documenti di ragionevole certezza storica. In altre parole, l’indagine può dirsi “laica” se prescinde dai pregiudizi, dalle ideologie, dalla fede personale, per fondarsi esclusivamente su eventi storici oggettivi, attestati da documenti unanimemente riconosciuti, contestualizzati nella cornice culturale dell’epoca.
Iniziamo dunque la ricerca da una certezza storica riconosciuta all’unanimità da tutte le fonti a nostra disposizione:
Gesù Cristo è morto in croce. Lo attestano i quattro Vangeli, tutte le lettere di san Paolo e tutti gli altri libri del Nuovo Testamento. Ne parlano anche fonti non cristiane quali Giuseppe Flavio e Tacito. E in generale tutti gli autori cristiani, a partire dai più vicini all’evento. Che Gesù sia stato crocifisso è uno degli eventi più sicuri della storia antica.
L’IDEA VERGOGNOSA DELLA CROCIFISSIONE
san Giustino, uno dei primi autori cristiani, nel Dialogo con Trifone, 89.90 D.C, scrive che ovunque vi fossero ebrei la croce veniva considerata uno scandalo. I pagani la consideravano invece una “pazzia”, perché le divinità avevano poteri sovrumani e non si lasciavano certo schiacciare dai potenti della terra. La croce era segno di impotenza e diventava oggetto di derisione. La filosofia greca, da Platone ad Aristotele, a Epicuro… considerava ovvia l’idea dell’impassibilità degli dèi, che Aristotele ed Epicuro consideravano estranei alla vita degli uomini, per cui l’idea cristiana del Figlio di Dio morto in croce era del tutto incredibile. Infatti credere che il Figlio unico e preesistente di Dio, unico e vero mediatore della creazione e Salvatore del mondo, era nato in tempi recenti, in una regione sperduta della Galilea, membro dell’oscuro popolo dei giudei, e, peggio ancora, aveva subito la morte come un volgare criminale […] era una fede che veramente non poteva essere considerata se non come segno di follia. Le divinità della Grecia e di Roma si distinguevano dagli uomini mortali perché erano immortali, non avevano assolutamente nulla in comune con la croce. segno di infamia […]. Un Messia crocifisso non poteva che rappresentare una contraddizione in termini per chiunque fosse invitato a credere in un simile messaggio
L’archeologia e la storia dell’arte confermano questo scandalo della croce. Bisogna infatti arrivare all’inizio del IV secolo, con il ritrovamento della croce da parte di sant’ Elena,
madre di Costantino, perché la croce venga valorizzata e diventi segno di vittoria per Costantino. Ed è sorprendente che il Crocifisso venga rappresentato per la prima volta solo ne. 450 circa.
Naturalmente, mentre la morte in croce è un evento naturale che quindi non crea problemi di credibilità; invece, la risurrezione implica l’irruzione nella storia di un intervento soprannaturale, unico in assoluto. Quindi il giudizio di certezza storica riguarda solo la documentazione scritta e rimane distinto dalla libera scelta personale, che può ritenere insufficiente questo criterio. Diventano allora importanti gli altri criteri.
criterio di discontinuità/continuità: sul quale vi è pure un consenso unanime tra gli studiosi dei Vangeli. Si può formulare così: quando un evento, un racconto o un discorso risulta in continuità con il contesto storico e culturale dell’epoca e nel contempo rivela elementi di novità e originalità rispetto a questa tradizione, allora è storicamente attendibile.
criterio dell’imbarazzo: molto valorizzato ad esempio da Meier, che lo cita addirittura come il primo criterio di attendibilità storica. Come abbiamo già notato, infatti, i Vangeli ci raccontano anche le colpe e i difetti degli autori stessi. Gli evangelisti hanno raccontato anche fatti imbarazzanti che avrebbero potuto tacere per rendere umanamente più verosimile il racconto. Es” hanno descritto il pianto di Cristo,
¡ loro difetti personali e le loro colpe, come il chiedersi chi fosse il più grande di loro, il rinnegamento di Pietro, la loro mancanza di fede durante la passione, hanno fatto conoscere le sofferenze e le umiliazioni del Maestro… Hanno scritto che le prime testimoni della risurrezione furono le donne, benché la testimonianza femminile non fosse giuridicamente accettata in quell’epoca.” Gli evangelisti non volevano, insomma, adattare il racconto agli ascoltatori per renderlo più umanamente accettabile, ma hanno deciso di raccontare i fatti per quello che erano,
criterio di coerenza narrativa: Prendiamo in considerazione il racconto dei Sinottici. Se cancellassimo i miracoli, non si capirebbe la fede degli Apostoli e dei discepoli in Gesù, né l’esaltazione delle folle che lo acclamarono come Messia, né lo scontro con il ceto dirigente e con il Sinedrio, invidioso per il successo di Gesù, e neppure la polemica sui miracoli compiuti in giorno di sabato. Inoltre, si deve tener presente che il popolo ebraico aveva una concezione così elevata di Dio da non poter mai riconoscere come Dio un uomo, se non davanti a segni veramente miracolosi. Senza i miracoli il racconto dei Sinottici sarebbe dunque incomprensibile.
LO SCONVOLGENTE CAPOVOLGIMENTO
Come già sappiamo «La croce continuò a essere di imbarazzo per i cristiani anche dopo l’esperienza pasquale e per lungo tempo».
La comunità dei discepoli inizia a vivere il messaggio morale di Gesù, nell’amore fraterno, nella condivisione dei beni, nella preghiera comune di lode (At 4, 32). Lo scoraggiamento della croce viene sostituito dalla fiducia e dall’adorazione del Maestro risorto che viene proclamato come Kyrios, il Signore, il Figlio di Dio. Le profezie, che sembravano incomprensibili e smentite, vengono invece spiegate nei primi discorsi di Pietro, riferiti nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Le tre grandi direttive profetiche che preannunciavano il Messia come figlio di Davide.
Il Risorto dimostra la vittoria dell’amore donativo (agape) che si sacrifica per convertire il peccatore. Non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Come ricordavo nel terzo capitolo, noi che veniamo dopo duemila anni possiamo comprendere lucidamente il senso di queste profezie: i potenti di allora, Pilato, Caifa, Erode, Tiberio…, sono stati sconfitti dalla storia, mentre il Crocifisso, il servo sofferente di Dio, è
otra di Dai.
da duemila anni il vincitore! Solo ora possiamo capire in che senso il Messia ha «frantumato come vaso d’argilla»» (Sal 2,9) i re della terra.
E come hanno potuto capirlo i discepoli, duemila ani fe, dopo che il Maestro era stato umiliato e crocifisso? La sola spiegazione possibile è che abbiano visto davvero che il Crocifisso era risorto e abbiano ascoltato le sue spiegazioni (Le24, 45).
Negare dunque l’evento delle apparizioni del Risorte significa non solo andare contro tutti i documenti che ci sono pervenuti, ma anche rendere totalmente incomprensibile la svolta epocale che ne è seguita.
Scrive Martin Dibelius, collaboratore di Bultmann:
“Deve essere subentrato qualcosa che in breve tempo non solo cambiò completamente lo stato d’animo dei discepoli, ma li rese anche capaci di svolgere una nuova attività e di fondare la primitiva comunità cristiana. Questo qualcosa è il nucleo storico della fede pasquale.”
Il gesuita australiano Gerald O’ Collins, docente universitario a Boston, Melbourne e Roma, coordinatore di un Convegno ecumenico sulla risurrezione, precisa:
“Si deve aggiungere a quanto dice M. Dibelius, che Gesù mori di una morte vergognosa e scandalosa. In seguito, nonostante la crocifissione, i discepoli cominciarono a diffondere il cristianesimo nel nome di colui che era stato così ignobilmente sconfitto. “
Anche Hans Küng cerca di rendere giustizia al rovesciamento veramente straordinario che avviene nell’atteggiamento dei discepoli.”
Lo storico Giorgio Jossa, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Napoli, dichiaratamente laico, scrive:
“ È successo qualcosa dopo la morte di Gesù. Per il credente, Gesù è resuscitato. Lo storico non può affermarlo. Può dire:
«I discepoli hanno avuto un’esperienza straordinaria; si è verificato un evento che ha ridato senso alla loro missione».
Abbiamo già visto nel terzo capitolo l’analoga opinione della storica Paula F. Fredriksen, dell’Università ebraica di Gerusalemme, il riconoscimento di David Flüsser, pure docente nella stessa Università ebraica, e la testimonianza dello storico
ateo Gerd Lüdermann.
I VANGELI APOCRIFI E GNOSTICI
Un primo criterio laico di attendibilità storica è l’antichità della fonte. È chiaro che una fonte più antica è più vicina agli eventi e più difficile da manipolare o alterare. I Vangeli canonici sinottici sono stat scritti in un periodo compreso tra i venti e i cinquant’anni dagli eventi, quando molti testimoni oculari erano ancora in vita e quindi avrebbero potuto smentirli. Al contrario, i manoscritti dei vangeli gnostici di Nag Hammadi sono del IV secolo, quindi sono stati scritti a più di trecento anni di distanza! Questo criterio dell’antichità è stato messo in discussione da alcuni storici, perché può essere che la stesura dell’autografo originario sia antecedente al manoscritto più antico che ci è rimasto. Per esempio, alcuni storici fanno risalire una parte dei detti del vangelo apocrifo di Tommaso anche alla fine del I secolo. Per questo diventa importante ricorrere anche agli altri criteri.
Un secondo criterio laico di attendibilità storica è quello dell’analisi linguistica. In questo capitolo intendo approfondire proprio questo aspetto filologico che mi sembra decisivo per chiarire i motivi per cui i vangeli apocrifi sono stati esclusi dal canone. Come abbiamo visto nel secondo capitolo, i Vangeli canonici hanno lessico e strutture sintattiche di origine ebraica o aramaica. Ricordiamo le ventisei parole aramaiche, i centotrenta parallelismi antitetici, i parallelismi sinonimici, i cento passivi teologici, la frequente struttura paratattica, le ripetizioni per favorire la memoria e altri semitismi. I Vangeli canonici furono dunque pensati in aramaico, fedeli alla predicazione nella madrelingua del Maestro.
Negli apocrifi, invece, non troviamo niente di tutto questo. Soprattutto nei vangeli gnostici, scritti in lingua copta, ma anche negli altri apocrifi, emerge un lessico neoplatonico, assolutamente estraneo all’aramaico. Troviamo termini come sizigie, emanazioni, eoni, camera nuziale, arconti, regno di Barbelo e altre divinità egizie… Vengono addirittura divinizzate le stelle con nomi propri assolutamente estranei all’ebraico, considerati blasfemi per l’ebraismo. Inoltre, mancano quei parallelismi che abbiamo visto essere una traccia tipica della predicazione del Maestro.
Anche ‘analisi lessicale dei nomi propri di persona ci offre un’altra informazione molto importante. Negli apocrifi mancano i riferimenti ai grandi protagonisti dell’Antico Te-
stamento. Nei vangeli gnostici, incredibile a dirsi, non troviamo alcun riferimento alla storia della salvezza. Il confronto è sconfortante per i difensori degli apocrifi: nei Vangeli canonici vengono citati in continuazione i grandi personaggi biblici, imprescindibili per qualsiasi ebreo: Abramo viene citato trentatré volte, Mosè trentasette volte, Davide trentotto volte, Isaia tredici volte. Negli apocrifi, invece, nessuna citazione! Si tratta di una scoperta decisiva per smascherare i veri autori degli apocrifi. Evidentemente non erano ebrei e quindi non potevano essere testimoni diretti della vita e della predicazione del Maestro. Il Gesù degli apocrifi gnostici addirittura non dice una parola sulla storia della salvezza che era il patrimonio più prezioso per ogni ebreo. Il Gesù degli apocrifi è una finzione letteraria, una contraffazione elaborata da autori estranei al giudaismo, con una filosofia che, come vedremo, è astorica, atemporale, agli antipodi dell’ebraismo e del cristianesimo.
Un terzo criterio laico di attendibilità storica è quello della molteplice attestazione. Le notizie sono più attendibili se riportate da più fonti indipendenti. Numerosi racconti favolosi e leggendari degli apocrifi si trovano solo in qualche manoscritto isolato. Invece, gli eventi centrali della vita di Gesù sono attestati da tutti i libri del Nuovo Testamento, dagli scrittori dei primissimi secoli e anche da parecchi apocrifi. E non dimentichiamo che gli apocrifi hanno spesso un solo manoscritto e per di più incompleto, ovviamente di diffusione molto circoscritta. I Vangeli canonici hanno più di cinquemila manoscritti greci e ottomila manoscritti latini e tutti concordanti, come abbiamo visto nel primo capitolo, e diffusi in tutto il mondo antico, da Roma ad Atene, Alessandria, Antiochia…
Infine, un quarto criterio laico di attendibilità storica è l’analisi dei contenuti culturali. Gli apocrifi gnostici manifestano chiaramente una visione del mondo, una filosofia, assolutamente estranea all’ebraismo. La concezione gnostica è politeista,
astorica, critica nei confronti della materialità, completamente estranea e anzi incompatibile con il contesto culturale e lessicale dell’ebraismo, che ha invece una concezione storica, non dualistica, quindi valorizzante anche la corporeità dell’essere umano. L’etica gnostica è decisamente intellettualistica, per cui pone la piena realizzazione dell’essere umano nella conoscenza della mitologia gnostica, accessibile solo a una ristrettissima cerchia di iniziati. Al contrario, l’etica cristiana pone la salvezza, ossia la piena realizzazione di sé, nell’amore e nella buona volontà e quindi rende accessibile a tutti la santità morale, indipendentemente dalla cultura. Ancora: nella gnosi la femminilità viene addirittura disprezzata.



