Lourdes, tra scienza e fede

LOURDES E LA CONVERSIONE DEL PREMIO NOBEL PER LA MEDICINA

Alexis Carrel era nato a Lione nel 1873. Rimasto orfano di padre, a cinque anni, lasciò la città

d’origine per andare a vivere in campagna con la madre. Tornò poi a Lione per gli studi liceali e per

frequentare la Facoltà di Medicina. L’approfondire sempre di più la scienza lo spinse ad abbandonare

le convinzioni religiose ricevute dalla famiglia. Durante gli anni degli studi accademici, negli ambienti

della scienza, si discuteva molto di Lourdes e dei suoi miracoli avvenuti di recente. All’epoca

l’opinione pubblica era divisa in due fazioni: chi non aveva dubbi sulla veridicità delle apparizioni, e

chi – invece – metteva in discussione i racconti della piccola Bernadette. Mosso dal desiderio di

comprendere meglio il “mistero Lourdes”, nel 1903, Carrel volle partire alla volta della cittadina

francese, dopo che un collega gli aveva chiesto il favore di sostituirlo.

Partì su un treno di pellegrini, molti di questi malati: fu proprio durante questo viaggio che Carrel

rimase profondamente colpito dalle condizioni di una donna, affetta da peritonite tubercolare.

Leggiamo come annota l’episodio lo stesso Carrel nel libro in cui racconterà la sua conversione,

Viaggio a Lourdes (1949). Il libro, pubblicato postumo, è scritto in terza persona e il medico diventerà

nel racconto Lerrac, il suo nome scritto al contrario. “C’è anche una giovinetta, Maria Ferrand, presso

la quale mi hanno chiamato forse dieci volte, e che è sull’orlo della morte. Questa disgraziata ha una

peritonite tubercolare all’ultimo stadio. Tutti i suoi parenti sono morti di tubercolosi; la ragazza ha

avuto piaghe tubercolose, caverne polmonari e, dopo qualche mese, una peritonite diagnosticata da un

medico e da Bromilloux, il notissimo chirurgo di Bordeaux. Ora è in uno stato pietoso; ho dovuto già

farle delle iniezioni di caffeina. Temo che mi muoia tra le mani. Se guarisse questa ammalata, sarebbe

veramente un miracolo. Io crederei a tutto e mi farei frate!”.

Durante il soggiorno a Lourdes, il dottor Carrel non perse di vista la giovane donna che nella realtà sichiamava Maria Bailly. Nel racconto, prese il nome appunto di Maria Ferrand. Carrel, su di lei – ormai

– aveva espresso la sua “sentenza” da medico: le rimanevano pochi giorni di vita. Ma, proprio durante

la permanenza a Lourdes, accadde qualcosa di inspiegabile, qualcosa che andava oltre la scienza.

Continuiamo, allora, a leggere il racconto: “Il mio sguardo tornò a Maria Ferrand: mi parve che il suo

viso non avesse più lo stesso aspetto, che i riflessi lividi fossero scomparsi, che fosse meno pallida.

Intanto tendevo tutte le mie facoltà di attenzione su di lei, non guardando più altro che lei… Il viso di

Maria Ferrand continuava a modificarsi, i suoi occhi estasiati erano rivolti verso la Grotta. D’un tratto

mi sentii impallidire: vedevo, verso la cintura, la coperta abbassarsi a poco a poco. Dopo qualche

minuto, la tumefazione del ventre sembrava completamente scomparsa. Il fatto inatteso era talmente

contrario a tutte le mie previsioni, che credevo di sognare”.

Ma il medico ancora non credeva al miracolo e, allora, rimase in silenzio per molti istanti. “Non aveva

più una opinione. Che cosa avrebbe potuto rispondere, quando gli avessero detto che quella guarigione

era un miracolo? Egli era del tutto incapace di dare una spiegazione”. È affascinante come poi continui

il racconto. Una delle pagine più poetiche è sicuramente quella della conversione definitiva. Carrel

vuole rimanere solo, dopo aver visto un tale miracolo.

Cerca di dare spiegazioni logiche a ciò che ha visto, ma non ci riesce. Ed è allora che, salendo i gradini

verso la basilica, il dottore si ferma sulla soglia. “Nello sfavillio di luci e ori si alzava il canto

dell’organo e di mille voci spiegate. Sedette accanto a un contadino, e restò, con la testa fra le mani, a

lungo, immobile, cullato dai cantici della notte, finché dal fondo della sua anima salì questa preghiera:

Vergine dolce che soccorri gli infelici, proteggimi. Io credo in Te. (…) Il Tuo nome è più dolce del

sole del mattino. Prendi Tu il peccatore inquieto dal cuore in tempesta che si consuma nella ricerca

delle chimere. Sotto i consigli profondi e duri del mio orgoglio intellettuale giace, ancora soffocato, il

più affascinante di tutti i sogni, quello di credere in Te, di amarti come i frati dall’anima candida”.

Il medico si era arreso alla VergineI MIRACOLI DI LOURDES

72 i casi riconosciuti come miracoli dalla Chiesa e ritenuti casi inspiegabili dalla

commissione medica di Lourdes

1. Catherine LATAPIE detta CHOUAT. Il giorno della guarigione, diede alla luce

un futuro sacerdote… Nata nel 1820, residente a Loubajac, vicino a Lourdes. Malattia : Paralisi di

tipo cubitale, da stiramento traumatico del plesso brachiale, da 18 mesi. Guarita il 1° marzo 1858,

a 38 anni. Miracolo riconosciuto il 18 gennaio 1862 da Mons. Laurence, vescovo di Tarbes. Nella

notte del 28 febbraio, mossa da un’ispirazione improvvisa, Catherine si alza alle 3 del mattino,

sveglia i suoi bambini e si mette in cammino a piedi per Lourdes. Da 2 anni, il suo ruolo di madre

di famiglia è diventato troppo pesante da portare. Deve assolvere ai suoi compiti come prima

nonostante l’invalidità alla mano destra, conseguenza di una caduta da un albero nell’ ottobre

1856. All’alba del 1° marzo 1858, arriva alla Grotta, s’inginocchia e prega. Poi, molto

semplicemente, bagna la propria mano in questo sottile rivolo d’acqua fangosa che è la sorgente,

portata alla luce da Bernadette solo tre giorni prima, su indicazioni della “Signora”.

Immediatamente le sue dita si raddrizzano e ritrovano la loro scioltezza. Lei può allungarle di

nuovo, fletterle, servirsene con la facilità di prima dell’incidente. Ma deve tornare a casa il giorno

stesso, cosa che ci permette di affermare il giorno della sua guarigione. Infatti, giunta a casa, dà

alla luce il suo terzo figlio, Jean Baptiste, che, nel 1882, diverrà sacerdote.

2. Louis BOURIETTE. Cieco a causa di un’esplosione… Nato nel 1804, residente a

Lourdes… Malattia : Trauma dell’occhio destro avvenuto 20 anni prima, con amaurosi da 2 anni.

Guarito nel marzo 1858, a 54 anni. Miracolo riconosciuto il 18 gennaio 1862, da Mons. Laurence,

vescovo di Tarbes. È la guarigione che ha maggiormente segnato la storia di Lourdes. Louis era

un operaio cavapietre, che lavorava e viveva a Lourdes. Nel 1858, da oltre due anni soffriva la

perdita completa della vista dell’occhio destro in seguito ad un incidente di lavoro accaduto nel

1839 a causa dell’esplosione di una mina in una cava. Era rimasto ferito all’occhio in modo

irreversibile mentre suo fratello Joseph, presente al momento dell’esplosione, era rimasto ucciso

nelle circostanze atroci che si possono immaginare. Il racconto della guarigione è stato fatto dal

medico di Lourdes Dottor Dozous, primo “esperto medico” di Lourdes, che ha raccolto la

testimonianza di Louis: “Appena Bernadette ha fatto sgorgare dal suolo della Grotta la fonte che

guarisce tanti ammalati, ho voluto farvi ricorso per guarire il mio occhio destro. Quando

quest’acqua è stata a mia disposizione, mi sono messo a pregare e, rivolgendomi alla Madonna

della Grotta, l’ho supplicata umilmente di stare con me mentre lavavo il mio occhio destro con

l’acqua della sua fonte… L’ho lavato e rilavato più volte, nello spazio di poco tempo. Il mio occhiodestro e la mia vista, dopo queste abluzioni sono diventati ciò che sono in questo momento,

eccellenti”.

3. Blaisette CAZENAVE. Imitando Bernadette, ritrova la vita… Nata Blaisette

Soupène nel 1808, residente a Lourdes.Malattia : Chemosi o oftalmia cronica, con ectropion da

anni. Guarita nel marzo 1858, a 50 anni. Miracolo riconosciuto il 18 gennaio 1862 da Mons.

Laurence, vescovo di Tarbes. Da molti anni Blaisette soffre di seri guai agli occhi. Questa cittadina

di Lourdes di 50 anni è colpita da un’infezione cronica della congiuntiva e delle palpebre, con

complicazioni tali che la medicina del tempo non può esserle di aiuto.Dichiarata incurabile,

decide un giorno di imitare i gesti di Bernadette alla Grotta: bere l’acqua della sorgente e lavarsi

il viso. La seconda volta, è totalmente guarita! Le palpebre si sono raddrizzate, le escrescenze

carnose sono scomparse. I dolori e l’infiammazione svaniti. Il Professor Vergez, un esperto

medico, ha potuto scrivere, a questo proposito, che “l’effetto sopranaturale era particolarmente

evidente in questa meravigliosa guarigione (…) L’affezione organica delle palpebre era

sorprendente… al ristabilirsi rapido dei tessuti nelle loro condizioni organiche, vitali e normali,

si è aggiunto il raddrizzamento delle palpebre”.

4. Henri BUSQUET. L’adolescente guarito a casa sua da un impacco di acqua

della Sorgente… Nato nel 1842, residente a Nay (Francia). Malattia : Adenite fistolizzata

(sicuramente tubercolare) alla base del collo, da 15 mesi. Guarito verso la fine di aprile 1858, a

16 anni. Miracolo riconosciuto il 18 gennaio 1862 da Mons. Laurence, vescovo di Tarbes. Henri ha

16 anni. Non sopporta più le proprie sofferenze. Chiede allora di essere condotto a Lourdes ed i

suoi genitori si rifiutano. Grazie ad una vicina, ottiene dell’acqua della Grotta… Il calvario che vive

è iniziato con una febbre, qualificata tifoidea, ma che segna piuttosto la prima affezione di

tubercolosi. Poi è apparso, postumo, un ascesso al collo che, non curato, ha colpito il torace. Dopo

il suo soggiorno a Cauterets, dove la lesione aumenta, all’inizio del 1858 si forma un’enorme

ulcera che suppura la base del collo, senza nessuna tendenza al miglioramento. Il 28 aprile 1858

alla sera, tutta la famiglia del malato si mette in preghiera ed il giovane riceve un impacco

imbibito dell’acqua della Grotta. Dopo una notte calma, l’ulcera appare cicatrizzata, l’infezione

svanita, gli altri gangli scomparsi. Non verrà mai constatata nessuna recidiva a questa guarigione

immediata.

5. Justin BOUHORT. Che bella storia quella di questa guarigione! Sin dalla sua

nascita, Justin è ammalato e considerato come infermo. A 2 anni, presenta un enorme ritardo

nella crescita e non ha mai camminato. All’inizio di luglio sua madre Croisine, disperata nel

vederlo in punto di morte, decide di andare a pregare con lui alla Grotta, malgrado la proibizione

delle forze dell’ordine! ‘accesso alla Grotta era infatti vietato in quel momento. Appena arrivata,

la sua mamma supplica davanti alla roccia con il bambino tra le braccia, circondata da una folla di

curiosi. Poi decide di bagnare il bimbo moribondo nella vasca che i cavapietre avevano

recentemente costruito. Attorno a lei si levano esclamazioni e proteste, le si vuole impedire di

“uccidere il suo bambino”! Dopo un tempo apparentemente lungo, lo ritrae e torna a casa con

Justin tra le braccia. Il bimbo respira ancora debolmente. Tutti temono il peggio, eccetto la madre

che crede più che mai che “la Vergine lo guarirà”. Il bimbo si addormenta tranquillamente. Nei

giorni successivi, Justin si riprende e cammina! Tutto rientra nell’ordine. La crescita è regolare,

l’età adulta viene raggiunta. Prima della sua morte, sopravvenuta nel 1935, assisterà alla

canonizzazione di Bernadette, l’8 dicembre 1933 a Roma.6. Madeleine RIZAN. Pregava per ottenere una buona morte! Nata nel 1800,

residente a Nay (Francia) Malattia : Emiplegia sinistra da 24 anni. Guarita il 17 ottobre 1858, a 58

anni. Miracolo riconosciuto il 18 gennaio 1862 da Mons. Laurence, vescovo di Tarbes. Madeleine

era costretta a letto da oltre 20 anni, a causa di una paralisi al lato sinistro. I medici avevano

abbandonato da tempo ogni speranza di guarigione e rinunciato ad ogni trattamento. Nel

settembre 1858 riceve l’Estrema Unzione. A partire da quel giorno, prega per “ottenere una

buona morte”. Un mese dopo, sabato 16 ottobre, la morte sembra imminente. Quando,

all’indomani, sua figlia le porta l’acqua di Lourdes, lei ne beve alcune sorsate e si fa lavare il viso e

il corpo. All’istante la malattia svanisce! La pelle riprende il suo aspetto normale ed i muscoli le

loro funzioni! Lei che solo il giorno prima era moribonda si sente rivivere. In seguito condurrà

un’esistenza normale per undici anni. Morirà, senza avere alcuna ricaduta, nel 1869.

7. Marie MOREAU. Guarita dopo una novena di preghiera in famiglia… Nata nel

1841, residente a Tartas, nelle Lande (Francia). Malattia : Riduzione estrema del visus, con lesioni

infiammatorie all’occhio destro, progressiva da 10 mesi. Guarita il 9 novembre 1858, a quasi 17

anni. Miracolo riconosciuto il 18 gennaio 1862 da Mons. Laurence, vescovo di Tarbes. È la prima

guarigione “lontana”! Marie contrae all’inizio dell’anno 1858, a 16 anni, una malattia

infiammatoria agli occhi. Nonostante i trattamenti proposti, l’evoluzione di questa infezione le

provoca una importante diminuzione della vista, ai limiti della cecità. Suo padre legge su un

giornale della guarigione di Madeleine Rizan e decide di andare a Lourdes per procurarsi l’acqua

della Grotta. L’8 novembre 1858 viene iniziata una novena in famiglia. Alla sera, la giovane donna

si pone sugli occhi una benda imbevuta di acqua di Lourdes. L’indomani, 9 novembre, si toglie la

benda e si rende conto di vederci come prima della malattia. Potrà così riprendere gli studi che

aveva dovuto abbandonare e, in seguito, si sposerà e vivrà ad Aire-sur-Adour.

8. Pierre de RUDDER. Una guarigione avvenuta lontano da Lourdes sulla quale

si scriverà molto ! Nato il 2 luglio 1822, a Jabbeke (Belgio). Malattia : Frattura esposta della gamba

sinistra, con pseudoartrosi. Guarito il 7 aprile 1875, a 52 anni. Miracolo riconosciuto il 25 luglio

1908 da Mons. Gustave Waffelaert, vescovo di Bruges. È la prima guarigione riconosciuta

miracolosa sopraggiunta lontano da Lourdes, senza relazione con l’acqua della Grotta. Nel 1867,

Pierre riporta la frattura di una gamba a causa di una caduta da un albero. Conseguenza: frattura

aperta delle due ossa della gamba sinistra. Lo colpisce una infezione cancerosa che allontana la

minima speranza di consolidamento. L’amputazione consigliata dai medici viene rifiutata più

volte. In capo a qualche anno, totalmente impotenti, desistono dalle cure. E’ quindi in questo

stato che, otto anni dopo il suo incidente, il 7 aprile 1875, decide di fare un pellegrinaggio ad

Oostaker dove, da poco, si trova una riproduzione della Grotta di Lourdes. Partito al mattino

invalido da casa sua, ne ritorna alla sera senza stampelle, senza piaghe. Il consolidamento osseo

si è prodotto in pochi minuti. Una volta superata l’emozione, Pierre de Rudder riprende la sua

vita normale ed attiva. Si reca a Lourdes nel maggio 1881 e muore ventitré anni dopo la sua

guarigione, il 22 marzo 1898. Più tardi, per poter meglio giudicare, sono state riesumate le ossa

delle due gambe, che hanno permesso di manifestare la realtà obiettiva sia della lesione che del

consolidamento, come dimostra il calco in gesso di cui dispone il Bureau Médical.

9. Joachime DEHANT. Le sue carni e i suoi tendini si ricostruiscono… Nata nel

1848 a Velaine/s/Sambre, residente a Gesves (Belgio). Malattia : Ulcera della gamba destra con

cancrena molto estesa. Guarita il 13 settembre 1878, a 29 anni. Miracolo riconosciuto il 25 aprile

1908 da Mons. Thomas Louis Heylen, vescovo di Namur. Joachime ha 29 anni quando arriva aLourdes, il 12 settembre 1878, con una cancrena alla gamba destra. Le lesioni risalgono almeno a

sei anni prima. Il suo stato generale è ormai gravemente compromesso da questa infezione che,

all’epoca, nessuna cura poteva guarire. All’indomani, il giorno 13, si immerge due volte nell’acqua

della Grotta, con la gamba ricoperta da un telo. Dopo la seconda immersione scompare ogni

traccia di ulcera… Le carni ed i tendini sono ricostruiti… la pelle è nuova e rosea. Dopo un altro

bagno, il suo piede riprende una posizione normale. Trent’anni dopo, quando la sua salute è

ancora eccellente, in seguito ad una nuova perizia medica, il vescovo di Namur proclama questa

guarigione miracolosa

10. Elisa SEISSON. Un cuore nuovo… Nata nel 1855, residente a Rognonas

(Francia). Malattia : Ipertrofia cardiaca, edemi arti inferiori. Guarita il 29 agosto 1882, a 27 anni.

Miracolo riconosciuto il 12 luglio 1912 da Mons. François Bonnefoy, arcivescovo di Aix, Arles e

Embrun. A 21 anni, nel 1876, Elisa si ammala. Per sei anni viene curata per una bronchite cronica

e per una malattia organica del cuore. Elisa non risponde alle terapie e viene considerata

incurabile. Come ultima risorsa si reca a Lourdes alla fine di agosto 1882. Viene portata alle

piscine nel primo giorno del pellegrinaggio e, all’uscita, gli edemi sulle gambe sono scomparsi!

Dopo una notte tranquilla si sveglia con la sensazione di essere completamente guarita. Questa

impressione è certificata al suo ritorno dal medico curante. La sua buona salute persisterà per i

trent’anni che seguiranno prima che questa guarigione venga ufficialmente considerata come

miracolosa, nel 1912, dal suo vescovo.

11. Suor EUGENIA nata Marie MABILLE. Potrà seguire di nuovo la regola della

sua comunità… Nata nel 1855, residente a Bernay (Francia). Malattia : Ascesso del piccolo bacino

con fistola vescicale e colica. Flebite bilaterale. Guarita il 21 agosto 1883, a 28 anni. Miracolo

riconosciuto il 30 agosto 1908 da Mons. Philippe Meunier, vescovo di Evreux. Nel 1877, all’età di

22 anni, Marie comincia a soffrire di una appendicite che degenera in peritonite. Nel 1880, il

celebre Prof. Péan, di Parigi, la giudica inadatta a sopportare un intervento chirurgico. Tra il 1880

ed il 1883, lo stato generale dell’ammalata non fa che peggiorare, le cure sembrano non avere

effetto. Parte il 17 agosto 1883 e giunge a Lourdes il 21. Al suo arrivo, si fa condurre alla Grotta

dove fa la Comunione: avverte allora come un sollievo. Nel pomeriggio si sente improvvisamente

guarita… Esce da sola dal bagno alle piscine. A partire da questo istante tutti i segni della malattia

scompaiono. Cammina e mangia. Va tutto bene! Al suo ritorno nella comunità riprende il lavoro,

segue nuovamente la regola della vita delle suore, cosa che non faceva più da tanto tempo!

Nessun cambiamento di questo fiorente stato di salute si verifica durante i 24 anni che hanno

separato la guarigione dal suo riconoscimento miracoloso.

12. Suor JULIENNE. Una guarigione che non cadrà nell’oblio… Nata Aline Bruyère,

nel 1864 nel villaggio della Roque, vicino a Sarlat (Francia). Malattia : Tubercolosi polmonare

cavitaria. Guarita il 1° settembre 1889, a 25 anni. Miracolo riconosciuto il 7 marzo 1912 da Mons.

Albert Negre, vescovo di Tulle. I medici sono lapidari, le hanno comunicato la diagnosi: è colpita

da una tubercolosi polmonare grave ed incurabile. Con la stessa immediatezza riceve

la guarigione nelle piscine di Lourdes. Siamo nel settembre 1889. L’inchiesta viene istruita dai

dottori Dunot de Saint Maclou e Boissaire. Non trovano nessuna spiegazione medica alla

guarigione di questa giovane suora di 25 anni. Vent’anni dopo, nella diocesi di Tulle, di cui è

originaria, la sua storia esce dall’oblio! Mons. Nègre, vescovo del luogo, decide di costituire una

commissione per riaprire l’esame del caso. Il nuovo collegio di medici che interroga ed esamina

l’interessata arriva alle stesse conclusioni tratte in sede della prima indagine avvenuta vent’anniprima. Dopo aver esaminato il “caso” secondo i criteri della Chiesa, il vescovo deve arrendersi

all’evidenza: questa guarigione “è sopraggiunta al di fuori dell’ordine generale della natura… ed

è miracolosa”.

13. Suor JOSÉPHINE MARIE. Venuta per obbedienza, riparte guarita… Nata ANNE

JOURDAIN, il 5 agosto 1854 a Havre, residente a Goincourt (Francia). Malattia : Tubercolosi

polmonare. Guarita il 21 agosto 1890, a 36 anni. Miracolo riconosciuto il 10 ottobre 1908 da

Mons. Marie Jean Douais, vescovo di Beauvais. In seno alla famiglia Jourdain, la tubercolosi ha

fatto strage: Anne ha perduto due sorelle ed un fratello. Ammalata da tempo, nel mese di luglio

1890 è ormai moribonda. Per obbedienza compie un pellegrinaggio a Lourdes, anche se il viaggio

le viene sconsigliato dal suo medico. Il tragitto, compiuto con il Pellegrinaggio Nazionale è

disturbato da malori. Arriva il 20 agosto e subito si immerge nell’acqua di Lourdes alle piscine.

Solo il giorno dopo, 21 agosto, dopo una seconda e terza immersione, si sente infinitamente

meglio. Subito annuncia la propria guarigione. Il medico che si era opposto alla sua partenza, la

rivede alcuni giorni dopo, al suo ritorno nella comunità, e non rileva più alcun sintomo della

malattia che risulta scomparsa. Suor Joséphine Marie può riprendere allora una vita attiva

all’interno della comunità. La sua guarigione sarà riconosciuta miracolosa 18 anni dopo.

14. Amélie CHAGNON (Religiosa del Sacro Cuore dal 25-09-1894). Sapendo

che si reca a Lourdes, il medico rimanda l’operazione… Nata il 17 settembre 1874, a Poitiers.

Malattia : Osteo-artrite tubercolare al ginocchio e al piede (secondo metatarso). Guarita il 21

agosto 1891, a quasi 17 anni, diventerà religiosa del Sacro Cuore vicino a Tornai (Belgio).

Miracolo riconosciuto l’8 settembre 1910 da Mons. Charles G. Walravens, vescovo di Tournai.

Amélie ha 13 anni quando comincia a soffrire ad un ginocchio. A questa età, i dolori sono spesso

attribuiti alla crescita, ma Amélie soffre troppo. Si tratta infatti di tubercolosi, che subito si

estende al piede. Nell’agosto 1891 annuncia ad uno dei suoi medici l’intenzione di partire in

pellegrinaggio per Lourdes. Questi accetta di rimandare l’intervento chirurgico previsto. Al suo

ritorno, Amélie non ha più bisogno di cure, ed ancor meno di operazioni. La sua affezione è

guarita, senza postumi. Si sente libera e rivive. Ogni movimento che prima le procurava dolori ora

è una vittoria sulla sofferenza.

15. Clémentine TROUVÉ (Suor Agnès-Marie). Un giorno di festa per

Lourdes! Nata nel 1878, a Azay le Boulé (Francia). Malattia : Osteo-periostite del piede destro

fistolizzata. Guarita il 21 agosto 1891, a 14 anni, diventerà Suor Agnès Marie. Miracolo

riconosciuto il 6 giugno 1908 da Mons. Amette, arcivescovo di Parigi. Il 21 agosto 1891 resterà

negli annali di Lourdes come un giorno felice: avvengono infatti due guarigioni, quella di Amélie

Chagnon e quella di Clémentine Trouvé. La malattia e le lesioni sono praticamente le stesse:

osteoporosi tubercolare del calcagno destro. Il medico che aveva scritto il certificato per la

partenza di Clémentine, l’11 giugno 1891, riteneva che per questa malattia fosse necessaria al più

presto un’operazione radicale… oppure un trattamento di lungo periodo. Lo stesso medico che la

rivedrà dopo la sua guarigione, avvenuta alle piscine il 21 agosto, certificherà “che presenta

solamente segni cicatriziali” della sua malattia precedente, dalla quale “è attualmente guarita”.

Più tardi, diventerà Piccola Suora dell’Assunzione, con il nome di Suor Agnès Marie. Clémentine è

menzionata nel “Lourdes” di Zola con il nome di Sophie Couteau.

16. Marie LEBRANCHU (Signora Wuiplier). Nata nel 1857, residente a Parigi

(Francia). Malattia : Tubercolosi polmonare (Espettorato positivoper il Bacillo di Koch). Guarita il

20 agosto 1892, a 35 anni. Miracolo riconosciuto il 6 giugno 1908 da Mons. Amette, arcivescovodi Parigi. Le guarigioni di Marie Lebranchu e di Marie Lemarchand vengono spesso associate,

perché queste due ammalate, giunte entrambe a Lourdes da Parigi con il Pellegrinaggio

Nazionale, sono guarite con un giorno di intervallo rispettivamente il 20 e 21 agosto 1892.

Inoltre, entrambe erano affette da tubercolosi polmonare grave da anni ed erano arrivate

all’ultimo stadio della malattia. La prima non pesava che 24 chili quando è uscita dalle piscine…

guarita. La seconda aveva piaghe ulcerose sul viso. Entrambe hanno avuto l’occasione di

incontrare lo scrittore Emile Zola, venuto a Lourdes per preparare un libro. Nel suo libro

“Lourdes”, il romanziere, dopo aver dipinto la sorte poco invidiabile di Marie Lebranchu con lo

pseudonimo di Grivotte, la fa morire nel treno del ritorno, mentre ha vissuto in perfetta salute

fino al 1920! Quanto a Marie Lemarchand, chiamata Elise Roquet sotto la penna di Zola, ebbe

avuto otto figli e morì molti anni dopo il riconoscimento della sua miracolosa guarigione.

17. Marie LEMARCHAND (Mrs Authier). Nata nel 1874, a Caen (Francia).

Malattia : Tubercolosi polmonare con ulcere al volto e alla gamba. Guarita il 21 agosto 1892, a 18

anni. Miracolo riconosciuto il 6 giugno 1908 da Mons Amette, arcivescovo di Parigi.

18. Elisa LESAGE. Nata nel 1874, a Bucquoi (Francia). Malattia : Osteo-artrite

tubercolare del ginocchio. Guarita il 21 agosto 1892, a 18 anni. Miracolo riconosciuto il 4 febbraio

1908 da Mons. Alfred Williez, vescovo di Arras. Anche in questo caso si tratta di una infezione

tubercolosa del ginocchio destro, un “tumore bianco”, così frequente allora presso gli adolescenti.

La guarigione inattesa è arrivata dopo un bagno, il 21 agosto 1892. Il giorno stesso il Bureau delle

Constatazioni Mediche ha confermato la guarigione “senza alcun postumo o anchilosi”. Nel corso

del Pellegrinaggio Nazionale del 1893 e del 1894, questa giovane donna è stata riesaminata.

Sedici anni dopo, non essendosi manifestata nessuna ricaduta, il suo vescovo la ha dichiarata

miracolata. Le guarigioni gemelle, segno di contraddizione

19. Sr MARIE DE LA PRÉSENTATION (Sylvie Delporte). Inizia a sentirsi meglio

sul treno all’andata… Nata il 15 febbraio 1846, residente a Lille (Francia) come Suora

Francescana della propaganda della Fede. Malattia : Gastroenterite cronica tubercolare. Guarita

il 29 agosto 1892, a 46 anni. Miracolo riconosciuto il 15 agosto 1908 da Mons. François

Delamaire, Coadiutore di Cambrai. Suor Marie vuole assolutamente recarsi a Lourdes. I congiunti

ed il medico curante si sentono talmente impotenti davanti al suo caso, che non tentano

nemmeno di dissuaderla. Ciò che l’aspetta sono due giorni faticosi, quanto occorre per

raggiungere Lourdes dalla sua regione del nord. Ma cosa sono due giorni rispetto a dodici anni di

sofferenza con questa “gastroenterite cronica tubercolosa” che le cure non riescono più ad

arginare? Già sul treno sopraggiunge qualche miglioramento, cosa che le permette di alimentarsi

un po’ . A Lourdes, nella chiesa del Rosario, mentre prega, avverte dolori allo stomaco come non

aveva mai sentiti, per l’ultima volta. E poi, sopravviene una guarigione completa.

20. Padre CIRETTE. Un fortissimo desiderio di andare alla Grotta… Nato a Poses

(Eure), il 15 marzo 1847, residente a Baumontel (Francia). Malattia : Sclerosi spinale antero-

laterale. Guarita il 31 agosto 1893, a 46 anni. Miracolo riconosciuto l’11 febbraio 1907 da Mons.

Philippe Meunier, vescovo di Evreux. Dopo una brutta influenza, nel mese di gennaio 1892, il

parroco di una parrocchia della diocesi di Evreux viene colpito da manifestazioni nervose e da

confusione mentale. I parrocchiani non sanno cosa fare. Non è più nemmeno capace di

camminare normalmente. Ha perso l’ autonomia, la parola, la memoria. Cosciente del suo stato, il

morale è a terra e le cure prescritte sono inefficaci. Nell’agosto 1893 egli decide di andare a

Lourdes. Sfortunatamente, la sua diocesi non organizza pellegrinaggi in quell’anno. Vi si recheràallora con la diocesi di Rouen. Arrivato il 29 agosto, si presenta alle piscine solo due giorni dopo.

Egli dice: “per non prendere il posto di un altro ammalato che potrebbe ottenervi la guarigione”.

Sull’istante non avverte nessuna sensazione particolare, ma più tardi, dopo il pranzo di

mezzogiorno, sente un violento desiderio di recarsi alla Grotta. Parte in quella direzione e presto

si rende conto di non aver più bisogno delle stampelle. È guarito… in modo completo…

repentino… inatteso. Ritornato a casa, si può immaginare l’effetto prodotto sui suoi familiari e sui

suoi parrocchiani! Può riprendere tutte le attività e la sua funzione di parroco della parrocchia di

Beaumontel.

21. Aurélie HUPRELLE. All’età in cui si fanno progetti, lei si dispera… Nata nel

1869, residente a Saint Martin le Noeud (Francia). Malattia : Tisi polmonare acuta. Guarita il 21

agosto 1895, a 26 anni. Miracolo riconosciuto il 1° maggio 1908 da Mons. Marie Jean Douais,

Vescovo di Beauvais. Aurélie è presa da una grande disperazione. Nell’età in cui gli altri hanno la

testa piena di progetti, questa giovane donna di 26 anni non ha più niente da sperare nella

medicina. Manifestamente colpita da mesi dalla tubercolosi polmonare, decide di partire per

Lourdes con il Pellegrinaggio Nazionale, contro il parere del suo medico. Il viaggio è

effettivamente molto faticoso, al punto che al suo arrivo a Lourdes, il 21 agosto 1895, è

completamente sfinita. Dopo essere scesa dal treno, viene trasportata alle piscine per esservi

bagnata. E subito sente un grande sollievo! Immediatamente, si sente radicalmente guarita.

Riprende gusto alla vita. I medici presenti a Lourdes quel giorno si riuniscono al Bureau delle

Constatazioni Mediche dove Aurélie viene accompagnata per due volte. Questi non possono che

confermare la sua guarigione. Di ritorno a casa, il suo medico curante, scriverà del suo sconcerto

per “questa guarigione completa ed immediata”. Tredici anni dopo Aurélie è una giovane donna

in piena forma, anche se la sua guarigione è oggetto di una contro inchiesta medica in occasione

di una campagna denigratoria condotta da alcuni medici che sostengono che la malattia di Aurélie

fosse puramente nervosa. In occasione del Cinquantesimo Anniversario delle Apparizioni della

Madonna di Lourdes, su richiesta del vescovo di Beauvais, viene nuovamente interrogata ed

esaminata. Le due inchieste sono arrivate alla medesima conclusione: si trattava di una

tubercolosi, guarita in modo repentino, certo e durevole. Il vescovo la dichiara allora miracolata.

22. Esther BRACHMANN. “Tiratemi fuori da questo mortorio!” Nata a Parigi, nel

1881 (Francia). Malattia : Peritonite tubercolare. Guarita a Lourdes il 21 agosto 1896, a 15 anni.

Miracolo riconosciuto il 6 giugno 1908 da Mons. Léon Amette, arcivescovo di Parigi. Esther non

conduce più una vita da adolescente. A 15 anni, ha l’impressione che l’ospedale di Villepinte sia

un autentico mortorio. Questa impressione non è lontano dall’essere condivisa dalla dozzina di

compagne, anch’esse tubercolose, che compiono, come lei, questo pellegrinaggio dell’ultima

opportunità. Siamo nell’agosto del 1896. Il 21 agosto mattina, gli hospitalier di Notre Dame de

Salut, fedeli servitori degli ammalati del Pellegrinaggio Nazionale, la fanno scendere dal treno e la

trasportano alla Grotta e, da là, alle piscine. Ne esce con la certezza di essere guarita. I dolori sono

cessati… Il gonfiore del suo ventre scomparso. Può camminare… ha fame. Ma una domanda la

rode: “Perché io?”. Nel pomeriggio, segue come una persona sana le attività del pellegrinaggio.

Due giorni dopo, viene accompagnata al Bureau delle Constatazioni Mediche dove i medici, in

seguito ad un attento esame, confermano la guarigione. Di ritorno a Villepinte, i medici curanti

rimangono di stucco, sbalorditi, sconcertati. Tengono Esther in osservazione per un anno! Solo

nel 1897, di ritorno dal pellegrinaggio di ringraziamento, si degnano di redigere un certificato

dove lei viene riconosciuta “guarita dal suo ritorno da Lourdes, nel 1896”. Nel 1908, vieneesaminata nuovamente ed in perfetta salute, in occasione dell’inchiesta aperta dall’arcivescovo di

Parigi, Mons. Leon Amette, in vista del riconoscimento di questa guarigione così come di quelle di

Clementine Trouvé e di Marie Lesage e Lemarchand, le involontarie eroine di un “romanzo” di

Zola!

23. Jeanne TULASNE. Tutto il pellegrinaggio ha pregato per la sua

guarigione… Nata l’8 settembre 1877, a Tours (Francia). Malattia : Morbo di Pott lombare con

piede deforme neuropatico. Guarita l’8 settembre 1897, a 20 anni. Miracolo riconosciuto il 27

ottobre 1907 da Mons. René François Renou, arcivescovo di Tours. Distruzione tubercolosa di

due o tre vertebre (male di Pott), ascesso all’osso della coscia destra, atrofia muscolare e piede

varo… Che quadro! Jeanne, ancora quasi adolescente, si sente assalita. Da quando la malattia ha

colpito la colonna vertebrale, il morale è veramente a terra. Da corretto professionista, il suo

medico curante, il 7 agosto 1897, mette nero su bianco sulle sue condizioni disperate. All’inizio di

settembre Jeanne arriva a Lourdes in condizioni talmente gravi che viene posta su di una lettiga

di vimini per alleviarle il dolore! Tutto il pellegrinaggio spera nella sua guarigione. L’8 settembre,

giorno del suo 20° compleanno, partecipa alla processione del Santissimo Sacramento e proprio il

suo vescovo che porta l’ostensorio. Questi la benedice una prima volta passandole davanti, poi

ritorna sui suoi passi e la benedice una seconda volta. In quel preciso momento, lei si sente

guarita… Esaminata al Bureau delle Constatazioni Mediche il giorno successivo ed anche l’anno

seguente, i medici rilevano la persistenza di questa guarigione completa, improvvisa e duratura

del suo male. Il miracolo sarà riconosciuto dall’arcivescovo dieci anni più tardi.

24. Clémentine MALOT. E all’indomani del bagno, più niente… Nata a

Granvilliers, il 22 novembre 1872, residente a Gaudechard (Francia). Malattia : Tubercolosi

polmonare con emoftoe. Guarita il 21 agosto 1898, a 25 anni. Miracolo riconosciuto il 1°

novembre 1908 da Mons. Marie Jean Douais, vescovo di Beauvais. È la disperazione che spinge

Clémentine ad intraprendere il viaggio a Lourdes. Da cinque anni, ormai, assiste alla progressione

di questa sinistra malattia: la tubercolosi. A 20 anni inizia a sputare sangue. Per cinque anni le

sue condizioni si aggravano progressivamente ed inesorabilmente. Come altri, decide come

ultima risorsa di venire a Lourdes. Dal suo arrivo con il Pellegrinaggio Nazionale del 1898, dopo

un viaggio estenuante, viene condotta alle piscine. Ma è solo dopo il bagno dell’indomani che

avverte un netto miglioramento del suo stato fisico. Viene esaminata al Bureau delle

Constatazioni Mediche il 21 e 22 agosto 1898 e ancora il 21 agosto 1899. La sua guarigione viene

considerata come certa. Dieci anni dopo una nuova inchiesta giungerà alle stesse conclusioni.

25. Rose FRANÇOIS. Proprio prima dell’amputazione! Nata Rose LABREUVOIES,

nel 1863, a Parigi (Francia). Malattia : Flemmone fistolizzato al braccio destro con enorme

edema. Guarita il 20 agosto 1899, a 36 anni. Miracolo riconosciuto il 6 giugno 1908 da Mons. Jean

Amette, Arcivescovo di Parigi. Rose arriva a Lourdes nel 1899, dopo aver subito cinque

operazioni chirurgiche. Per cinque volte i medici hanno tentato di toglierle l’infezione al braccio

destro, ma invano. Viene quindi presa in considerazione l’amputazione… Tra il 20 e il 22 agosto

1899 sopraggiunge un miglioramento incredibile: l’edema scompare, le fistole si chiudono. non

resta più nessun dolore né rigidità. Al suo ritorno a Parigi, l’anziana ammalata si affretta a farsi

esaminare di nuovo dopo aver ripreso la normale attività della mano destra. La sua guarigione,

completa ed imprevedibile, è reale e persisterà.

26. Padre SALVADOR. Racconta per obbedienza… Frate Cappuccino, nato nel

1862 a Rotelle, residente a Dinard (Francia). Malattia : Peritonite tubercolare. Guarito il 25giugno 1900, a 39 anni. Miracolo riconosciuto il 1° luglio 1908 da Mons. A. Dubourg, arcivescovo

di Rennes. La cronologia medica di Padre Salvador è tristemente classica: la tubercolosi ha

colpito i polmoni nel 1898; due anni dopo, nel gennaio 1900, si manifesta una peritonite

tubercolosa. Alla vigilia della sua partenza per Lourdes, i medici lo ritengono incurabile,

condannato e si oppongono anche alla sua partenza. Arrivato a Lourdes il 25 giugno 1900 si fa

immediatamente condurre alle piscine. Alcuni istanti dopo, la grande sorpresa: è trasformato e

come ringiovanito. In pratica è irriconoscibile. La guarigione è avvenuta al di là di ogni dubbio sia

per lui che per i presenti. La sera stessa, ritrova un solido appetito poi si addormenta con i pugni

chiusi. Questo non gli era più stato possibile da tanto tempo… L’indomani, 26 giugno, i suoi

accompagnatori lo spingono a far sapere quello che gli è accaduto. Egli accetta, per obbedienza,

di sottomettersi agli esami dei medici del Bureau delle Constatazioni Mediche. Nessun segno

della sua terribile malattia è più visibile e non riapparirà mai più.

27. Suor MAXIMILIEN (Nun of l’Espérance). Il suo tumore al fegato è

scomparso… Nata nel 1858, residente al convento delle Suore della Speranza, a Marsiglia

(Francia) Malattia : Cisti idatidea del fegato, flebite arto inferiore sinistro. Guarita il 20 maggio

1901, a 43 anni. Miracolo riconosciuto il 5 febbraio 1908 dal cardinale Paulin Andrieu, vescovo di

Marsiglia. Siamo al 21 maggio 1901. E’ giunta a Lourdes il giorno prima, nell’anonimato più

completo, una religiosa di 43 anni colpita da un tumore al fegato. Oggi, suor Maximilien osa

presentarsi al Bureau delle Constatazioni Mediche, davanti ad una platea di medici che la

scrutano, la giudicano. La religiosa racconta la storia incredibile della sua malattia, la cui

evoluzione si è bruscamente interrotta il giorno prima. A 43 anni, ammalata da 15 anni, costretta

sempre a letto da 5 anni, era considerata incurabile. Inoltre, il suo stato di salute era stato

complicato da una flebite alla gamba sinistra. Al convento delle suore della Speranza di Marsiglia

tutti sapevano che la medicina non dava nessuna speranza. Con questa prospettiva di una morte

prossima è giunta a Lourdes il 20 maggio 1901. Appena arrivata si è fatta condurre alle piscine.

Qualche minuto più tardi ne è uscita sulle proprie gambe e guarita! Il gonfiore del suo addome e

della sua gamba erano completamente scomparsi!

28. Marie SAVOYE. Passa il Santissimo Sacramento, la sua piaga si richiude… Nata

nel 1877, residente a Caveau Cambresis (Francia). Malattia : Vizio mitralico reumatico

scompensato. Guarita il 20 settembre 1901, a 24 anni. Miracolo riconosciuto il 15 agosto 1908 da

Mons. François Delamaire, Coadiutore di Cambrai. Lei è là, sul sagrato del Rosario, in uno stato

fisico miserando, scheletrica, debole esanime… Ma cosa può aspettare da questa benedizione del

Santissimo Sacramento? Da quattro anni soffre delle conseguenze di un reumatismo infettivo; da

tredici mesi, una malattia al cuore ha aggravato la sua condizione fisica già compromessa. La

malattia, la privazione quasi totale di cibo e le lacerazioni e le espettorazioni di sangue la

provano oltre misura. E’ così debole che gli hospitalier di Lourdes non hanno nemmeno osato

immergerla nella piscina. Il 20 settembre 1901, sotto la benedizione del Santissimo Sacramento,

guarisce di una piaga alla schiena. Ritornata ad una vita normale, Maria Savoye renderà agli altri

le cure e l’attenzione che ha ricevuto durante la sua lunga malattia.

29. Johanna BÉZENAC. Sfigurata, ritrova all’improvviso il suo vero volto… Nata

Dubos, nel 1876, residente a Saint Laurent des Bâtons (Francia). Malattia : Cachessia da causa

sconosciuta, impetigine alle palpebre e alla fronte. Guarita l’8 agosto 1904, a 28 anni. Miracolo

riconosciuto il 2 luglio 1908 da Mons. Henri J. Bougoin, vescovo di Perigueux. Negli ultimi mesi,

Johanna non osa più mostrarsi. Un’infezione alla pelle le corrode il viso ogni giorno di più. Maquesta malattia che la prende ormai fino alla radice dei capelli non è che la manifestazione più

evidente… Tutto era cominciato, infatti, nella gioia: la nascita di un bambino. Ma in seguito ad un

lungo ed estenuante periodo di allattamento, Johanna viene colpita, nel marzo 1901, da una

polmonite grave che maschera in effetti l’apparizione della tubercolosi. Le cure si rivelano

inefficaci. In seguito, la situazione si aggrava ancora, in particolare per questa infezione della

pelle che la colpisce nella sua dignità di donna. Venuta a Lourdes con il pellegrinaggio diocesano,

ne riparte apparentemente guarita. Il Bureau delle Constatazioni Mediche dispone, a proposito di

questa guarigione, un breve racconto. Pare che Johanna sia guarita in due giornate, l’8 e il 9

agosto 1904 e che questa guarigione sia legata all’acqua della sorgente, utilizzata sia per il bagno

che come lozione. Il 4 ottobre 1904, ovvero 2 mesi dopo il suo pellegrinaggio, il medico curante

constata, in seguito ad un esame scrupoloso, “la guarigione assoluta dello stato generale e di

quello locale”.

30. Suor SAINT HILAIRE (Lucie Jupin). Solo un po’ di pelle sulle ossa… Nata

Lucie Jupin nel 1865 Superiora del Convento di Peyreleau (Congregazione di St. Joseph de

Clervaux) (Francia). Malattia : Neoplasia addominale. Guarita il 20 agosto 1904, a 39 anni.

Miracolo riconosciuto il 10 maggio da Mons. Charles de Ligonnes, vescovo di Rodez. Quando Suor

Saint Hilaire giunge a Lourdes, nell’agosto 1904, le è rimasta solo un po’ di pelle sulle ossa. La

superiora del convento non è che l’ombra di se stessa. I suoi problemi sono iniziati con una

semplice gastroenterite nell’ agosto 1903. Di settimana in settimana, la sua salute peggiora, come

se la malattia fosse ribelle ai trattamenti. Sei mesi dopo, compare un tumore al fianco destro. In

qualche mese l’aggravamento dello stato generale continua, con perdita di peso fino a 42 Kg. Nell’

agosto 1904 arriva a Lourdes in queste condizioni, con il Pellegrinaggio Nazionale. Fin dai primi

bagni nell’acqua della Grotta, lei si sente rinvigorita… ritrova l’appetito. È come su una nuvola.

Ha, tuttavia, bisogno di alcune ore per realizzare concretamente di essere guarita e dichiararlo al

Bureau delle Constatazioni Mediche. Al suo ritorno presso la comunità riprende “una vita di

lavoro e di fatica”. In segno di riconoscimento, tornerà spesso a Lourdes, con il pellegrinaggio di

Rodez.

31. Suor SAINTE BÉATRIX (Rosalie Vildier). Guarita due volte! Nata Rosalie

Vildier nel 1862, residente a Evreux (Francia). Malattia : Laringo-bronchite,

probabilmentetubercolare. Guarita il 31 agosto 1904, a 42 anni. Miracolo riconosciuto il 25

marzo 1908 da Mons. Philippe Meunier, vescovo di Evreux. Tra i 32 e i 42 anni, Rosalie ha perso

la salute. Indebolimento generale, perdita della voce, espettorazione sanguinante e purulenta,

cachessia… Per i medici che l’assistono, è la firma di una malattia che, a quel tempo, faceva delle

stragi: la tubercolosi. La mattina dell’arrivo del pellegrinaggio diocesano di Evreux, si sente

trasformata dopo un bagno alle piscine. Sottoposta ad esame due giorni dopo, al Bureau delle

Costatazioni Mediche, i medici devono riconoscere che non presenta più nulla di anormale, né

alla laringe, né “al petto”. L’anno seguente, nel 1905, ritorna per ringraziare la Vergine Maria… e

guarisce per la seconda volta, ancora alle piscine. Scompaiono i disturbi alla vista di cui soffriva

da 15 anni!32. Marie-Thérèse NOBLET. Missionaria in Papuasia… Nata

nel 1889, residente a Avenay (Francia). Malattia : Spondilite dorso-lombare. Guarita il 31 agosto

1905, a 15 anni. Miracolo riconosciuto l’11 febbraio 1908 dal cardinale Luçon, arcivescovo di

Reims. Questa ragazza ha un destino straordinario: a più riprese, nella sua infanzia, è colpita da

gravi malattie… nell’ agosto 1904, a 14 anni, le viene diagnosticata la malattia di Pott, vale a dire

la tubercolosi della colonna vertebrale. Arrivata a Lourdes un anno dopo, guarisce nel momento

in cui entra nell’Ospedale Notre Dame dei Dolori, di ritorno dalla processione del Santissimo

Sacramento. Non vi è più nessuna traccia della malattia. In seguito, vivrà un’esperienza mistica

paragonabile a quella del Curato d’Ars. Dopo molte altre delusioni fisiche, diviene religiosa nel

1921, sotto la guida di Mons. de Boismenu, arcivescovo della Papuasia, fondatore del primo

ordine di religiose autoctone, le Ancelle del Signore. Malgrado le condizioni di vita ed il clima

difficili, Marie Thérèse in Papuasia compie meraviglie presso quella popolazione, alla quale si

dedicherà fino al limite delle sue forze.

33. Cécile DOUVILLE de FRANSSU. Testimone della fede

fino a 106 anni… Nata il 26 dicembre 1885 a Tornai (Belgio). Malattia : Peritonite tubercolare.

Guarita il 21 settembre 1905, a 19 anni. Miracolo riconosciuto l’8 dicembre 1909 da Mons.

Charles Gibier, vescovo di Versailles. Il 26 dicembre 1990, guardando questa donna che

festeggia… 105 anni in famiglia, chi potrebbe immaginare che, all’età di 20 anni, la sua speranza

di vita non andava oltre qualche mese, qualche anno al massimo! I familiari che la circondavano

quel giorno vivono insieme a lei il suo ultimo compleanno. Non lo sanno naturalmente, ma

ciascuno è cosciente del destino straordinario di questa vecchia signora amata ed affettuosa.

Ricordi, ricordi… alcuni dei quali dolorosi. Un continuo supplizio dall’età di 14 anni le uccide

lentamente il morale. La malattia le ha sciupato l’infanzia e potrebbe anche impedirle di divenire

adulta: ha infatti un tumore bianco del ginocchio, vale a dire la tubercolosi. Dopo quattro o cinque

anni di cure attente, senza successo apparente, viene deciso, nel giugno 1904, di tentare

un intervento. Quasi nello stesso momento si manifesta una peritonite tubercolosa. I mesi

passano, il suo stato peggiora. “Voglio andare a Lourdes!”. Quando esprime questo desiderio, nel

maggio 1905, Cécile è quasi senza forze, si sente consumata dall’interno dai dolori e dalla febbre.

Davanti ai pochi risultati e malgrado la precarietà del suo stato generale, il viaggio viene

realizzato nel mese di settembre, non senza preoccupazione. A Lourdes, il 21 settembre 1905,

con infinite precauzioni, viene condotta alle piscine, dalle quali esce guarita… e per molto tempo!34. Antonia MOULIN. La speranza legata al corpo… Nata il 13

aprile 1877 a Vienna (Francia). Malattia : Osteite fistolizzata femore destro con artrite al

ginocchio. Guarita il 10 agosto 1907, a 30 anni. Miracolo riconosciuto il 6 novembre 1911 da

Mons. Paul E. Henry, vescovo di Grenoble. Dopo cinque giorni trascorsi a Lourdes nel 1905,

Antonia riparte per tornare a casa senza alcun miglioramento del suo stato di salute.

Interiormente, vive quella sorta di dubbio e frustrazione che provano tanti ammalati non guariti.

Cosa posso sperare adesso, dopo Lourdes? Ma, nel profondo del suo animo, la speranza non è

morta… Il suo calvario è iniziato nel febbraio 1905. Alla svolta di una malattia benigna,

sopravviene un ascesso alla gamba destra, sufficientemente grave da obbligarla a restare sei mesi

all’ospedale. La sua vita diviene allora un andirivieni incessante tra la casa e l’ospedale. Il suo

stato generale peggiora irrimediabilmente. Nell’ agosto 1907 parte nuovamente per Lourdes, due

anni dopo la sua prima esperienza. Vi arriva come ammalata incurabile… ma con grande

speranza. Due giorni dopo il suo arrivo, il 10 agosto, viene condotta ancora una volta alle piscine.

Al momento di fasciarla di nuovo ci si rende conto che la sua piaga è cicatrizzata, la sua gamba è

come “nuova”! Al suo ritorno al “paese”, provoca lo stupore di tutti, in particolare del suo medico.

35. Marie BOREL. La sera, il bendaggio è pulito ed asciutto…

Nata il 14 novembre 1879, residente a Mende (Francia). Malattia : Sei fistole pio-stercoracee, in

regione lombare e addominale. Guarita il 21-22 agosto 1907, a 27 anni. Miracolo riconosciuto il 4

giugno 1911 da Jacques Gely, Vescovo di Mende. Quando può Marie sente il dovere di mettersi al

servizio degli ammalati a Lourdes. Prega anche molto per loro. Bisogna dire che ha una buona

ragione, e non delle più piccole: la sua guarigione immediata e definitiva. Chi l’ha conosciuta

prima del 21 agosto 1919, sa qual è il segreto del fervore e dell’abnegazione di Marie Borel. Dopo

molte crisi di appendicite acuta, viene operata nel 1903. In capo a qualche mese, nel 1904, sopra

alla cicatrice si manifesta un ascesso che i medici tentano di curare e chiudere. Dal 1905

compaiono altri ascessi ancora più gravi. Si reca a Lourdes a partire dal 17 agosto 1907, con ilPellegrinaggio Nazionale. Il 21 agosto mattina, il suo bendaggio viene rifatto. Alla sera, il

bendaggio è asciutto e pulito: le lesioni si sono cicatrizzate. L’indomani, viene constatata,

all’uscita dal bagno alle piscine, la stessa guarigione per altre due piaghe.

36. Virginie HAUDEBOURG. 50 anni dopo, il grazie a Maria. Nata nel 1886 a Lons

le Saunier (Francia). Malattia : Cistite tubercolare, nefrite. Guarita il 17 maggio 1908, a 22 anni.

Miracolo riconosciuto il 25 novembre 1912 da Mons. François A. Mallet, vescovo di Saint Claude.

L’anno 1958, per il centenario delle apparizioni di Maria alla Grotta, Virginie ha assolutamente

voluto fare un pellegrinaggio a Lourdes. Qui, cinquant’anni prima, è rinata: aveva 22 anni. La sua

vita di orfana ammalata era improvvisamente cambiata quando il laboratorio, nel luglio 1904,

fece pervenire i risultati delle analisi, accolti con freddezza dal suo medico. Egli deve annunciare

la terribile notizia: la malattia è incurabile e fatale… ma la sua evoluzione potrebbe essere lunga.

L’essenziale viene detto. Virginie ascolta quasi distrattamente il nome del male che l’ha colpita:

infezione urinaria con nefrite e cistite, di natura tubercolosa. Nel maggio 1906, fa un primo

pellegrinaggio a Lourdes ma le sue condizioni non migliorano. Nei primi mesi del 1908, i dolori

aumentano senza tregua. Virginie non riesce più ad alzarsi. Decide allora di partecipare

nuovamente al pellegrinaggio diocesano nel 1908… Ed il terzo giorno, durante la Benedizione del

Santissimo Sacramento, sente un dolore violento che è il preludio alla sua guarigione. Passa una

notte eccellente… e all’indomani mattina, molto semplicemente, si reca al Bureau delle

Constatazioni Mediche: Virginie Haudelbourg è proprio guarita.

37. Marie BIRÉ. Dopo il coma, Lourdes… Nata Marie Lucas l’8 ottobre 1866, a

Sainte Gemme la Plaine (Francia). Malattia : Cecità di origine centrale, atrofia papillare bilaterale.

Guarita il 5 agosto 1908, a 41 anni. Miracolo riconosciuto il 30 luglio 1910 da Mons. Clovis Joseph

Catteau, vescovo di Luçon. Il 25 febbraio 1908 Marie esce dal coma ma nella notte vi ricade.

Eccola divenuta cieca! Dopo aver ritrovato il suo spirito, desidera andare a Lourdes. La sua vita

oscilla da una decina di giorni: il 14 febbraio 1908, all’improvviso, ha presentato segni

allarmanti: vomito di sangue, stato pre-cancrenoso dell’avambraccio e della mano sinistra con

dolori molto intensi. Tre o quattro giorni dopo, cade in coma per cause cerebrali. Il 5 agosto 1908,

Marie compie questo pellegrinaggio tanto desiderato. Dopo una messa alla Grotta essa recupera

immediatamente la vista. Esaminata il giorno stesso da un oculista, bisogna ammettere un

fenomeno incredibile: le cause anatomiche della cecità non sono scomparse, ma Marie può,

malgrado tutto, leggere i caratteri più piccoli del giornale che i medici le sottopongono. Negli anni

successivi, viene esaminata di nuovo dai medici. Non esiste più alcuna lesione. La sua guarigione

viene riconosciuta come totale e persistente.

38. Aimée ALLOPE. Dopo la comunione alla Grotta, 10 anni di

sofferenza vengono cancellati. Nata nel 1872, residente a Vern (Francia). Malattia : Numerosi

ascessi tubercolari, di cui 4 fistolizzati, della parete addominale anteriore. Guarita il 28 maggio, a

37 anni. Miracolo riconosciuto il 5 agosto 1910 da Mon. Joseph Rumeau, vescovo di Angers.

Aimée ha appena ricevuto la comunione. La messa alla Grotta è finita. Improvvisamente, avverteuna sensazione indescrivibile. Vive una specie di benessere che non avrebbe mai sperato di

provare. La sofferenza si placa, le sue piaghe si chiudono. Dieci anni di evoluzione della malattia

vengono cancellati. È incredibile! Nel 1898, all’età di 26 anni, ha subito prima l’asportazione di un

rene, seguita, qualche anno dopo, da altre due operazioni per tumori e tubercolosi del fianco

destro. Qualche giorno prima del suo arrivo a Lourdes, presentava enormi ascessi, uno stato

generale grave, un peso di 44 Kg. I primi giorni del suo pellegrinaggio si erano svolti senza alcun

miglioramento. Bisognava medicarla 2 volte al giorno, tanto le sue piaghe suppuravano. E adesso

eccola guarita! Questa guarigione rapida e radicale è duratura e l’ex ammalata ha ripreso una vita

normale e… 10 Kg. in 10 mesi.

39. Juliette ORION. Privata del pellegrinaggio guarisce comunque! Nata nel 1886,

residente a Saint Hilaire de Voust (Francia). Malattia : Tubercolosi polmonare e laringea,

mastoidite sinistra suppurata. Guarita il 22 luglio 1910, a 24 anni. Miracolo riconosciuto il 18

ottobre 1913 da Mons. Clovis Joseph Catteau, vescovo di Luçon. La notizia che le è appena stata

annunciata, in quel mese di luglio, avrebbe potuto sotterrare definitivamente tutte le sue

speranze. No, non la si vuole nemmeno accompagnare a Lourdes. I medici le hanno già fatto

capire che è condannata a breve termine. Allora perché combattere ancora? Ma lei si riprende

all’improvviso. “Tanto peggio, che partano senza di me. Anche nel mio letto di sofferenza, a molte

centinaia di chilometri da Lourdes, la Madonna mi ascolta lo stesso”. E quella notte, mentre prega

la Madonna di Lourdes, Juliette si sente improvvisamente molto meglio. Il mattino del 23 luglio

1910 ha recuperato la voce e chiede da mangiare. Il suo medico viene convocato e dopo un

coscienzioso esame, constata una guarigione “che non dipende da lui”. Egli confessa la sua totale

incomprensione. Per la prima volta, forse, la vita sorride a Juliette. Sin dalla più tenera età, infatti,

soffriva. Orfana di padre, era stata messa a servizio in “città”. Si era ammalata subito ed aveva

cominciato a presentare segni di tubercolosi. Ritornata a casa e successivamente in ospedale, il

suo stato generale era peggiorato al punto di andare talora in coma. Conoscete il resto della

storia.

40. Marie FABRE. A 30 anni, consumata da tre gravidanze ravvicinate, rinasce

all’improvviso. Nata nel 1879, residente a Montredon (Francia). Malattia : Enterite muco-

membranosa, prolasso uterino. Guarita il 26 settembre 1911, a 32 anni. Miracolo riconosciuto l’8

settembre 1912 da Mons. Peree Cezerac, vescovo di Cahors. A trent’anni, Marie si sente già

consumata dalla vita. Andata sposa ad un coltivatore, come tante altre giovani donne a

quell’epoca, ha avuto la salute compromessa da tre gravidanze ravvicinate, seguite da parti

difficili. Inoltre soffre di una malattia digestiva che le impedisce di alimentarsi normalmente. Per

lei ogni giorno è una nuova lotta. Per più di un anno i trattamenti prescritti restano senza effetto.

Si trova in uno stato pietoso e fa il primo voto di andare a Lourdes durante l’estate 1911. Il

viaggio che intraprende il 24 settembre, con suo marito, assomiglia più ad un’avventura che a un

pellegrinaggio: arriva a Lourdes in un tale stato di debolezza che, per un giorno e mezzo, non si

considera prudente accompagnarla alla Grotta e nemmeno alle piscine. Il 26 pomeriggio viene

deciso di farla partecipare alla Benedizione del Santissimo Sacramento. Dopo averla ricevuta,

Marie si sente invasa da un improvviso benessere, parla e si alza. Riaccompagnata all’ospedale,

chiamato allora “dei sette Dolori”, chiede da mangiare, lei che, da due anni, non aveva più assunto

un alimento solido. Alcuni giorni più tardi rientra con gioia alla sua casa, dove può riprendere

subito una vita normale.41. Henriette BRESSOLLES. Una “diffusa sensazione

dolorosa”… Nata nel 1896 a Nizza (Francia). Malattia : Morbo di Pott, paraplegia. Guarita il 3

luglio 1924, a 28 anni. Miracolo riconosciuto il 4 giugno 1957 da Mons. Paul Rémond, arcivescovo

di Nizza. La mattina del 4 luglio 1924, le sue gambe sono ancora anchilosate, ma questo è

irrilevante rispetto al pietoso stato in cui versava solo un giorno prima. La guarigione è arrivata

violentemente, con “una sensazione generale dolorosa”. Dopo la tempesta interiore, con gli occhi

fissi sulla Grotta, davanti alla quale era stata accompagnata dopo la benedizione del Santissimo

Sacramento, si è sentita guarita e si è risollevata. Da sei anni non poteva compiere quel

movimento. Infermiera militare dal 1914, dopo la guerra, nell’ottobre del 1918, era stata

ammessa negli ospedali dell’esercito come ammalata a causa del “Mal di Pott”. Tra la fine della

guerra e l’inizio del 1922, rimarrà nell’ospedale militare, dove, immobilizzata in un busto di

gesso, subirà dolorosi trattamenti contro la paraplegia completa e l’incontinenza. Nonostante

l’evidenza della guarigione sopraggiunta il 3 luglio 1924, i medici che la esaminano non

abbandonano la prudenza. Decidono di aspettare. Alla fine di settembre del 1924, tre certificati

medici portano la conferma: la guarigione è completa, durevole, collegabile in stretto legame a

Lourdes. A Nizza, il vescovo ausiliario autorizza prima della fine dell’anno una cerimonia

religiosa di ringraziamento, alla quale partecipa personalmente. Oltre 30 anni dopo, su espressa

richiesta delle autorità di Lourdes, questa guarigione è ufficialmente riconosciuta da Mons.

Rémond, il 4 giugno 1957. Quattro anni dopo Henriette muore a Lione per problemi cardiaci.

42. Lydia BROSSE. Una volta guarita, si vota agli ammalati… Nata il 14 ottobre

1889, residente a Saint Raphaël (Francia). Malattia : Fistole tubercolari multiple con vasti

scollamenti in regione glutea sinistra. Guarita l’11 ottobre 1930, a 41 anni. Miracolo riconosciuto

il 5 agosto 1958 da Mons. Jean Guyot, vescovo di Coutances. Nel settembre 1984 Lourdes perde

una delle sue più fedeli hospitalier: Lydia Brosse, morta all’età di 95 anni. Ha servito gli ammalati

con tutte le sue forze e con tutta la sua anima. Perché una tale abnegazione? La risposta è

semplice: ha voluto rendere un po’ di quello che aveva ricevuto. Perché contro ogni attesa, un

giorno dell’ ottobre 1930, Dio, nel quale crede devotamente, ha guarito le piaghe di questa piccola

donna di 40 chili. Lydia aveva già avuto molte affezioni ossee, di origine tubercolare. Aveva

subito diversi interventi per ascessi multipli e ripetuti. Era stremata, dimagrita e anemica a causa

di queste emorragie. Durante il suo pellegrinaggio nell’ottobre 1930, non si era riscontrato

nessun miglioramento sensibile del suo stato. L’ultimo giorno, rinuncia al bagno alle piscine. È

durante il viaggio di ritorno verso Saint Raphaël, che trova il desiderio e la forza di alzarsi. Le sue

piaghe si chiudono. Al suo ritorno il medico curante constata “uno stato di salute fiorente, una

cicatrizzazione completa…”. Durante tutti gli anni che seguiranno, Lydia si recherà a Lourdes con

il pellegrinaggio del Rosario per dedicarsi agli ammalati. Solo 28 anni dopo la sua guarigione, ilmiracolo viene ufficialmente proclamato, non tanto per la perplessità dei medici, ma per la

lentezza dei processi di riconoscimento.

43. Suor MARIE MARGUERITE nata Françoise Capitaine. Guarita a centinaia di

chilometri da Lourdes! Nata il 13 aprile 1872. Clarissa nel monastero di Rennes, dal

1896. Malattia : Ascesso del rene sinistro con edema flittenulare e « crisi cardiache ». Guarita il

22 gennaio 1937, a 64 anni. Miracolo riconosciuto il 20 maggio 1946 dal cardinale Clement

Roques, arcivescovo di Rennes. L’anno 1937 comincia molto male al convento delle Clarisse di

Rennes. Ormai tutti sanno che Suor Marie Marguerite non lo trascorrerà. Stando così le cose, la

comunità ha iniziato una novena di preghiera, cosa che potrebbe sembrare inutile. Intanto Marie

Marguerite ha deciso di sostituire i propri medicamenti con l’acqua di Lourdes! Le medicine

ormai non risultano più efficaci date le condizioni compromesse della sua salute. La malattia era

iniziata nel 1924 con un ascesso al rene destro. Negli anni seguenti le crisi cardiache si erano

aggiunte ad un’evoluzione aggravata della sua ferita renale. Il suo stato non le permette

assolutamente di avere una vita normale. Il 22 gennaio 1937 è l’ultimo dei nove giorni di

preghiera che la sua comunità ha deciso di compiere per lei. Alla Elevazione, durante la messa

alla quale assiste, all’improvviso avverte un immenso sollievo. Gli edemi scompaiono in un

istante, i bendaggi troppo larghi delle sue gambe cadono, lei può mettere le scarpe e camminare!

Dall’indomani, riprende il suo compito di suora portinaia che aveva interrotto otto anni prima. Il

suo medico curante ha talmente difficoltà a credere che sia veramente guarita che continuerà a

sorvegliarla fino al 1945.

44. Louise JAMAIN (Mrs Maître). Tutti morti … adesso, è il suo

turno? Nata il 1° novembre 1914, a Parigi (Francia). Malattia : Tubercolosi polmonare, intestinale,

peritoneale. Guarita il 1° aprile 1937, a 22 anni. Miracolo riconosciuto il 14 dicembre 1951 da

Mons. Maurice Feltin, arcivescovo di Parigi. L’ospedale Laennec è formale: “Tubercolosi

polmonare, intestinale e peritoneale”. Il suo certificato medico, purtroppo, è quello di tutta la sua

famiglia. Louise è orfana di madre, ha avuto quattro fratelli tutti morti di tubercolosi…

Paradossalmente, ha l’impressione di attendere il proprio turno da troppo tempo: da sette anni

infatti è ricoverata per questa malattia! Come ultima risorsa, esprime il desiderio di recarsi a

Lourdes. Malgrado i consigli dei suoi familiari che temono che non ne ritornerà viva, lei partecipa

al Pellegrinaggio delle Bernadette, dal 28 marzo al 4 aprile 1937. Il viaggio ed i primi giorni sono

difficili, le vengono impartiti gli ultimi sacramenti il 30 marzo. Poi, la mattina del 1° aprile, dice di

sentirsi perfettamente riposata e chiede da mangiare. Il 4 aprile, a Parigi, fa ritorno al reparto

dell’ospedale dove l’attende un’immensa sorpresa! Più nessuna lesione, nessun microbo viene

evidenziato. Sei settimane dopo, trova lavoro. Alcuni anni dopo, diventa la Signora Maitre, ed in

seguito sarà mamma di due bambini.45. Francis PASCAL. Dopo una meningite… Nato il 2 ottobre

1934, residente a Beaucaire (Francia). Malattia : Cecità, paralisi degli arti inferiori. Guarito il 2

ottobre 1938, a 3 anni e 10 mesi. Miracolo riconosciuto il 31 maggio 1949 da Mons. Ch. de

Provenchères, arcivescovo di Aix en Provence. È la seconda guarigione di un bambino piccolo,

nella lista dei miracolati. La sua storia viene rivelata solo dopo 8 anni a causa della Seconda

Guerra Mondiale. Nel dicembre 1937 una meningite arriva a distruggere il corso della giovane

esistenza di Francis. A 3 ani e 3 mesi, le conseguenze di questa terribile malattia sono pesanti da

sopportare, per lui e per la sua famiglia: paralisi delle gambe e, meno gravemente, delle braccia e

perdita della vista. Gli si concede una piccolissima speranza di vita… e purtroppo

questa prognosi viene certificata da una buona decina di medici che vengono consultati prima

che il bambino venga condotto a Lourdes, alla fine dell’agosto del 1938. In seguito al secondo

bagno il bimbo ritrova la vista e la sua paralisi scompare. Al suo ritorno a casa, egli viene

nuovamente esaminato dai medici. Questi parlano allora di guarigione certa e scientificamente

inspiegabile. Francis Pascal non ha più lasciato le rive del Rodano dove vive tranquillamente.

46. Gabrielle CLAUZEL. Guarita in Algeria per intercessione della

Madonna di Lourdes… Nata il 15 agosto 1894, residente a Oran (Algeria). Malattia : Spondilite

reumatica. Guarita il 15 agosto 1943, al suo domicilio, all’età di 49 anni. Miracolo riconosciuto il

18 marzo 1948 da Mons. Bertrand Lacaste, vescovo di Oran. Il 15 agosto 1943, Gabrielle chiede di

essere condotta nella chiesa distante un centinaio di metri da casa sua. Da sette anni ormai soffre

di un reumatismo vertebrale che la costringe a letto. La sua vita è attaccata ad un filo perché è

tormentata da dolori che compromettono tutte le funzioni del suo organismo indebolito. Subito

dopo la messa, essa si alza. Tutti sono stupefatti. E chi è insieme a lei, sconcertato da questa

esplosione inattesa di vita, assiste sbalordito al suo ritorno a casa sulle sue gambe. Da quel

momento non ha mai smesso di stare bene. Gabrielle associa la propria guarigione all’invocazione

della Madonna di Lourdes e verrà esaminata al Bureau delle Constatazioni Mediche alla fine della

Seconda Guerra Mondiale, il 19 agosto e il 12 settembre 1945. Muore nel marzo del 1982, a quasi

88 anni, con il cuore più giovane che mai!

47. Yvonne FOURNIER. Un braccio che riprende vita… Nata nel gennaio 1923 a

Limoges (Francia). Malattia : Sindrome estenso-progressiva postraumatica dell’arto superiore

sinistro. (Sindrome di Leriche). Guarita il 19 agosto 1945, a 22 anni. Miracolo riconosciuto il 14

novembre 1959 dal cardinale Mons. Feltin, arcivescovo di Parigi. Dietro l’inutilità informale efredda di un formulario, compilato nel mese di gennaio 1940, che certifica un “Incidente sul

lavoro”, si verifica un dramma umano. Yvonne, 17 anni, ha avuto il braccio impigliato in una

cinghia che lo ha torto violentemente. Non si è staccato ed apparentemente è stato evitato il

peggio, tuttavia il trauma è stato tale che il braccio di Yvonne rimane completamente paralizzato.

Durante i 5 anni e sei mesi successivi all’incidente, essa subisce 9 interventi medici. Un tribunale

le attribuisce una pensione di invalidità con una certificazione del 70%, che equivale

all’amputazione di un arto. Yvonne partecipa al Pellegrinaggio Nazionale del 1945, il primo dopo

la guerra del 1939. Il 19 agosto, dopo un bagno, avverte un ritorno alla normalità del braccio

sinistro: scompare il dolore e ricompaiono la mobilità e la forza. Sino alla fine della sua vita,

Yvonne resterà sempre una pellegrina discreta e fedele di Lourdes.

48. Rose MARTIN. Un cancro che non avrà l’ultima parola… Nata a Pérona, il 28

marzo 1901, residente a Nizza (Francia). Malattia : Cancro del collo uterino (epitelioma

ghiandolare cilindrico). Guarita il 3 luglio 1947, a 46 anni. Miracolo riconosciuto il 5 magio 1949

da Mons. Rémond, arcivescovo vescovo di Nizza. La morte ha colpito Rose là dove lei ha dato la

vita. Il cancro al collo dell’utero guadagna terreno ogni giorno. L’operazione subita a Nizza, nel

febbraio 1946, non ha risolto nulla. Il 30 giugno 1947, in uno stato semi comatoso, arriva a

Lourdes. Al 3° bagno, si alza all’improvviso. Non ha più dolori e si comporta come una persona

normale, salvo il fatto che la morfina iniettata massicciamente in questi ultimi mesi la lascia

ancora in uno stato di torpore. Ma lei è guarita, la vita riprende il suo corso. Rose riprenderà

anche 17 Kg. in 10 mesi! Dopo essere passata al vaglio delle commissioni mediche, passa al vaglio

dell’autorità religiosa che dovrà stilare l’atto di riconoscimento del miracolo. Ma questo tarda ad

arrivare. Allora, il 17 marzo 1958, su richiesta espressa da Mons. Théas, vescovo di Tarbes e

Lourdes, Mons. Rémond, vescovo di Nizza, dichiara “approvate le conclusioni della Commissione

Canonica in data 5 maggio 1949”, e certifica “che in questa guarigione vi è veramente un

miracolo”.

49. Jeanne GESTAS. Prima di guarire, ritrova il cammino della

preghiera… Nata l’8 gennaio 1897, residente a Bègles (Francia). Malattia : Turbe dispeptiche con

complicanze occlusive post-operatorie. Guarita il 22 agosto 1947, a 50 anni. Miracolo

riconosciuto il 13 luglio 1952 da Mons. Paul Richaud, arcivescovo di Bordeaux. Jeanne rimane

stupita. Era così tanto tempo che non le capitava più una cosa del genere che l’aveva quasi

esclusa dalla sua vita. Ma cosa? La preghiera. Appena arrivata a Lourdes, nel 1946, la vita di

Jeanne, né facile né felice, costellata da sofferenze fisiche, comincia in effetti ad assumere un

senso, senza che lei lo realizzi veramente. Pesa solamente 44 Kg. Ma ha ricominciato a pregare, e

questo forse è essenziale. È come se una irragionevole speranza si impadronisse di lei… Al suo

ritorno, il suo medico considera le sue condizioni con uno sguardo scettico. Un anno dopo, il 21agosto 1947, parte ancora una volta per Lourdes, con il pellegrinaggio Nazionale. Nel corso del

suo primo bagno, il 22 agosto, avverte una “sensazione di sradicamento” che la spaventa.

Trascorre, tuttavia, un pomeriggio abbastanza buono. L’indomani, fa nuovamente il bagno.

Questa volta esce dalle piscine con la sicurezza di essere guarita. Il giorno stesso, abbandona ogni

precauzione alimentare. Torna a casa e riprende la sua normale attività, il gusto alla vita, e… del

peso!

50. Marie Thérèse CANIN. Un corpo gracile toccato dalla

grazia… Nata nel 1910, residente a Marsiglia (Francia). Malattia : Morbo di Pott dorso-lombare e

peritonite tubercolare fistolizzata. Guarita il 9 ottobre 1947, all’età di 37 anni. Miracolo

riconosciuto il 6 giugno 1952 da Mons, Jean Delay, arcivescovo di Marsiglia. La storia di Marie

Thérèse è tristemente banale. Nel 1936, all’età di 26 anni, la tubercolosi che ha già ucciso i suoi

genitori la colpisce a livello della colonna vertebrale (Mal di Pott) e dell’addome. Durante i 10

anni che seguono, essa vive al ritmo di ricoveri, di miglioramenti passeggeri, di ricadute, di

interventi, di innesti ossei. A partire dall’inizio del 1947 sente che le forze la stanno

abbandonando totalmente. Il suo corpo, di soli 38 chili, non oppone più resistenza. È in questo

stato che arriva a Lourdes, il 7 ottobre 1947, con il pellegrinaggio del Rosario. Il 9 ottobre, dopo

la processione del Santissimo Sacramento, si sente guarita… e può alzarsi, spostarsi… cenare alla

sera. L’indomani, viene sottoposta all’esame del Bureau Médical e si nota subito un netto

miglioramento. Questa impressione persiste ancora dopo un anno di attività, senza alcun arresto,

con una ripresa di peso (55 Kg. nel giugno 1948…) E’ una svolta decisiva. La tubercolosi che ha

ucciso i suoi genitori non avrà mai più presa su di lei.

51. Maddalena CARINI. Il futuro papa esamina il suo dossier… Nata l’11

marzo 1917, a Sanremo (Italia). Malattia : Tubercolosi peritoneale, pleuro-polmonare e ossea,

con coronaropatia. Guarita il 15 agosto 1948, a 31 anni. Miracolo riconosciuto il 2 giugno 1960

dal cardinale G.B. Montini, arcivescovo di Milano. Questa guarigione è anche la storia di una

fondazione. Maddalena, infatti, ha fondato un’opera a favore dei bambini handicappati: la

Famiglia dell’Ave Maria che, ogni anno, realizza un proprio pellegrinaggio che parte dall’Italia, in

particolare da Sanremo. Nella famiglia Carini, la tubercolosi era, disgraziatamente, familiare. Sin

dall’età di 10 anni, Maddalena presenta i focolai della malattia alla pleura, al rachide dorsale, al

peritoneo, che la obbligano a trascorrere lunghi soggiorni nel sanatorio fino all’età di 20 anni. Dai

20 ai 28 anni, viene curata a domicilio, senza miglioramenti sensibili. Nel 1945, ricomincia il suo

peregrinare nei centri di cura: in ospedale a Pavia, al sanatorio di Sanremo. La tubercolosi

guadagna terreno. Nel luglio 1948, all’età di 31 anni, il suo bilancio di salute è ben triste: pesa

solo 32 Kg. ! Un mese e mezzo dopo, il 15 agosto, davanti alla Grotta, si sente meglioall’improvviso. Scruta la gente che la circonda, inquieta. Sembra che non si siano accorti di nulla.

Decide allora di tacere. Segnalerà la propria guarigione solo il giorno successivo, sul treno del

pellegrinaggio dell’Unitalsi della Lombardia. Dopo l’inchiesta medica il suo dossier viene

trasmesso all’arcivescovo di Milano, ma viene dimenticato o insabbiato. Con l’arrivo di Mons.

Montini, futuro Papa Paolo VI, questo dossier viene riesumato dai cassetti e, il 2 giugno 1960, vi è

il riconoscimento della guarigione di Maddalena Carini come “fatto miracoloso”.

52. Jeanne FRÉTEL. Prima della messa del 5 ottobre 1948, il suo”

pane quotidiano” era la morfina… Nata il 25 maggio 1914, a Rennes (Francia). Malattia :

Peritonite tubercolare. Guarita l’8 ottobre 1948, a 34 anni. Miracolo riconosciuto il 20 ottobre

1950 dal cardinale Roques, arcivescovo di Rennes. “Il caso di Jeanne Fretel si colloca nella serie

dei fatti straordinari, scientificamente inspiegabili, alla presenza dei quali non si può che

ripetere: ecco la mano di Dio”. Questa è la conclusione dell’inchiesta sottoposta all’esame del

cardinale Roques, arcivescovo di Rennes. Il racconto del destino di Jeanne è emozionante. Finché

le sue forze glielo hanno permesso, è venuta ogni anno a Lourdes per ringraziare per quella che i

testimoni hanno chiamato una “Resurrezione”… Tra il 1938 e 1946, questa giovane donna ha

trascorso la sua vita in vari ospedali. Il suo corpo era coperto di cicatrici, testimonianza delle

numerose operazioni subite per combattere una peritonite tubercolosa. A partire dal 1946,

questo corpo martoriato sembra abbandonare la partita; le sue condizioni generali, già critiche,

declinano ulteriormente. Jeanne è dimagrita e non può abbandonare il letto. Il suo “pane

quotidiano”, è la morfina a forti dosi. Nell’ ottobre 1948, la situazione sembra disperata. Giunge

morente a Lourdes il 5 ottobre 1948, con il pellegrinaggio del Rosario. I primi due giorni

trascorrono senza miglioramento. Il terzo giorno, l’8 ottobre, dopo aver partecipato all’Eucarestia

per gli ammalati all’altare Santa Bernadette e dopo essere stata condotta davanti alla Grotta,

avverte i primi segni della propria guarigione: il ventre è tornato normale, la febbre ed i dolori

sono scomparsi ed è invece ricomparso un forte appetito. Subito può alzarsi, camminare,

mangiare! All’indomani del suo ritorno da Lourdes, riprende il lavoro di infermiera, traboccante

di vita: tutti i giorni si alza alle 5,30 e si corica alle 11 della sera, assumendosi i ruoli più faticosi.

Addio dolore, febbre, morfina.

53. Théa ANGELE (Suor Marie Mercédès). Guarigione e vocazione… Nata il 24

settembre 1921, a Tettnang (Germania). Malattia : Sclerosi a placche da sei anni. Guarita il 20

maggio 1950, a 29 anni. Miracolo riconosciuto il 28 giugno 1961 da Mons. Pierre Marie Théas,

vescovo di Tarbes e Lourdes. Il suo nome, al momento del riconoscimento della guarigione, è

Suor Marie Mercédès, religiosa. Prima di non poter più comunicare del tutto, aveva chiesto

spesso che la si portasse a Lourdes. La sclerosi a placche le aveva tolto tutte le sue facoltà. Le sue

condizioni non avevano smesso di peggiorare, in particolare dopo un bombardamento aereonell’aprile del 1945, che l’ha praticamente sotterrata viva, sulla strada di Tübingen. Nel 1950, i

suoi familiari decidono di esaudire, nonostante il parere dei medici, quella che ormai era

considerata la sua ultima volontà: andare a Lourdes. “Come si può portare all’estero una

moribonda, affrontando quasi 30 ore di treno?” chiede uno dei suoi medici, di Colonia. Lei,

tuttavia, giunge alla sua meta il 17 maggio 1950. Dopo alcuni bagni alle piscine di Lourdes ed

aver partecipato alla processione del Santissimo Sacramento, recupera in poche ore tutte le

facoltà che aveva perdute: parola, forza muscolare, movimento, appetito. Tutto questo viene

riportato dettagliatamente nel suo dossier del Bureau Médical. Ma quello che non si può trovare

tra i documenti è la guarigione spirituale di Théa che decide, nel 1955, di entrare al Convento

dell’Immacolata Concezione, a Lourdes. Da allora, nessuna recidiva si è manifestata a Théa, che è

diventata Suor Marie Mercédès.

54. Evasio GANORA. Due anni dopo il miracolo, viene travolto dal suo

trattore… Nato il 2 marzo 1913, residente a Casale Monferrato (Italia). Malattia : Morbo di

Hodgkin. Guarito il 2 giugno 1950, a 37 anni. Miracolo riconosciuto il 31 maggio 1955 da Mons. G.

Angrisani, vescovo di Casale Monferrato. La storia medica di questo agricoltore italiano è corta e

folgorante. Nel dicembre 1949, questo coltivatore, padre di cinque figli, accusa i primi malori che

gli impediscono di andare nei campi: affaticato da bruschi rialzi della temperatura, brividi,

sudori, non ha più appetito ed ha il fiato corto. Nel gennaio 1950 viene ricoverato. Il 21 febbraio

gli viene comunicato che è stato colpito dalla malattia di “Hodgkin”, vale a dire da un linfoma. Le

sue condizioni sono disperate. Non gli restano che pochi mesi di vita. Lo ritroviamo a fine maggio

alla partenza del pellegrinaggio organizzato dall’OFTAL della sua diocesi, pronto a sopportare il

viaggio seppur costretto a stare coricato! Il 2 giugno, primo giorno del suo soggiorno a Lourdes,

Evasio viene condotto alle piscine per un primo bagno nell’acqua della Grotta. Durante

l’immersione, ha l’impressione di una corrente molto calda che gli attraversa il corpo. Quando

esce dal bagno, riesce ad alzarsi da solo e ritorna a piedi all’Accueil dove è alloggiato. L’indomani,

quando il medico passa davanti al suo letto, si sorprende nel constatare un notevole

miglioramento della sua salute. Evasio decide di recarsi alla Via Crucis, al Calvario des

Espélugues. Il terzo giorno si sente così bene che si mette al servizio degli “altri” ammalati

sospingendoli in carrozzina. Tornato a Casale, riprende la sua occupazione di coltivatore, senza

la minima difficoltà. Dopo numerose verifiche mediche, viene riconosciuto miracolato nel 1955,

due anni prima di morire travolto dal suo trattore.55. Edeltraud FULDA (Signora Haidinger). Da una “prima” a Milano,

ad una “prima” alle piscine di Lourdes… Nata il 20 luglio 1916, residente a Vienna (Austria).

Malattia : Morbo di Addison. Guarita il 12 agosto 1950, a 34 anni. Miracolo riconosciuto il 18

maggio 1955 dal cardinale Innitzer, arcivescovo di Vienna. Edeltraud e Ruth, sua sorella, sono

ballerine classiche e conducono la vita che hanno scelto viaggiando in tournée in Austria, in

Ungheria, in Svizzera, in Italia. Ma la vita di Edeltraud precipita la sera di una “prima” a Milano. È

il 29 giugno 1937. I dolori al ventre che sente da qualche tempo sono diventati insopportabili. Si

crede all’inizio ad una crisi di appendicite. Dopo molti ricoveri, nel maggio 1938, le viene tolto un

rene. I medici diagnosticano finalmente la malattia “di Addison”, una insufficienza delle ghiandole

surrenali. Nell’agosto del 1950, vuole partecipare ad un pellegrinaggio a Lourdes, ma è tardi per

iscriversi, ed allora vi si reca accompagnata dalla madre. Vi giunge l’11 agosto. A Lourdes

incontrano un hospitalier olandese che invita Edeltraud ad andare alle piscine. All’inizio è molto

reticente, ma poi si decide ad andare. Fin dal primo bagno si sente meglio. E nei giorni seguenti

decide da sola di interrompere le iniezioni quotidiane di ormoni, prima di ritornare a casa.

Guarita, l’ex danzatrice, “troppo vecchia per danzare sulle punte”, trova un impiego come

magliaia, un mestiere che esige una posizione costantemente in piedi. Il 16 aprile 1968, sempre in

eccellente salute, si sposa e diventa la Signora Haidinger.

56. Paul PELLEGRIN. Un colonnello nella lotta della sua vita… Nato il 12 aprile

1898, residente a Tolone (Francia). Malattia : Fistola post-operatoria da svuotamento di ascesso

epatico. Guarito il 3 ottobre 1950, a 52 anni. Miracolo riconosciuto l’8 dicembre 1953 da Mons.

Auguste Gaudel, vescovo del Féjus. Il 5 ottobre 1950 il colonnello Pellegrin e sua moglie sono di

ritorno a casa, a Tolone, provenienti da Lourdes ed il colonnello si reca come d’abitudine

all’ospedale per riprendere la cura di iniezioni di chinino nel fianco destro. Sono mesi e mesi che

questa fistola resiste ad ogni trattamento. È apparsa in seguito ad un’operazione per un ascesso

al fegato. Egli, tenente colonnello della fanteria coloniale, impiega ormai tutta la sua energia in

questa battaglia, nella lotta feroce contro questa infezione microbica. E nulla è mai migliorato,

anzi al contrario il peggioramento è continuo! Di ritorno da Lourdes, né lui né sua moglie

intravvedono veramente una guarigione, anche se la Signora Pellegrin ha constatato, dopo il

bagno nell’acqua della Grotta, che la piaga di suo marito non è più come prima. All’ospedale di

Tolone, gli infermieri si rifiutano di fare l’iniezione di chinino poiché la piaga è scomparsa ed al

suo posto vi è una macchia rosa della pelle ricostruita di fresco… È solo allora che il colonnello

comprende di essere guarito. Il medico che lo esamina gli domanda all’improvviso: “Ma cosa ci ha

messo sopra?” – “Torno da Lourdes” risponde. La malattia non tornerà mai più. E’ stato l’ultimo

“miracolato” nato nel XIX° secolo.57. Fratel Léo SCHWAGER. “Aveva un’aria

straordinariamente estatica”… Nato il 19 maggio 1924, a Friburgo (Svizzera). Malattia : Sclerosi a

placche da cinque anni. Guarito il 30 aprile 1952, a 28 anni. Miracolo riconosciuto il 18 dicembre

1960 da Mons. François Charrière, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Il 30 aprile 1952 il

professor Barbin, della Facoltà di medicina di Nantes, è sbalordito da ciò che ha visto con i propri

occhi. È senza dubbio uno degli avvenimenti più significativi della sua vita: infatti è appena stato

testimone diretto della guarigione spettacolare di Léo Schwager. L’immagine di questo volto non

lo lascerà mai più. Il professore è colpito dall’espressione del malato: “aveva una straordinaria

aria estatica, guardando fisso il Santissimo Sacramento che si allontanava, e non lo lasciava con

gli occhi. Ho notato che nello stesso momento sembrava oppresso, come se avesse ricevuto un

colpo o una violenta emozione e che faceva fatica a ispirare profondamente.” Ma che cosa è

esattamente successo a Léo Schwager, questo fratello benedettino di Friburgo, in Svizzera? È

stato guarito all’improvviso dalla sclerosi a placche, niente di meno. Dopo aver provato una

specie di choc, come una scossa elettrica, Léo si è alzato, lasciando la sua carrozzina per mettersi

in ginocchio, in preghiera, al passaggio del Santissimo Sacramento. Dopo questo avvenimento egli

conserverà per tutta la vita una buona salute, ponendo soprattutto le sue energie al servizio degli

ammalati a Lourdes e come organizzatore del pellegrinaggio della Svizzera tedesca.

58. Alice COUTEAULT nata GOURDON. Per lei e suo marito, la

fine di un calvario… Nata il 1° dicembre 1917, residente a Bouillé Loretz (Francia). Malattia :

Sclerosi a placche da tre anni. Guarita il 15 maggio 1952 a 35 anni. Miracolo riconosciuto il 16

luglio 1956 da Mons. Henri Vion, vescovo di Poitiers. Anche il marito di Alice vive un calvario nel

vedere la moglie in quello stato. “Per camminare, racconta, è costretta a trascinarsi appoggiata a

due sedie (…). Non riesce più a spogliarsi da sola… parla con difficoltà, e la sua vista è molto

diminuita…”. Alice soffre di sclerosi a placche. Malgrado questa malattia che la opprime,

malgrado la sofferenza indicibile del viaggio, Alice ha una fiducia sconfinata quando arriva a

Lourdes, il 12 maggio 1952. Questa fiducia mette quasi in imbarazzo le persone che

l’accompagnano… Pur testimoniando la sua fede nell’efficacia dei bagni nell’acqua di Lourdes,

Alice afferma anche di essere indegna della grazia di una guarigione. Suo marito non spera

assolutamente nulla da questa esperienza. Il 15 maggio, dopo un bagno alle piscine, lei ricomincia

a camminare ed alcune ore dopo a parlare! Suo marito è totalmente sconvolto. Tornata a casa, il

loro medico curante constata una guarigione totale. Alice, dopo la sua guarigione, ha partecipatoa numerosi pellegrinaggi come aiuto infermiera, assieme al marito, anche lui volontario al

servizio degli ammalati.

59. Marie BIGOT. La guarigione è avvenuta in tre

tempi… Nata il 7 dicembre 1922, a La Richardais (Francia). Malattia : Aracnoidite della fossa

posteriore (cecità, sordità, emiplegia). Guarita l’8 ottobre 1953 e 8 – 10 ottobre 1954, a 31 e 32

anni. Miracolo riconosciuto il 15 agosto 1956 dal cardinale Clement Roques, arcivescovo di

Rennes. Il caso di Marie è unico negli annali di Lourdes: Ha vissuto tre guarigioni successive. Nel

1952, a 30 anni, non cammina più, non sente più, non vede più. Il suo male ha un nome barbaro:

aracnoidite della fossa posteriore (meningite grave). Quando si reca a Lourdes per la prima volta,

con il pellegrinaggio del Rosario, nell’ottobre 1952, è costretta a letto e pensa di imparare il

metodo braille. Ritorna a casa senza alcun miglioramento, malgrado le sue speranze. L’anno

successivo, nel corso del pellegrinaggio, sorpresa, recupera la possibilità di camminare. Un anno

dopo, di nuovo in pellegrinaggio, alla fine della processione Eucaristica dell’8 ottobre 1954,

ritrova l’udito: “Ho sentito perfettamente la folla che cantava: Regina del Rosario.” E le ore che

seguono le riservano altre emozioni: sul treno del ritorno, le ritorna la vista. Successivamente,

non le rimane nessuna recidiva medica: grazie ad una perfetta salute, Maria ha potuto tornare a

Lourdes pressoché tutti gli anni.

60. Ginette NOUVEL nata Ginette Fabre. Una malattia rara… Nata il 18 gennaio

1928, residente a Carmaux (Francia). Residente a Carmaux (Tarn). Malattia : Morbo di Budd-

Chiari. (Trombosi delle vene sovraepatiche). Guarita il 21 settembre 1954, a 27 anni. Miracolo

riconosciuto il 31 maggio 1963 da Mons. Claude Dupuy, arcivescovo di Albi. Ginette compirà 26

anni tra alcune settimane ed il suo avvenire sta per assumere un risvolto drammatico. Presenta i

primi segni allarmanti di una malattia rara: una trombosi delle vene sovraepatiche (o malattia di

Budd Chiari). Anche se la malattia che la colpisce è considerata incurabile, lei esce dall’ospedale a

metà agosto 1954 per tornare a casa. Pensa allora di recarsi in pellegrinaggio a Lourdes e vi

giunge il 20 settembre. Segue con difficoltà tutte le celebrazioni. In apparenza, nulla è cambiato,

tuttavia è a partire da questa data che non ha più bisogno di cure e che, a poco a poco, la sua vita

si normalizza, quasi dolcemente. Tre mesi dopo il suo passaggio a Lourdes, la sua guarigione

sembra ormai certa. Questa viene riconosciuta il 31 maggio 1963. A più riprese, fino al 1969,

Ginette ritorna a Lourdes. Ma, all’inizio del 1970, la malattia la colpisce di nuovo. Sarà questa una

recidiva sedici anni dopo? Muore nel giugno dello stesso anno, a causa di una perforazione

intestinale, dovuta ad un errore medico. Il Comitato Medico Internazionale ha preso atto della

causa immediata della sua morte, ma anche “della probabile ripresa evolutiva della sua malattia

iniziale” tenendo conto dell’eccezionale lunghezza del periodo di perfetta remissione di cui aveva

beneficiato.61. Elisa ALOI (Signora Varacalli). Guarita per

diventare mamma… Nata il 26 novembre 1931, a Patti (Sicilia). Malattia : Tubercolosi osteo-

articolare e fistole multiple dell’arto inferiore destro. Guarita il 5 giugno 1958, a 27 anni.

Miracolo riconosciuto il 26 maggio 1965 da Mons. Francesco Fasola, arcivescovo di Messina. Elisa

Aloi ha quasi 17 ani quando comincia a soffrire di un “tumore bianco”, una tubercolosi del

ginocchio destro. In seguito e per 10 anni, soffre moltissimo e le ricadute fanno seguito ai

trattamenti. Nel giugno 1957, come ultima risorsa, si reca a Lourdes in pellegrinaggio con

l’organizzazione italiana U.N.I.T.A.L.S.I., ma ritorna a casa, in Sicilia, ammalata come prima.

Tuttavia, nel giugno 1958, in una situazione ancor più compromessa, ritorna a Lourdes. Le sue

medicazioni vengono fatte con l’acqua di Lourdes. Dieci giorni dopo il ritorno in Sicilia, il medico

nota che, a suo giudizio, “Elisa Aloi è tornata da Lourdes completamente guarita”. Nel 1965 Mons.

Fasola, arcivescovo di Messina, dichiara formalmente miracolosa la guarigione di Elisa Aloi.

Qualche mese dopo, Elisa si sposa. Tra il 1966 e il 1974, avrà quattro figli.

62. Juliette TAMBURINI. L’ultima iniezione sarà quella

buona… Nata il 4 dicembre 1936 a Marsiglia (Francia). Malattia : Osteo-periostite femorale

fistolizzata, epistassi da dieci anni. Guarita il 17 luglio 1959, a 22 anni. Miracolo riconosciuto l’11

maggio 1965 da Mons. Marc Lallier, arcivescovo di Marsiglia. Il corpo della giovane Juliette è

straziato… Tra i 12 e i 22 anni di età ha subito 11 interventi chirurgici, tra cui 4 raschiamenti

ossei. Tutti i trattamenti si sono rivelati inefficaci. Quando, nel luglio 1959, parte per Lourdes con

il pellegrinaggio della sua diocesi, è in condizioni pietose. Dopo che l’acqua della Grotta viene

versata sulla sua piaga più grande, si assiste ad un prosciugamento del flusso, alla chiusura della

fistola ed alla scomparsa dell’emorragia. Poiché tutte le remissioni della malattia non erano state

durature, questa “guarigione” non viene divulgata a nessuno. Solo nel 1960, un anno dopo, il

Bureau Médical di Lourdes ne viene informato. Il dossier arriva finalmente nelle mani del Prof.

Michel Salmon: “guarigione istantanea, senza convalescenza (…) medicalmente inspiegabile”.

Definitivamente guarita, Juliette è sempre rimasta fedele a Lourdes.63. Vittorio MICHELI. Il cacciatore alpino ed il

terribile cancro… Nato il 6 febbraio 1940, a Scurelle (Italia). Malattia : Sarcoma dell’anca sinistra.

Guarito il 1° giugno 1963, a 23 anni. Miracolo riconosciuto il 26 maggio 1976 da Mons.

Alessandro Gottardi, arcivescovo di Trento. Chi potrebbe pensare che il barelliere Vittorio

Micheli è il 63° miracolato di Lourdes, lui così discreto e così spesso presente a Lourdes per

servire con semplicità gli ammalati? Nel 1962, il giovane cacciatore alpino Micheli viene

ricoverato all’ospedale di Verona, in Italia. Soffre terribilmente ad un’anca. La diagnosi arriva

quasi subito, come una mannaia: la causa del male è un tumore temibile, un sarcoma. Quando, nel

1963, Vittorio arriva a Lourdes, la sua articolazione è molto colpita. Durante il pellegrinaggio non

avviene nulla di particolare, salvo il fatto che egli si bagna nell’acqua di Lourdes. Al suo rientro

viene ricoverato all’ospedale militare. Gli vengono fatti dei controlli radiografici che… vengono

male interpretati. Sei mesi dopo le condizioni di salute eccellenti di Vittorio pongono

un’interrogativo… gli esami mostrano una ricostruzione ossea i cui primi segni risalgono a più di

5 mesi prima. I dolori sono cessati ed egli ha potuto riprendere a camminare. Vittorio è guarito.

64. Serge PERRIN. Venuto per fare piacere a sua moglie! Nato il 13 febbraio 1929,

residente a Lion d’Angers (Francia). Malattia: Emiplegia destra recidivante, con alterazione del

visus, da turbe circolatorie carotidee bilaterali. Guarito il 1° maggio 1970, a 41 anni. Miracolo

riconosciuto il 17 luglio 1978 da Mons. Jean Orchampt, vescovo di Angers. Nel mese di dicembre

1968 Serge viene improvvisamente colpito da una emiplegia. In seguito a successive visite, gli

viene diagnosticata una trombosi carotidea. Ritorna a casa dove, passivamente, subisce il

progredire della sua paralisi. Come ultima risorsa, parte per Lourdes nel 1969. Ne ritorna nel

medesimo stato allarmante, colpito da turbe visive, perdita della vista, impotenza fisica. È furioso

nel vedersi ridotto in questo stato. L’anno seguente, questa volta senza speranza, desidera

partecipare al pellegrinaggio di Angers. Dopo un inizio piuttosto doloroso, arriva l’ultimo giorno

di permanenza a Lourdes. Nel programma del mattino vi è l’Unzione degli ammalati. E’ a questo

punto che comincia a sentire delle sensazioni insolite. Nel pomeriggio, scopre di camminare

meglio senza le stampelle e di vedere meglio senza occhiali!! Parte da Lourdes convinto di essere

guarito, cosa che i medici confermeranno.65. Delizia CIROLLI. La preghiera piuttosto che

l’amputazione… Nata il 17 novembre 1964, residente a Palermo (Italia). Malattia : Sarcoma di

Ewing del ginocchio destro. Guarita verso il Natale 1976. Miracolo riconosciuto il 28 giugno 1989

da Mons. Luigi Bonmarito, vescovo di Catania. Delizia Cirolli è oggi una madre di famiglia ed è

infermiera. Questa sua doppia vocazione ha fatto irruzione nella sua vita come un regalo e contro

ogni attesa. Nel marzo 1976, la vita di questa ragazza siciliana di 11 anni aveva preso una svolta

drammatica. Camminava con difficoltà a causa di un ginocchio dolorante. Il medico specialista

annunciò che occorreva amputare perché il tumore che l’aveva colpita avrebbe potuto esserle

fatale. I genitori rifiutarono questa amputazione e tutti coloro che conoscevano la piccola Delizia

si misero in preghiera per la sua guarigione e fecero una colletta affinché potesse andare in

pellegrinaggio dalla Madonna di Lourdes, che i Siciliani venerano in modo particolare. Durante

l’estate, Delizia partì con sua madre alla volta di Lourdes. Ne ritornò sfinita, senza un vero

cambiamento. Verso Natale 1976 il suo stato si aggravò e proprio mentre la sua famiglia vedeva

ormai prossima la sua fine, arrivò la guarigione, improvvisa. Rapidamente la ragazza riprese vita,

mangiò di nuovo, camminò, ritornò a scuola. Diventata la Signora Costa, è oggi mamma di tre

bambini. Delizia è diventata hospitalier per mettersi al servizio di coloro che soffrono.

66. Jean Pierre BÉLY. “Alzati e cammina!” Nato il 9

ottobre 1936, residente alla Couronne (Francia). Malattia : Sclerosi a Placche evolutiva da

quindici anni. Guarito il 9 ottobre 1987. Miracolo riconosciuto il 9 febbraio 1999 da Mons.

Dagens, vescovo di Angoulême. La famiglia Bély conduce una vita tranquilla nella sua casa della

periferia di Angoulême. Jean Pierre, sposato con Geneviève e padre di due figli, è infermiere

all’ospedale, fino a quando, nel 1972, si manifestano i primi sintomi di una sclerosi a placche. Le

condizioni di Jean Pierre peggiorano di anno in anno, così in fretta che viene presto dichiarato

“invalido al 100% definitivamente, con diritto all’accompagnamento” . Nell’ ottobre 1987, ormai

costretto a letto, si reca a Lourdes con il pellegrinaggio del Rosario. Dopo l’unzione degli infermi,

il terzo giorno, sente una grande pace interiore. Poi, all’improvviso, ritrova la sensibilità tattile e

può muoversi nuovamente. Sul momento non osa mettersi in piedi… Nella notte successiva, una

voce interiore gli ripete: “Alzati e cammina”, cosa che Jean Pierre Bély fa. Successivamente godedi una perfetta salute mentre le istituzioni sociali continuano a considerarlo sempre totalmente

invalido. Egli sottolinea: “Il Signore ha guarito prima il mio cuore e poi il mio corpo”. Dopo dodici

anni di inchieste mediche, Mons. Claude Dagens, vescovo di Angoulême, in seguito al parere

favorevole di una commissione canonica, dichiara che questa guarigione è “un segno effettivo del

Cristo Salvatore, che si è compiuto per intercessione della Madonna di Lourdes”. Invalido al

100%, Jean Pierre Bely è stato guarito…al 100%.

67. Anna SANTANIELLO. Entrata alle piscine su una barella, ne esce a piedi. Nata

a Salerno (Italia). Malattia : Morbo di Bouillaud. Età : 41 anni. Guarita il 19-08-1952 all’età di 41

anni. Miracolo riconosciuto da Mons. Gerardo Pierro, arcivescovo di Salerno, il 21-09-2005. Nata

nel 1911, Anna Santaniello si è gravemente ammalata di cuore dopo una febbre reumatica. Affetta

da “disnpea intensa e persistente”, conosciuta anche come malattia di Bouillaud, manifesta

disturbi del linguaggio, impossibilità a camminare nonché gravi attacchi di asma, cianosi del viso

e delle labbra e un edema crescente degli arti inferiori. Il 16 agosto 1952 si reca in pellegrinaggio

a Lourdes con l’organizzazione italiana UNITALSI. Affronta il viaggio a Lourdes in treno, su una

barella. Durante il soggiorno viene alloggiata presso l’Asile Notre Dame (antenato dell’attuale

Accueil Notre Dame, nel Santuario) e viene tenuta sotto costante controllo medico. Il 19 agosto

viene trasportata, con la barella, alle piscine. Ne esce da sola. Quella sera stessa, partecipa alla

fiaccolata mariana. Il 21 Settembre 2005, la guarigione miracolosa di Anna Santaniello viene

ufficialmente riconosciuta da Mons. Gerardo Pierro, arcivescovo di Salerno. Anna Santaniello ha

detto, più tardi, che nonostante fosse malata, non aveva pregato per sé stessa a Lourdes, davanti

alla Grotta, ma per un giovane di 20 anni, Nicolino, che aveva perso l’uso delle gambe dopo un

incidente. Nubile, dopo il suo ritorno in Italia, si è presa cura di centinaia di bambini svantaggiati,

esercitando la professione di infermiera pediatrica.

68. Suor Luigina TRAVERSO. Una forte sensazione

di calore! Nata il 22 agosto 1934 a Novi Ligure (Italia). Età : 30 ans. Malattia: Paralisi della gamba

sinistra. Data della guarigione : 23-07-1965. Guarigione riconosciuta il 11.10.2012 da Mons.

Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato. Suor Luigina Traverso è nata il 22 Agosto 1934 a

Novi Ligure (Piemonte), Italia, nel giorno della festa di Maria Regina. Non ha ancora 30 anni

quando accusa i primi sintomi di paralisi della gamba sinistra. Dopo diversi interventi chirurgici

sulla colonna vertebrale, che non hanno dato esito alcuno, nei primi anni ’60 la religiosa,

obbligata a rimanere a letto, chiede alla Madre Superiora della sua comunità il permesso di fare

un pellegrinaggio a Lourdes. Parte alla fine di luglio del 1965. Il 23 luglio, durante la

partecipazione all’Eucaristia, al passaggio del Santissimo Sacramento sente una forte sensazione

di calore e benessere che la spinge ad alzarsi dalla barella. Il dolore è scomparso, il suo piede harecuperato la mobilità. Dopo una prima visita al Bureau des Constatations Médicales, suor

Luigina torna l’anno seguente. Viene presa la decisione di aprire un dossier. Sono necessarie tre

riunioni del Bureau des Constatations Médicales (nel 1966, 1984 e 2010) e ulteriori esami

medici prima che questo attesti la guarigione della religiosa. Il 19 Novembre 2011, a Parigi, il

CMIL (Comitato Medico Internazionale di Lourdes) conferma il suo carattere “inspiegabile allo

stato attuale delle conoscenze della scienza”. In seguito, dopo uno studio del dossier, Mons.

Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato, ha deciso di dichiarare, in nome della Chiesa, che la

guarigione inspiegabile di Suor Luigina è un miracolo.

69. Danila CASTELLI. Uscendo dalla piscine, uno

straordinario benessere… Nata il 16 gennaio 1946 a Bereguardo (Italia). Età : 43 anni. Malattia :

Ipertensione con crisi gravi e ricorrenti. Guarita il 04-05-1989. Guarigione riconosciuta il 20-06-

2013 da Mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia. Danila Castelli, moglie e madre di famiglia che

ha condotto una vita normale fino a 34 anni, ha cominciato a soffrire di gravi crisi ipertensive

spontanee. Nel1982, esami radiologici ed ecografici mettono in evidenza una massa para-uterina

in utero fibromatoso. Danila è sottoposta allora a una isterectomia e annessectomia.. Nel

novembre del 1982 subisce una parziale rimozione del pancreas. Una scintigrafia conferma,

l’anno successivo, la presenza di un tumore « feocromocitoma » nella zona rettale, vescicale e

vaginale.. Subisce, fino al 1988, diversi interventi chirurgici senza alcun risultato. Nel maggio del

1989, durante un pellegrinaggio a Lourdes, Danila esce dalle piscine del Santuario dove è stata

bagnata e percepisce uno straordinario benessere. Poco dopo dichiara la sua istantanea

guarigione al Bureau delle Constatazioni Mediche di Lourdes. Dopo cinque riunioni (1989, 1992,

1994, 1997 e 2010) il Bureau dichiara la guarigione attraverso una votazione formale e unanime:

“La signora Castelli è guarita, in modo completo e duraturo, dopo il suo pellegrinaggio a Lourdes

nel 1989, 21 anni fa, dalla malattia di cui soffriva, senza alcun rapporto con gli interventi e le

terapie subite “. Danila Castelli da allora ha ripreso una vita completamente normale. Il CMIL

(Commissione Medica Internazionale di Lourdes), nella sua riunione del 19 novembre 2011, a

Parigi, ha certificato “che le modalità della guarigione restano inspiegabili allo stato attuale delle

conoscenze scientifiche.” Il 20 giugno 2013, Mons. Giovanni Giudici, vescovo della diocesi di Pavia

(Italia), dove vive Danila Castelli, ha riconosciuto il carattere ” prodigioso-miracoloso”, e il valore

di “segno” di questa guarigione. Questa è la 69esima guarigione di Lourdes riconosciuta

miracolosa da un vescovo.70. Suor Bernadette Moriau. Guarigione riconosciuta il

11.02.2018 da Mons. Jacques Benoît-Gonnin, vescovo di Beauvais (Francia). È stata guarita all’età

di 69 anni, l’11 luglio 2008, dopo aver partecipato ad un pellegrinaggio a Lourdes e aver ricevuto

il sacramento dei malati, l’unzione degli infermi. Quel giorno stesso, nel momento stesso in cui si

svolge la Processione Eucaristica a Lourdes, lei si trova nella Cappella della sua Comunità per

un’ora di adorazione. Verso le 17.45, rivive nel suo cuore, un momento forte vissuto nella Basilica

S. Pio X, in occasione della benedizione dei malati con il SS. Sacramento. È allora che sente

un’insolita sensazione di rilassamento e calore in tutto il corpo. Lei percepisce come una voce

interiore che gli chiede di togliere tutte le apparecchiature che indossava, corsetto e tutore, che

aveva indossato per anni. È guarita. Dei nuovi esami clinici, perizie e tre riunioni collegiali a

Lourdes nel 2009, 2013 e 2016, hanno permesso all’Ufficio delle Costatazione Mediche di

dichiarare collegialmente, il 7 luglio 2016, la natura imprevista, istantanea, completa, duratura e

inspiegabile della guarigione. Il 18 novembre 2016 a Lourdes, nel corso della sua riunione

annuale, il Comitato Medico Internazionale di Lourdes, conferma“la guarigione inspiegabile allo

stato attuale delle conoscenze scientifiche”.

71. John Traynor. Guarigione riconosciuta il 08.12.2024.

Nato a Liverpool nel 1883, da madre irlandese, si arruolò nella Royal Navy all’inizio della prima

guerra mondiale. Inizialmente ferito l’8 ottobre 1914 nei pressi di Anversa (Belgio), fu colpito da

mitragliate l’8 maggio 1915 durante la battaglia di Gallipoli (l’attuale Turchia). Numerose

operazioni chirurgiche si rivelarono inefficaci. Perse l’uso del braccio destro, ma rifiutò

l’amputazione e soffrì di forti crisi epilettiche. Nel 1920, un chirurgo di Liverpool tentò di curare

l’epilessia attraverso una trapanazione, che portò a una paralisi parziale di entrambe le gambe. Il

suo stato di salute era tale che, all’inizio dell’estate del 1923, «fu designato all’ospizio degli

incurabili, dove doveva entrare il 24 luglio 1923» (verbale di guarigione del Bureau des

Constatations Médicales, firmato dal presidente, dottor Auguste Vallet, il 2 ottobre 1926). Il

riconoscimento ufficiale della sua guarigione da parte della Chiesa avviene solo nel 2024.

Il miracolo viene proclamato un secolo dopo la sua guarigione.72. Antonia Raco (coniugata Lofiego), 67 anni, affetta da

Sclerosi Laterale Primaria (PLS), è guarita nel 2009 quando è venuta a Lourdes con

l’organizzazione italiana di pellegrinaggi UNITALSI (30 luglio – 5 agosto 2009).

La perfezione dell’universo

Uno dei risultati più rilevanti della cosmologia moderna è l’affermazione che l’universo non è eterno.

Le osservazioni astronomiche — in particolare l’espansione delle galassie, la radiazione

cosmica di fondo e la distribuzione degli elementi primordiali — indicano che l’universo ha avuto

origine circa 13,8 miliardi di anni fa con l’evento noto come Big Bang.

Questo dato ha profonde implicazioni filosofiche: spazio, tempo, materia ed energia hanno avuto

un inizio comune. La scienza descrive ciò che accade dopo questo inizio, ma non è in grado di

spiegare perché l’universo esista né quale sia la causa ultima della sua origine.

La dottrina cristiana della creatio ex nihilo afferma che Dio ha creato l’universo dal nulla, non a

partire da una materia preesistente. Il Big Bang non dimostra questa dottrina, ma la rende

plausibile dal punto di vista razionale, poiché descrive un universo che nasce nel tempo.

Il racconto biblico della Genesi, pur non essendo un testo scientifico, afferma chiaramente un inizio

assoluto:

“In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1)

Questa visione si distingue dai miti antichi che concepivano il cosmo come eterno o ciclico.

SPIEGAZIONE SCIENTIFICA DEL BIG BANG:

Quella del Big Bang è la teoria scientifica sull’origine del cosmo attualmente più accreditata:

postula che il nostro universo abbia avuto origine circa 13,8 miliardi di anni fa da uno stato

estremamente caldo e denso, e che da allora si sia espanso in modo sostanzialmente continuo. La

teoria del Big Bang si è imposta all’attenzione della comunità scientifica nel corso dello scorso

secolo, quando una serie di osservazioni sperimentali hanno messo progressivamente in crisi i

modelli di universo stazionario, molto in voga fino almeno alla metà del Novecento, che

prevedevano un cosmo immutabile nello spazio e nel tempo.

Come detto poc’anzi, le due prove decisive a favore della teoria del Big Bang furono l’osservazione

dell’espansione dell’universo, grazie alle misurazioni raccolte dall’astronomo Edwin Hubble negli

anni venti, e la scoperta della radiazione cosmica di fondo: quest’ultima è una sorta di “eco” del big

bang che tuttora permea l’intero universo, osservata per la prima volta in modo accidentale nel

1965 dai radioastronomi Arno Penzias e Robert Wilson. In mezzo, è importante citare anche il

lavoro del fisico George Gamow, che nell’immediato dopoguerra fornì solide basi teoriche alla

teoria del big bang e previde la radiazione di fondo. Osservazioni cosmologiche più recenti

realizzate da diverse sonde spaziali (tra cui il satellite Planck dell’Agenzia Spaziale Europea) hanno

permesso di mappare in modo estremamente preciso la distribuzione della radiazione cosmica di

fondo, le cui piccole disomogeneità (lievi fluttuazioni di temperatura e densità) sono il segno delle

fluttuazioni da cui si pensa si siano originate le strutture dell’universo attuale. La teoria del Big

Bang è tuttora messa alla prova da ricerche teoriche e osservative sempre più dettagliate, che

indagano le molte questioni ancora aperte sulle origini dell’universo.

L’EVOLUZIONE DELL’UNIVERSO E IL SUO DESTINO

Dallo stato iniziale estremamente caldo e denso, immediatamente successivo al big bang,

l’universo ha attraversato una serie di trasformazioni che hanno portato alla graduale formazione

di particelle, atomi, pianeti, stelle, galassie e strutture via via più complesse. Le varie fasi che hanno

caratterizzato l’evoluzione dell’universo sono state ricostruite con grande precisione nel contesto

del modello cosmologico standard, l’impalcatura teorica (fondata sull’ipotesi del big bang) che a

oggi descrive nel modo più efficace e preciso la storia del cosmo. Tuttavia, restano sullo sfondo

molti problemi aperti, su cui si concentrano le attuali ricerche teoriche e sperimentali nel campo

della cosmologia. Per citarne solo alcuni, la natura della materia oscura, il cui ruolo è stato cruciale

per la formazione delle prime galassie, e dell’energia oscura, associata all’osservazione di

un’espansione accelerata dell’universo. Un altro fenomeno oggetto di dibattito è la cosidetta

inflazione cosmica, una fase di rapidissima espansione che sarebbe avvenuta nei primi istanti di

vita del cosmo, tale da moltiplicare di una quantità enorme il fattore di scala dell’universo: si tratta

di un paradigma largamente accettato nella comunità scientifica, soprattutto perchégiustificherebbe l’attuale omogeneità dell’universo su larga scala; tuttavia, una prova sperimentale

decisiva dell’inflazione è ancora mancante. Anche il futuro e il destino dell’universo sono questioni

aperte, che hanno da sempre affascinato i cosmologi. L’ipotesi più probabile è che l’universo

prosegua la sua espansione indefinitamente (favorita dalla “spinta” dell’energia oscura), arrivando

a una sorta di triste “morte termica” che porterebbe allo spegnimento graduale di tutte le stelle.

Un’ipotesi alternativa è il cosiddetto big crunch, secondo cui a un certo punto l’attrazione

gravitazionale potrebbe prevalere sull’espansione, portando l’universo a collassare su sé stesso, in

una sorta di big bang al contrario (quest’ultima ipotesi è tuttavia oggi considerata improbabile,

soprattutto dopo l’osservazione dell’espansione accelerata dell’universo).

Sin

gol

arit

à

pri

mor

dial

eIL SECONDO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA: L’ENTROPIA

Aumenta sempre: Secondo la seconda legge della termodinamica, l’entropia in un sistema isolato

(o nell’intero universo) aumenta sempre nel tempo, oppure al massimo rimane costante nei

processi ideali. Le cose si consumano, si rompono o si disperdono spontaneamente, ma non

tornano indietro da sole.Energia non utilizzabile: Misura anche l’energia che non è più disponibile

per compiere un lavoro utile. Quando l’energia si disperde sotto forma di calore disperso

nell’ambiente, l’entropia sale

PRINCIPIO ANTROPICO:

Le leggi della fisica e le costanti dell’universo sembrano tarate con una precisione straordinaria per

permettere la vita. Se un solo valore fosse diverso, la vita non esisterebbe. Il principio antropico

dice che questo non deve stupirci: se l’universo fosse diverso, noi non ci saremmo per constatarlo

IL MULTIVERSO… SCAPPATOIA?

Il principio antropico dell’Universo ci mette con le spalle al muro; è impossibile sfuggire alle

questioni metafisiche sollevate da queste regolazioni straordinariamente precise. Come spiegarle?

Hanno forse un responsabile?

Ebbene, per queste domande esistono solo due possibili risposte: o sono l’opera di un dio

creatore, oppure sono il frutto del caso. Nell’ipotesi del caso, è stato calcolato che la probabilità di

ottenere un universo come il nostro corrisponde a non più di una possibilità su 10 alla 60; quindi,

affinché possa verificarsi una cosa tanto improbabile, è necessario supporre l’esistenza di almeno

10 alla 60 ( in numero

1.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000) universi

indipendenti tutti dotati di leggi fisiche diverse, quindi un numero gigantesco di universi che

esisterebbero «altrove», come pure l’esistenza di un meccanismo generatore di universi, di cui

ignoriamo tutto, che sarebbe a sua volta ben regolato (ma da chi?), e che avrebbe naturalmente la

capacità di creare variazioni nelle costanti fondamentali di questi universi scegliendole all’interno

di una fascia adeguata?

Una cifra stratosferica, se si pensa che nel Sahara vi sono soltanto 10alla 23 grani di sabbia…E altri

calcoli, come quello della teoria delle stringhe, arrivano a prevedere piuttosto l’esistenza

di 10alla 500 universi…

Questa ipotesi, per quanto folle e inverificabile possa sembrare, è però stata oggetto di molti

studi. Effettivamente, tranne che ammettere l’esistenza di un dio creatore, non era possibile

alcuna risposta razionale al problema posto dal principio antropico.

Questi modelli non forniscono nemmeno alcuna spiegazione sulla questione dell’inizio

dell’Universo: il problema è semplicemente spostato verso un universo «madre», di cui non si sa

nulla se non che deve avere avuto un inizio in un tempo finito nel passato, secondo il già citato

teorema di Borde-Guth-Vilenkin.

Fred Hoyle (1915-2001), cosmologo e astronomo: «La probabilità che forme di vita complessa

siano nate spontaneamente e per caso sulla Terra è paragonabile a quella di un tornado che,

passando su un deposito di rottami, tiri fuori un Boeing 747 assemblando i materiali li presenti». –

«L’esistenza di Dio è provata dal fatto che la comparsa della vita nell’Universo per la sola azione

del caso corrisponde a una probabilità matematica di una parte su 10 alla 40.000» (ovvero 1

seguito da 40.000 zeri). – «Ho sempre trovato curioso che gli scienziati [atei] fingano di disprezzare

la religione, considerato che questa domina i loro pensieri [in quanto concetto a loro ripugnante]

più di quanto non domini la mente degli uomini di chiesa». – «Non credo che un solo scienziato

che esamini le reazioni nucleari che portano alla formazione del carbonio all’interno delle stelle

possa evitare di arrivare alla conclusione che le leggi della fisica sono state progettate

deliberatamente in funzione delle conseguenze che producono all’interno di questi corpi celesti».LA PERFEZIONE E LE LEGGI CHE SORREGGONO L’UNIVERSO

“Noi non siamo figli del caos su questo non c’è dubbio sennò sarei disoccupato. se la scienza potesse

spiegare questo mondo non sarebbe più scienza. Noi cerchiamo di capire la logica che regge il mondo.

Questa logica deve avere un autore non siamo figli e caos. Una grande conquista della scienza è l’avere

dimostrato che lo spazio-tempo non è un pezzo di spazio e un pezzo di tempo, come il più grande filosofo

dell’era moderna Emmanuel Kant aveva detto.

Se Colui che ha fatto il mondo avesse seguito le idee di Kant non potrebbe esistere la vita; perché esiste la

vita? perché si può trasformare la massa in energia, la famosa equazione di Einstein

E = mc 2 non potrebbe esistere e noi non potremmo essere qui se la massa non potesse trasformarsi in

energia. Se questa formula esiste lo dobbiamo alle caratteristiche dello spazio tempo“

Antonio Zichichi

Dunque, dalle parole del nostro fisico subnucleare, sappiamo per certo che l’universo non può

essere frutto del nulla e del caos.

Ci sono leggi fondamentali che reggono l’universo e sono principalmente le quattro interazioni

fondamentali: forza gravitazionale, forza elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole.

Queste governano la struttura della materia, dalle particelle subatomiche alle galassie, regolando

ogni fenomeno fisico e plasmando l’evoluzione dell’universo dal Big Bang ad oggi.

LA FORZA DI GRAVITÀ REGOLA TUTTO L’UNIVERSO

La forza fondamentale a noi più familiare è la gravità (gravitazione), che spinge due particelle ad

attrarsi l’un l’altra con un’intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e

inversamente proporzionale al quadrato della distanza che le separa. È di gran lunga la più debole

di tutte le forze fondamentali ma, grazie al vastissimo raggio d’azione e al fatto di essere sempre

attrattiva, è l’interazione più importante che si esercita tra corpi separati da grandi distanze, come

per esempio il Sole e la Terra.

La struttura dell’Universo è dovuta principalmente alla forza di gravità, che fa aggregare la materia

fino a formare stelle e pianeti, fa orbitare i pianeti intorno alle stelle, come avviene nel nostro

sistema solare, e fa aggregare le stelle in enormi galassie.

LA FORZA ELETTROMAGNETICA PLASMA LA MATERIA

La forza elettromagnetica, come dice il nome, è la combinazione tra la forza elettrica, che agisce tra

due particelle ferme dotate di carica elettrica, e la forza magnetica, che agisce tra due particellecariche che si muovono l’una rispetto all’altra. Si differenzia dalla forza di gravità per l’intensità,

enormemente più grande, e perché può essere sia attrattiva sia repulsiva. Due particelle che sotto

la sua azione si respingono hanno carica elettrica dello stesso segno. Per esempio, l’interazione tra

due elettroni, che hanno entrambi carica negativa, è repulsiva. Se invece le cariche sono di segno

opposto, come nel caso di un elettrone che interagisce con un protone, con carica positiva, la forza

è attrattiva.

Il fatto che l’interazione elettromagnetica sia attrattiva solo quando le particelle hanno cariche

elettriche di segno opposto ha conseguenze molto importanti per la struttura della materia, perché

porta alla formazione di oggetti con carica totale nulla. Ne sono un esempio gli atomi che hanno un

nucleo centrale, con protoni e neutroni, circondato da tanti elettroni quanti sono i protoni

presenti. Le cariche elettriche degli elettroni e dei protoni sono uguali e di segno opposto, mentre i

neutroni non hanno carica, quindi l’atomo è elettricamente neutro. A dispetto del suo grandissimo

raggio d’azione, pari a quello della forza di gravità, l’interazione elettromagnetica agisce quindi

direttamente tra elettroni e protoni solo all’interno dell’atomo, dove le distanze sono di qualche

centesimo di milionesimo di centimetro. Naturalmente ci sono forze che agiscono tra gli atomi,

facendoli aggregare in oggetti più grandi e complessi. Pur essendo di origine elettromagnetica,

queste forze sono il risultato di meccanismi molto più complicati dell’interazione diretta tra

particelle elementari. Non possono quindi essere considerate forze fondamentali, ma è la loro

azione che determina la struttura della materia che ci circonda.

LA FORZA NUCLEARE FORTE

La forza forte tiene unite le particelle elementari che costituiscono il nucleo dell’atomo. Fino a circa

trent’anni fa si credeva che queste particelle fossero il protone e il neutrone. Oggi sappiamo invece

che protone e neutrone sono a loro volta costituiti da particelle più piccole, alle quali è stato dato il

particolare nome di quark. Esistono sei diverse specie di quark, ma solo due di queste, chiamate up

e down, sono presenti nella materia che possiamo osservare normalmente sulla Terra.

La forza forte, come quella elettromagnetica, può essere attrattiva o repulsiva. La sua azione sui

quark dipende da una proprietà di queste particelle che, per la sua analogia con la carica elettrica,

è chiamata carica di colore. A differenza di quella elettrica, che può essere solo positiva o negativa,

la carica di colore può essere di tre tipi diversi. Come l’interazione elettromagnetica tra elettroni e

protoni porta alla formazione di atomi elettricamente neutri, così l’interazione forte tra i quark

porta alla formazione di aggregati la cui carica di colore totale è zero.

La caratteristica veramente speciale della forza forte agente sui quark che costituiscono protoni e

neutroni consiste nel fatto che all’aumentare della distanza tra le particelle interagenti la sua

intensità, anziché diminuire, aumenta.

L’attrazione tra i quark diventa così forte che essi non possono allontanarsi l’uno dall’altro più di un

milionesimo di milionesimo di millimetro: sono dunque prigionieri all’interno di protoni e neutroni.

A causa di questa proprietà, chiamata confinamento, nella materia che ci circonda non è possibile

osservare direttamente un quark isolato.

LA FORZA FORTE È LA SORGENTE DELL’ENERGIA DELLE STELLE:

La forza che agisce tra protoni e neutroni è anch’essa dovuta all’interazione forte ma, come quelle

che agiscono tra due atomi o due molecole, è prodotta da meccanismi complicati. Le sue

caratteristiche più importanti sono l’intensità molto più grande di quella delle altre forze

fondamentali, che è storicamente all’origine del nome forza forte, e il raggio d’azione piccolissimo,

di appena qualche milionesimo di milionesimo di millimetro. Grazie a queste due proprietà protoni

e neutroni si legano in modo strettissimo l’uno all’altro per formare il nucleo atomico: il volume

che occupano è così piccolo che la densità raggiunge il fantastico valore di cento milioni di

tonnellate per centimetro cubo.Fondendo due nuclei atomici leggeri, come quelli dell’idrogeno (il più leggero di tutti, formato da

un solo protone) o dell’elio (formato da due protoni e due neutroni), si può produrre moltissima

energia. Le reazioni nucleari di fusione sono però molto difficili da realizzare sulla Terra perché i

nuclei atomici, avendo tutti carica elettrica positiva, si respingono per effetto dell’interazione

elettromagnetica.

All’interno delle stelle, invece, per l’altissima temperatura, i nuclei si muovono tanto veloci da

riuscire a vincere la repulsione elettrostatica e avvicinarsi abbastanza per realizzare la fusione. Così,

grazie all’azione della forza forte, nasce l’energia delle stelle.

COME SI È SCOPERTA LA FORZA NUCLEARE DEBOLE

La forza debole, come dice il nome, è molto meno intensa sia della forza forte sia di quella

elettromagnetica e ha un raggio d’azione piccolissimo, simile a quello della forza forte. La sua

esistenza è stata dedotta osservando il decadimento β (beta), una particolare forma di radioattività

naturale.

In questo decadimento, osservato per la prima volta all’inizio del Novecento, uno dei neutroni

presenti nel nucleo si trasforma in un protone e contemporaneamente viene emessa una particella

di carica elettrica pari a quella del protone, ma di segno opposto, cioè negativa. Oggi sappiamo che

questa particella non è altro che un elettrone e, durante il decadimento β, viene prodotta anche

una terza particella, che per le sue caratteristiche è però difficilissima da osservare

sperimentalmente: il neutrino. L’ipotesi che il decadimento β fosse dovuto all’esistenza di una

nuova forza, fino ad allora sconosciuta, fu proposta nel 1933 da Enrico Fermi.

A QUALI LEGGI OBBEDISCONO LE FORZE FONDAMENTALI?

All’inizio del Novecento i sorprendenti risultati di una serie di esperimenti hanno dimostrato che

l’azione delle forze fondamentali, a eccezione della forza di gravità, non si può descrivere usando le

leggi della dinamica di Newton.

Le forze elettromagnetiche, quella forte e quella debole, si possono comprendere solo ricorrendo

alla meccanica quantistica. Secondo questa teoria l’interazione tra due particelle elementari è

dovuta allo scambio di una terza particella, il quanto della forza.

L’interazione elettromagnetica avviene tramite lo scambio di fotoni, particelle prive di massa che

viaggiano alla velocità della luce. I quanti delle forza debole sono le particelle chiamate W e Z,

mentre i quanti della forza forte sono stati chiamati gluoni, dall’inglese glue, cioè “colla”.

La forza di gravità agisce in un modo completamente diverso, descritto dalla teoria della relatività

generale di Albert Einstein. Secondo Einstein l’azione della gravità è dovuta al fatto che la presenza

di una massa provoca una deformazione dello spazio circostante, proprio come un oggetto pesante

appoggiato su un tappeto elastico ne deforma la superficie.

La prima conferma della relatività generale si ebbe con la corretta spiegazione delle anomalie

dell’orbita di Mercurio, dovute al fatto che questo pianeta, essendo molto vicino al Sole, risente

fortemente della curvatura dello spazio generata dal Sole stesso. Pochi anni dopo, nel 1919, le

immagini del bordo del disco solare ottenute durante un’eclisse totale confermarono che, proprio

come predetto dalla teoria di Einstein, nelle vicinanze del Sole la luce delle stelle non viaggia in

linea retta, ma segue anch’essa la curvatura dello spazio.

Gli scienziati hanno sempre cercato di spiegare i fenomeni naturali nel modo più semplice, facendo

ricorso al minor numero possibile di particelle elementari e di forze fondamentali. Per questo si

sono sempre sforzati di unificare le forze esistenti in natura dimostrando che forze all’apparenza

diverse sono in realtà solo aspetti differenti della stessa forza.Il primo importante passo verso l’unificazione è stato compiuto molti secoli fa, quando Isaac

Newton riuscì a dimostrare che la forza di attrazione terrestre e quella che agisce tra i corpi celesti

sono entrambe dovute all’azione della gravità.

Nell’Ottocento gli esperimenti effettuati dai fisici Michael Faraday e André-Marie Ampère misero in

luce l’esistenza di un legame tra elettricità e magnetismo, ponendo così le basi per la teoria

unificata della forza elettromagnetica, formulata qualche anno dopo da James Clerk Maxwell.

Molto più recentemente, tra il 1960 e il 1970, Steven Weinberg, Abdus Salam e Sheldon Glashow

hanno fatto l’ipotesi che la forza elettromagnetica e quella debole potessero a loro volta essere

unificate. Questa ipotesi è stata confermata nel 1984 dagli esperimenti effettuati al Centro Europeo

per le Ricerche Nucleari (CERN) di Ginevra sotto la guida di Carlo Rubbia e Simon van der Meer.

Molti scienziati sono convinti che, proseguendo su questa strada, anche la forza forte potrà essere

riunificata con quella elettro debole.

L’ostacolo principale sulla strada dell’unificazione di tutte le forze fondamentali rimangono le

differenze tra la gravità e le altre tre forze. A partire dal 1915, anno di nascita della relatività

generale, Einstein si dedicò tenacemente al tentativo di unificare gravità ed elettromagnetismo,

senza tuttavia raggiungere il risultato sperato. Oggi molti scienziati pensano che l’unificazione di

tutte le forze fondamentali sarà possibile solo quando riusciremo a spiegare anche la gravità

usando le leggi della teoria quantistica.

https://www.treccani.it/enciclopedia/forze-fondamentali_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/

ANIMALI E VEGETALI:

Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra

frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12 la terra produsse germogli, erbe che

producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo

la propria specie. Dio vide che era cosa buona. Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino

sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21 Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi

che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E

Dio vide che era cosa buona. 22 Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari;

gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23 E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

24 Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche

secondo la loro specie». E così avvenne: 25 Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame

secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 26 E

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli

uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tut t i i rettili che strisciano sulla terra».

In questo paragrafo della genesi vediamo come Dio creò prima la flora e

la fauna e successivamente l’uomo, e la scienza cosa dice? Vediamolo:

La Terra si è formata circa 4,5 miliardi di anni fa. Per centinaia di milioni di anni era un pianeta

inospitale, caratterizzato da intensa attività vulcanica, alte temperature e un’atmosfera priva di

ossigeno. Le prime forme di vita compaiono tra i 3,5 e i 4 miliardi di anni fa: si trattava di organismi

unicellulari molto semplici, simili a batteri. Tra questi, un ruolo decisivo ebbero i cianobatteri,

capaci di compiere la fotosintesi. Attraverso questo processo utilizzavano luce solare, acqua e

anidride carbonica per produrre energia, liberando ossigeno come sottoprodotto.

Questo evento fu rivoluzionario: l’accumulo di ossigeno nell’atmosfera, noto come “Grande

Ossidazione”, rese possibile l’evoluzione di organismi più complessi. In altre parole, senza queste

prime forme di vita fotosintetica — assimilabili alla futura flora — la vita animale non avrebbe

potuto svilupparsi. Gli animali, infatti, hanno bisogno di ossigeno per respirare e dipendono

direttamente o indirettamente dalle piante per il nutrimento.Gli organismi pluricellulari comparvero molto più tardi, circa 600 milioni di anni fa. Poco dopo, nel

periodo Cambriano (circa 540 milioni di anni fa), si verificò una grande diversificazione delle forme

animali marine. Le prime piante terrestri apparvero intorno ai 470–500 milioni di anni fa,

preparando l’ambiente alla colonizzazione da parte degli animali terrestri. Solo in tempi

relativamente recenti, circa 300.000 anni fa, comparve l’Homo sapiens.

Riassumendo l’ordine scientificamente ricostruito: prima la vita unicellulare, poi gli organismi

fotosintetici, successivamente gli animali marini, quindi quelli terrestri e infine l’uomo. Dunque,

scientificamente parlando, la vita di tipo “vegetale” precede quella animale di centinaia di milioni

— e in senso più ampio di miliardi — di anni.

Questo dato mostra che l’evoluzione della vita sulla Terra segue una logica di progressiva

complessità: prima le forme capaci di produrre energia e ossigeno, poi quelle che da esse

dipendono. In questo senso, la scienza descrive un ordine strutturato e coerente nello sviluppo

della vita, fondato su leggi fisiche e biologiche precise.

LA FIRMA VISIBILE DEL CREATORE IMPRESSA SUL UOMO

Siamo Fatti di polvere di stelle!

Il nostro corpo è composto da atomi. Nell’Universo gli elementi si formano a partire da atomi

semplici e via via vengono costruiti elementi sempre più complessi. Ciò che abbiamo è solo in

prestito. Compresi noi. E come noi le stelle si formano e muoiono, arricchendosi durante la vita e

restituendo ciò che di bello hanno prodotto alle generazioni future. Ognuno di noi è composto per

circa il 73% da elementi forgiati all’interno delle stelle, in quella fucina astrale che è l’Universo.

Quando una stella arriva alla fine della sua esistenza espelle gli strati più esterni, quelli che non

servono più, soffiando via parte degli elementi che ha prodotto e ridonando il resto all’Universo

attraverso le esplosioni di supernove, che disperdono il frutto di una vita di reazioni termonucleari

nello spazio. Questi elementi, sospesi nel gas che poi si raffredda, vanno a formare nuove stelle. È il

ciclo della vita. Queste stelle daranno origine a pianeti con parte di questi elementi e, se il caso

vuole, su quel pianeta si svilupperà la vita. Proprio come è successo qui, sulla nostra Terra. Con gli

stessi elementi si è formato anche l’uomo. Le stelle sono dentro di noi: l’azoto nel nostro DNA, il

calcio nei nostri denti, il ferro nel nostro sangue e il carbonio nella nostra torta di mele, i monili

che indossiamo, così come i peli del nostro gatto che poltrisce sul divano, il divano stesso e lo

schermo sul quale state leggendo questa storia. I miliardi di miliardi di atomi che li compongono

sono materia intergalattica che ha percorso centinaia di migliaia di anni luce e infine si è riunita,

compressa dalla sua stessa gravità.

All’interno di noi ci sono alcuni elementi che provengono direttamente dalle prime fasi della storia

dell’Universo. Il nostro corpo ne è formato per il 9,5%, come l’idrogeno, l’elio e il litio. Il 16,5%

della nostra essenza è invece il risultato di atomi prodotti dalla morte di stelle di piccola

dimensione, come il nostro Sole, e dispersi sotto forma di quelle meravigliose nubi di gas che sono

le nebulose planetarie. Infine, l’1% di noi è il risultato dell’esplosione di nane bianche. Anche esse,

alla fine della loro vita restituiscono il loro tesoro al cosmo. Questo processo va avanti da più di 13

miliardi di anni. È curioso come vita e morte siano parte di noi fin da quando nasciamo e come

dalla morte si generi nuova la vita. Sulla Terra come anche nell’Universo.

“allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e

l’uomo divenne un essere vivente.” Gen 2,7-22

L’ENIGMA DELL’ORIGINE DELLA VITA: DAL CASO ALLA COMPLESSITÀ BIOLOGICA

Il salto vertiginoso dall’inerte al vivente

1. L’origine della vita e il problema del «brodo primordiale»

Uno dei problemi fondamentali affrontati dalla biologia riguarda l’origine della vita: come si è passati

dalla materia inanimata ai primi organismi viventi?

Nel corso del Novecento sono stati compiuti diversi esperimenti per cercare di comprendere se le

molecole necessarie alla vita potessero formarsi spontaneamente a partire da sostanze semplici

presenti sulla Terra primitiva.

Uno degli esperimenti più famosi è quello realizzato nel 1953 da Stanley Miller. Nel suo laboratorio

vennero ricreate alcune condizioni che si riteneva potessero essere simili a quelle dell’atmosfera

primordiale. Una miscela di metano, ammoniaca e idrogeno venne sottoposta a scariche elettriche,

mentre l’assenza di ossigeno doveva impedire la distruzione delle molecole organiche appena

formate.

L’esperimento produsse 13 dei 22 amminoacidi presenti negli organismi viventi. Questo risultato fu

molto importante perché mostrò che alcune molecole organiche fondamentali possono formarsi

spontaneamente a partire da sostanze relativamente semplici.

Tuttavia, il problema dell’origine della vita non era ancora risolto. Gli amminoacidi, infatti, sono

soltanto alcuni dei «mattoni» necessari alla vita: devono essere organizzati in strutture molto più

complesse, come le proteine, e devono inserirsi in un sistema capace di conservarsi, funzionare e

riprodursi.

Nel 1958, Sidney W. Fox e Kaoru Harada studiarono la formazione di polimeri di amminoacidi

attraverso processi di condensazione termica. Questi polimeri, chiamati proteinoidi, potevano formarespontaneamente microsfere che ricordavano alcune possibili strutture ancestrali delle cellule.

Tuttavia, non possedevano le caratteristiche funzionali di un vero sistema vivente.

Nel 1960, J. Orò ottenne l’adenina, una delle basi azotate fondamentali degli acidi nucleici, attraverso

una reazione tra acido cianidrico e ammoniaca. Successivamente, nel 1961, Melvin Calvin ottenne,

attraverso esperimenti con elettroni accelerati, la sintesi di alcune molecole organiche, tra cui

amminoacidi, zuccheri, urea e acidi grassi.

Nel 1963, Cyril Ponnamperuma utilizzò radiazioni per simulare condizioni dell’atmosfera primordiale e

riuscì a ottenere l’adenina. In seguito furono prodotti anche composti corrispondenti a nucleosidi e

nucleotidi. Altri esperimenti condotti da Sidney Fox portarono alla formazione di amminoacidi a

temperature elevate.

Questi esperimenti dimostrarono quindi che alcune molecole organiche possono formarsi

spontaneamente in determinate condizioni. Ma il testo sottolinea che questo risultato non equivale

alla creazione della vita: ottenere singole molecole organiche è molto diverso dal costruire una cellula

vivente completa.

2. La chimica prebiotica e i primi «mattoni» della vita

Le ricerche successive hanno mostrato che nello spazio e in diversi corpi celesti sono presenti

molecole organiche. Sono state trovate, per esempio, molecole organiche all’interno di meteoriti,

comete e nubi interstellari.

Questo porta a una considerazione importante: le leggi chimiche dell’Universo sembrano permettere

la formazione spontanea di numerose molecole organiche.

Il problema diventa però più complesso quando si cerca di spiegare come queste molecole possano

essersi organizzate sulla Terra fino a formare sistemi capaci di vivere.

Gli scienziati hanno ipotizzato che la selezione chimica delle molecole organiche possa essere

avvenuta in diversi ambienti: nelle «piccole pozze» della Terra primordiale, presso sorgenti

idrotermali presenti sui fondali oceanici o addirittura in ambienti extraterrestri.

Nonostante queste ipotesi, non è stata identificata una sequenza definitiva di eventi capace di

spiegare in modo completo il passaggio dalla materia non vivente alla prima cellula.

La conclusione proposta nel testo è quindi che la chimica prebiotica abbia compiuto progressi

importanti, ma che resti ancora un’enorme distanza tra la produzione di semplici molecole organiche

e la comparsa di un vero organismo vivente.

3. Il vivente più semplice

I microscopi elettronici hanno permesso di osservare strutture biologiche estremamente piccole e

hanno mostrato due caratteristiche fondamentali:

tutti gli esseri viventi conosciuti sono costituiti almeno da una cellula;

anche le cellule più piccole presentano un’organizzazione interna estremamente complessa.

Il testo considera quindi l’organismo unicellulare come il livello più semplice della vita, ma sottolinea

che anche questa forma apparentemente elementare presenta una notevole complessità.

Il più piccolo organismo vivente concepibile avrebbe dimensioni dell’ordine di 0,2 micrometri, ma

dovrebbe comunque possedere tutto ciò che è necessario per vivere autonomamente, riprodursi e

mantenere la propria organizzazione.

Secondo le stime riportate nel libro, un organismo di questo tipo dovrebbe possedere un genoma

contenente almeno circa 250 geni, corrispondenti a circa 150.000 coppie di basi nucleotidiche, oltre a

un sistema di RNA, un ribosoma capace di interpretare l’informazione genetica e numerose proteine

ed enzimi.

John Craig Venter, studioso del genoma e della biologia sintetica, viene citato per sottolineare

l’altissimo livello di complessità della vita anche nel caso dell’organismo più semplice.

Questo porta a una questione fondamentale: qual è stata la forma intermedia tra la materia inerte e il

primo organismo vivente?

I virus, pur essendo più piccoli di molti organismi unicellulari, non vengono generalmente considerati

esseri viventi autonomi, perché per riprodursi hanno bisogno di una cellula ospite.È quindi possibile ipotizzare l’esistenza, nella Terra primitiva, di forme intermedie ormai scomparse,

capaci almeno di alcune funzioni necessarie alla riproduzione. Tuttavia, non sono state identificate

con certezza.

4. La cellula come sistema altamente organizzato

Per comprendere la complessità della cellula, il testo propone un’immagine comparativa: se una

cellula fosse ingrandita fino a raggiungere dimensioni paragonabili a quelle di un’automobile, le sue

strutture interne assumerebbero proporzioni enormi.

Sulla superficie della cellula si vedrebbero numerose aperture attraverso le quali entrano ed escono

continuamente materiali. All’interno comparirebbe una rete estremamente complessa di canali e

strutture che collegano diverse parti della cellula.

Nelle cellule eucariotiche si troverebbe inoltre il nucleo, contenente il DNA. Il DNA sarebbe

organizzato in filamenti estremamente lunghi ma accuratamente compattati.

La cellula non è quindi una semplice raccolta di molecole. È un sistema nel quale numerose

componenti devono lavorare contemporaneamente e in modo coordinato.

Il testo paragona alcuni aspetti della cellula a una macchina tecnologicamente molto avanzata:

esistono sistemi di informazione, meccanismi di comando, dispositivi di controllo, sistemi di sicurezza

e procedure estremamente precise di assemblaggio.

All’interno della cellula sono presenti anche numerosissime proteine che svolgono funzioni diverse. Il

ribosoma, per esempio, è una struttura fondamentale perché permette di produrre le proteine

utilizzando le informazioni contenute negli acidi nucleici.

La vita cellulare dipende quindi dall’attività coordinata di moltissime molecole differenti.

5. Gli enzimi: acceleratori delle reazioni biologiche

Un’altra componente fondamentale della vita sono gli enzimi.

Gli enzimi sono proteine specializzate che permettono alle reazioni chimiche necessarie alla vita di

avvenire molto più rapidamente.

Senza gli enzimi, molte reazioni biochimiche che nelle cellule avvengono in tempi brevissimi

richiederebbero tempi enormemente più lunghi.

Il testo cita, come esempio, una particolare reazione biochimica che senza l’enzima appropriato

richiederebbe tempi dell’ordine di milioni di anni, mentre grazie all’enzima può avvenire in pochi

millisecondi.

Gli enzimi devono quindi essere presenti nella forma corretta e nel momento corretto. Anche questo

contribuisce alla complessità del sistema cellulare.

Il problema non consiste solamente nell’avere le molecole necessarie, ma nell’avere le molecole

giuste, nella configurazione giusta e coordinate tra loro.

6. DNA, RNA e proteine: due linguaggi e un traduttore

Uno dei punti centrali del testo riguarda il rapporto tra DNA, RNA, ribosomi e proteine.

Il DNA contiene l’informazione genetica. Le proteine, invece, svolgono moltissime delle funzioni

concrete necessarie alla vita. Tra queste due realtà esiste un sistema di traduzione.

Il testo paragona questo sistema a un rapporto tra due linguaggi differenti.

Il DNA utilizza quattro basi fondamentali, mentre le proteine sono costruite utilizzando 22 diversi

amminoacidi secondo la descrizione riportata nelle pagine.

Le quattro basi del DNA vengono lette in gruppi di tre, formando combinazioni che costituiscono i

codoni. Matematicamente, quattro basi prese tre alla volta permettono 64 combinazioni. Di queste,

61 vengono utilizzate per codificare gli amminoacidi, mentre le altre tre funzionano come segnali di

stop.

Il sistema non è quindi un semplice insieme casuale di molecole, ma un vero e proprio codice.

Il ribosoma svolge il ruolo di «traduttore»: legge l’informazione genetica e permette di costruire la

proteina corrispondente.

Nel 2009 il premio Nobel per la chimica venne assegnato a Venki Ramakrishnan, Thomas Steitz eAda Yonath per gli studi sul ribosoma e sulla sua struttura e funzione.

Il testo sottolinea quindi che DNA, RNA, ribosomi e proteine costituiscono un sistema fortemente

interdipendente.

Il problema dell’origine della vita diventa particolarmente complesso perché DNA, RNA e proteine

dipendono l’uno dall’altro. Il DNA contiene le informazioni per la produzione delle proteine, ma la

produzione e la traduzione di queste informazioni richiedono altri componenti cellulari.

Da qui nasce una domanda fondamentale: come è potuto comparire il primo sistema nel quale

queste componenti fossero già sufficientemente organizzate da poter funzionare insieme?

7. Il metabolismo: il «vortice della vita»

La complessità della vita non si esaurisce nella struttura della cellula.

Un organismo deve anche mantenersi continuamente in attività. Deve assumere sostanze,

trasformarle, eliminare prodotti di scarto e produrre continuamente le molecole necessarie alla

propria sopravvivenza.

Questo insieme coordinato di reazioni prende il nome di metabolismo.

Il metabolismo è quindi costituito da un’enorme quantità di reazioni biochimiche coordinate. Se anche

una cellula molto semplice avesse tutti i suoi componenti nella posizione corretta ma i suoi sistemi

metabolici non fossero attivi, non sarebbe realmente viva.

Per vivere, una cellula deve continuamente:

assimilare materiali; trasformarli; eliminare sostanze; rinnovare i propri componenti; produrre energia;

mantenere l’organizzazione interna; duplicarsi quando necessario.

La vita richiede dunque non soltanto una struttura, ma una dinamica continua e coordinata.

8. La complessità dell’informazione genetica

Il DNA può essere considerato uno straordinario sistema di archiviazione delle informazioni.

In uno spazio estremamente piccolo può essere contenuta una quantità enorme di informazioni. Il

testo paragona questa capacità a quella dei più avanzati sistemi artificiali di archiviazione.

Il DNA contiene le istruzioni necessarie per la costruzione e il funzionamento dell’organismo. Queste

istruzioni sono organizzate secondo un codice genetico estremamente preciso.

Hubert P. Yockey viene citato per sottolineare che l’informazione genetica può essere considerata un

sistema sequenziale, linguistico, teorico e digitale.

Il problema sollevato dal testo è quindi il seguente: se il codice genetico è un sistema di informazione

estremamente sofisticato, come ha avuto origine il sistema stesso?

Non si tratta semplicemente di spiegare l’esistenza di una molecola, ma l’origine di un sistema nel

quale:

l’informazione viene conservata;

l’informazione viene copiata;

l’informazione viene letta;

l’informazione viene tradotta;

il prodotto della traduzione permette a sua volta il funzionamento del sistema.

9. Il problema della probabilità

Il libro affronta poi la questione della probabilità che strutture biologiche molto complesse possano

formarsi casualmente.

Un esempio riguarda le proteine, che sono costituite da catene di amminoacidi. Una proteina

funzionale non richiede semplicemente una determinata quantità di amminoacidi: questi devono

trovarsi in uno specifico ordine e nella configurazione appropriata.

Il testo considera, per esempio, una proteina formata da un gran numero di amminoacidi e calcola

quanto sarebbe improbabile ottenere per puro caso una sequenza specifica.

Viene inoltre considerata la necessità che gli amminoacidi possiedano determinate configurazioni eche siano collegati correttamente.

Secondo i calcoli riportati nel libro, le probabilità diventerebbero estremamente piccole quando si

considerano contemporaneamente tutte le condizioni necessarie alla formazione di una struttura

biologica funzionante.

Il testo porta quindi il ragionamento oltre la singola proteina, considerando anche il DNA, l’RNA, i

geni, gli enzimi e gli altri componenti necessari al metabolismo.

Alcuni scienziati citati nelle pagine hanno calcolato probabilità estremamente basse per la

formazione casuale di una molecola di DNA, per la combinazione casuale di numerosi enzimi

necessari alla vita e persino per la comparsa casuale della più semplice cellula vivente.

Il libro utilizza questi numeri per sostenere che il puro caso non costituisce, secondo gli autori citati,

una spiegazione sufficiente del passaggio dalla materia inerte alla vita.

10. La questione del caso e della selezione naturale

Il testo riporta anche le opinioni di diversi scienziati e studiosi.

Francis Crick, uno degli scopritori della struttura del DNA, viene citato per sottolineare quanto sia

difficile spiegare l’origine della vita considerando l’enorme complessità delle condizioni necessarie.

Harold Urey, premio Nobel per la chimica, riconosce la difficoltà del problema dell’origine della vita e

osserva che, per chi studia queste questioni, la complessità della vita costituisce una grande

difficoltà.

Anche altri studiosi, come Franklin Harold, Lynn Margulis e Michael Denton, vengono citati per

mettere in evidenza la complessità del passaggio dalle forme chimiche più semplici ai sistemi

biologici.

In particolare, viene sottolineato che il passaggio dal batterio più semplice fino all’uomo rappresenta

un percorso di aumento della complessità.

Il testo pone inoltre una distinzione importante: la selezione naturale può spiegare la trasformazione

e la diversificazione di organismi che già possiedono un sistema riproduttivo e informazionale

funzionante, ma rimane il problema di spiegare l’origine di quel primo sistema.

In altre parole, la domanda affrontata dal libro non è soltanto «come si sono evoluti gli organismi?»,

ma soprattutto:

come è comparso il primo sistema capace di vivere, riprodursi e trasmettere informazione genetica?

11. Il confronto con i grandi progetti scientifici

Il testo osserva che la scienza moderna è capace di realizzare progetti di enorme complessità

quando dispone di obiettivi chiari, risorse economiche, conoscenze e migliaia di ricercatori.

Vengono citati diversi esempi.

Il programma Apollo, dedicato alla conquista della Luna, coinvolse circa 400.000 persone nell’arco di

dieci anni e richiese risorse economiche enormi.

Il progetto di decifrazione del genoma umano coinvolse circa 25.000 ricercatori, richiese dodici anni

di lavoro e una spesa di miliardi di euro.

Anche il programma ITER, finalizzato allo studio della fusione nucleare, ha richiesto investimenti

enormi ed è tuttora un progetto scientifico di grande complessità.

Il libro confronta questi grandi progetti con il problema dell’origine della vita. Nonostante la capacità

tecnologica dell’uomo, non esiste un grande programma scientifico capace di ricreare integralmente

in laboratorio le condizioni naturali che hanno portato alla comparsa della prima vita.

Secondo Eugene Koonin, citato nel testo, la ricerca sull’origine della vita si trova ancora in una

situazione di forte difficoltà, perché non disponiamo di un modello completo e coerente dell’origine

della vita sulla Terra.

12. La biologia sintetica

Il testo distingue quindi la ricerca sull’origine spontanea della vita dalla biologia sintetica.

La biologia sintetica cerca di ricreare sistemi biologici utilizzando componenti conosciuti e strumenti

tecnologici moderni.L’obiettivo è costruire, a partire da componenti non viventi, sistemi capaci di svolgere funzioni tipiche

della vita, conoscendo in anticipo ciò che si vuole ottenere.

Vengono citati diversi programmi di ricerca, tra cui il progetto Building a Synthetic Cell, sviluppato da

ricercatori olandesi, e programmi statunitensi ed europei dedicati alle cellule sintetiche.

La differenza fondamentale è quindi questa: la biologia sintetica cerca di costruire sistemi viventi o

simili alla vita attraverso conoscenze e tecnologie già disponibili, mentre la ricerca sull’origine della

vita cerca di capire come la prima vita sia comparsa spontaneamente in natura.

Il testo osserva che, anche qualora in futuro l’uomo riuscisse a sintetizzare una cellula, questo

risultato non spiegherebbe automaticamente come la prima cellula sia comparsa naturalmente

miliardi di anni fa.

13. Le probabilità estremamente basse

Nelle pagine successive il libro presenta ulteriori calcoli relativi alla probabilità di formazione casuale

delle strutture biologiche.

Viene considerata la probabilità che gli amminoacidi si dispongano nell’ordine corretto per formare

una determinata proteina. Vengono inoltre considerate condizioni aggiuntive, come la corretta

configurazione spaziale delle molecole e il corretto collegamento tra gli amminoacidi.

Il testo arriva a esprimere probabilità estremamente piccole, dell’ordine di numeri con centinaia o

migliaia di zeri.

Vengono riportate anche stime relative alla probabilità di formazione casuale del DNA e della

combinazione di numerosi enzimi necessari alla vita.

L’argomento centrale del libro è che, quando si moltiplicano tra loro numerose probabilità

indipendenti estremamente basse, la probabilità complessiva diventa ancora più piccola.

Da qui deriva la conclusione proposta dall’autore: il caso, considerato da solo, non sarebbe una

spiegazione adeguata dell’origine della complessità biologica.

È importante però comprendere che questi calcoli riguardano soprattutto la formazione casuale di

strutture già funzionanti e non costituiscono, da soli, una dimostrazione matematica dell’impossibilità

di tutti i possibili scenari di origine della vita.

14. La regolazione delle leggi dell’Universo

Nelle pagine finali il discorso viene collegato a un problema più generale: quello della regolazione

delle leggi fisiche dell’Universo.

Nei capitoli precedenti, secondo quanto ricorda il testo, erano state considerate le condizioni fisiche

dell’Universo e la loro particolare compatibilità con l’esistenza della materia e della vita.

Il libro afferma che, mentre per alcuni parametri cosmologici le probabilità considerate sarebbero già

estremamente basse, nel caso della biologia le cifre riportate diventerebbero ancora più grandi.

La tesi proposta è quindi che la combinazione tra: leggi fisiche; condizioni cosmiche;

chimica; informazione genetica; complessità cellulare; metabolismo; sistemi di traduzione; enzimi;

capacità di riproduzione; rappresenti un problema particolarmente difficile da spiegare attraverso il

solo caso.

15. Caso, necessità e intelligenza

Il testo riporta infine le posizioni di diversi scienziati che hanno riflettuto sul problema.

Anthony Flew, filosofo che passò dall’ateismo al deismo, viene citato per sostenere che l’enorme

complessità dei processi necessari alla comparsa della vita rende difficile attribuire tutto

semplicemente al caso.

Chandra Wickramasinghe sostiene che la probabilità che la vita si sia formata a partire dalla materia

inanimata sarebbe estremamente bassa e considera quindi necessario prendere in considerazione

l’ipotesi di un’origine intenzionale.

Christian de Duve, invece, viene citato con una posizione diversa: egli ritiene necessario escludere il

caso inteso come semplice evento privo di senso, ma questo non significa necessariamente

accettare un progetto intelligente. Secondo questa prospettiva, i dati scientifici devono essereinterpretati senza inserire nelle conclusioni ciò che si desidera dimostrare.

Hubert P. Yockey viene nuovamente citato a proposito della complessità del codice genetico e delle

configurazioni che la selezione naturale avrebbe dovuto esplorare per arrivare al codice genetico

universale.

Anche Fred Hoyle, inizialmente ateo e successivamente orientato verso il deismo, viene citato per

sostenere che l’enorme improbabilità attribuita alla comparsa casuale della vita rende problematica

una spiegazione basata esclusivamente sul caso.

16. La conclusione del percorso

Il percorso sviluppato in queste pagine parte quindi dalla materia inerte e arriva alla straordinaria

complessità dell’organismo vivente.

Gli esperimenti di chimica prebiotica hanno dimostrato che alcune molecole organiche fondamentali

possono formarsi spontaneamente in determinate condizioni. Questo è un risultato scientificamente

importante.

Tuttavia, tra la produzione di singole molecole organiche e la comparsa della prima cellula esiste una

distanza enorme.

Una cellula vivente richiede infatti contemporaneamente:

DNA → RNA → ribosomi → proteine → enzimi → metabolismo → membrane → regolazione →

riproduzione.

Questi elementi non funzionano semplicemente uno accanto all’altro: sono interdipendenti e devono

essere coordinati.

Il DNA conserva l’informazione; l’RNA partecipa alla sua gestione e traduzione; il ribosoma permette

di utilizzare il codice genetico per costruire proteine; le proteine svolgono moltissime funzioni; gli

enzimi rendono possibili rapidamente le reazioni metaboliche; il metabolismo permette alla cellula di

mantenersi, crescere e riprodursi.

Il problema dell’origine della vita consiste quindi nello spiegare come sia potuto emergere il primo

sistema sufficientemente organizzato da poter svolgere queste funzioni fondamentali.

Il testo conclude sostenendo che la distanza tra la materia inerte e il primo sistema vivente è così

grande da costituire, secondo gli autori e gli scienziati citati, un forte argomento a favore

dell’esistenza di una causa o di un principio ordinatore intelligente.

La conclusione filosofica proposta è dunque che, se si rifiuta l’ipotesi di un’intelligenza creatrice,

rimane da spiegare come una serie di condizioni estremamente complesse e altamente improbabili

possa essersi realizzata attraverso processi puramente casuali

i tre teli della Passione

I tre teli della Passione, sono la stessa persona?

in questo articolo analizzeremo scientificamente ogni telo della passione, per poi dare delle conclusioni finali.

Buona lettura:

LA SACRA SINDONE

BARRIE SCHWORTZSCIENZIATO EBREO NON CREDENTE, CREDE ALL’AUTENTICITA’ DELLA SINDONE: HTTPS://WWW.SHROUD.COM

L’esame al radiocarbonio della Sacra Sindone

La Sindone di Torino è uno dei reperti più misteriosi e discussi della storia cristiana. Da secoli,

credenti e scienziati si interrogano sulla sua origine: è davvero il lenzuolo che ha avvolto il corpo di

Gesù Cristo? Nel 1988, l’analisi al radiocarbonio sembrò chiudere la questione, datando il tessuto

tra il 1260 e il 1390 d.C. Tuttavia, numerosi studi successivi hanno messo in discussione l’affidabilità

di quell’esame, sollevando dubbi sia sul metodo sia sui risultati.

Il test al radiocarbonio del 1988

L’esame al radiocarbonio (C14) si basa sulla misurazione della quantità di carbonio-14 rimasto in

un campione organico per determinarne l’età. Nel 1988, tre laboratori internazionali, a Oxford,Tucson e Zurigo, analizzarono un piccolo campione di lino prelevato dalla Sindone. La conclusione

fu che il tessuto era medievale, facendo pensare che la Sindone fosse un falso storico.

Tuttavia, già poco dopo la pubblicazione dei risultati, cominciarono a emergere criticità importanti

nel procedimento.

Problemi nel campionamento

Uno dei principali problemi riguarda il punto da cui fu prelevato il campione. Esso proveniva da un

angolo della Sindone fortemente esposto alla manipolazione umana e a riparazioni effettuate nel

Medioevo, in seguito a danni da incendio. Alcuni studi successivi, come quello del chimico

Raymond Rogers, dimostrarono che il campione analizzato conteneva fibra di cotone medievale,

intrecciata al lino originale in un “rammendo invisibile”. Questo inquinamento avrebbe alterato

significativamente la misurazione del carbonio-14.

Contaminazioni ambientali

Nel corso dei secoli, la Sindone è stata esposta a incendi, fumi, polveri e numerosi contatti umani.

Questi fattori possono aver introdotto nuovo carbonio nel tessuto, alterando il rapporto tra

carbonio-14 e carbonio-12 e falsando così i risultati dell’esame. Alcuni eventi, come l’incendio di

Chambéry nel 1532, potrebbero aver prodotto cambiamenti chimici nelle fibre.

Procedura e metodologia discutibili

Le procedure adottate per l’esame del 1988 furono diverse da quelle concordate inizialmente. Era

previsto l’uso di campioni provenienti da varie zone della Sindone, ma alla fine si analizzò un solo

campione proveniente da una singola area. Questo ha compromesso la rappresentatività dei dati.

Inoltre, la gestione delle operazioni fu poco trasparente e non pienamente documentata,

alimentando ulteriori dubbi sulla validità dei risultati.

Studi recenti, come quelli condotti con la tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering), hanno

evidenziato che il deterioramento molecolare del lino della Sindone corrisponde a una datazione di

circa 2000 anni, compatibile con il periodo di Gesù. Questi nuovi dati rafforzano l’idea che l’esame

al radiocarbonio del 1988 sia stato viziato da gravi errori.

L’esame WAXS della Sindone di Torino

La Sindone di Torino è da secoli oggetto di venerazione e di ricerca scientifica. Tra le più recenti

analisi, una delle più importanti è stata l’esame tramite tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering,

cioè Diffrazione ai Raggi X ad Angolo Ampio). Questo metodo avanzato consente di studiare la

struttura molecolare dei materiali, permettendo di stimare l’età di un tessuto analizzandone il

deterioramento naturale delle fibre di cellulosa.

Nel 2022, uno studio condotto dal professor Liberato De Caro del CNR di Bari ha applicato la

tecnica WAXS a un campione di lino della Sindone, aprendo nuove prospettive sul dibattito sulla

sua datazione.

Cos’è il metodo WAXS?

Il metodo WAXS misura come i raggi X vengono diffusi da un materiale su scala molecolare. Nel

caso di un tessuto di lino come la Sindone, i raggi X rivelano il grado di cristallinità della cellulosa

nelle fibre. Col passare del tempo, l’ordine cristallino si degrada: più il lino è antico, più è

deteriorato. Misurando questo deterioramento, si può stimare l’età del tessuto.L’esame WAXS sulla Sindone ha mostrato un livello di deterioramento compatibile con un’età di

circa 2000 anni. Questo dato è molto significativo perché contraddice i risultati della famosa

datazione al radiocarbonio del 1988, che aveva collocato la Sindone tra il 1260 e il 1390 d.C.,

facendola sembrare medievale.

Liberato De Caro, confrontando la Sindone con campioni di lino antichi di datazione certa, ha

osservato che la struttura della cellulosa sindonica è simile a quella di tessuti risalenti al I secolo

dopo Cristo. Questo rafforza l’ipotesi che la Sindone possa effettivamente risalire all’epoca di Gesù.

Perché questa analisi è importante?

• Non è invasiva: non rovina il tessuto.

• Non dipende dalla contaminazione esterna (polveri, incendi, restauri), un problema che aveva

inficiato la datazione al C14.

• Conferma altre osservazioni storiche e artistiche che collegano la Sindone all’antichità e non al

Medioevo.

Tuttavia, De Caro stesso ha sottolineato che, pur essendo un dato molto interessante, la datazione

scientifica non può “provare” da sola l’identità del corpo avvolto nel lenzuolo. La fede resta

necessaria per riconoscere nella Sindone il corpo di Gesù Cristo.

L’esame WAXS della Sindone di Torino ha dato nuova forza all’ipotesi che il lenzuolo risalga

realmente all’epoca di Gesù. A differenza della datazione al carbonio, il WAXS analizza

direttamente il deterioramento naturale della fibra di lino, fornendo risultati più coerenti con la

tradizione storica e cristiana. Pur non potendo da solo dimostrare che la Sindone abbia avvolto il

corpo di Cristo, questo studio rappresenta un importante contributo alla ricerca, mostrando come

scienza e fede possano dialogare nella ricerca del mistero.

Se vuoi ti preparo anche una breve cronologia delle principali analisi scientifiche sulla Sindone o

una scheda riassuntiva solo sul metodo WAXS.

L’Uomo della Sindone

L’immagine mostra un uomo adulto, di circa 180 centimetri di altezza, con caratteristiche

semitiche: capelli lunghi, barba e baffi. La figura appare rigida, segno che il corpo era già entrato

nella fase di rigidità cadaverica. L’impressione lasciata sulla tela non è un semplice dipinto: non ci

sono tracce di pigmenti, né di pennellate. Studi scientifici indicano che l’immagine si è formata

probabilmente per disidratazione superficiale delle fibre di lino, come se fosse stata “bruciata” da

una fonte di energia ancora sconosciuta.

Pierluigi Baima Bollone

Il sangue sulla Sindone

La constatazione del gruppo AB è stata effettuata per la prima volta dal medico legale italiano

Pierluigi Baima Bollone, professore dell’Università di Torino, insieme ai collaboratori Jorio e

Massaro. Baima Bollone utilizzò test immunologici specifici su frammenti di fili prelevati dalle

macchie di sangue, identificando la presenza degli antigeni A e BTracce di sangue umano sono chiaramente visibili, corrispondenti a ferite compatibili con una

crocifissione. Gli esami chimici hanno rilevato emoglobina di tipo AB, un gruppo sanguigno raro

ma compatibile con popolazioni mediorientali antiche. Le macchie di sangue sono autentiche e

non dipinte. Inoltre, il sangue presenta segni di sierosi, cioè la separazione del siero dal sangue,

fenomeno che avviene in seguito a gravi traumi e agonia, come quella subita da una vittima di

crocifissione.

Le ferite

Le ferite visibili sulla Sindone sono numerose e impressionanti:

• Sul dorso e sulle gambe si osservano oltre 120 colpi, compatibili con una flagellazione romana

usando fruste a più cordoni con il finale una pallina di piombo o osso (flagrum).

• Sulle spalle sono evidenti abrasioni, probabilmente causate dal peso di un oggetto pesante,

come una trave (il patibulum della croce).

• Al costato, sul lato destro, si nota una grande ferita compatibile con un colpo di lancia

(ricordando la lancia di Longino che perforò il costato di Cristo).

• Non si osservano segni di rottura alle gambe, in accordo con i Vangeli che affermano che a

Gesù non furono spezzate le ossa.

La corona di spine

Intorno al capo si vedono numerose piccole ferite circolari (circa 50) fronte, capo e nuca, da cui è

colato sangue (AB). Esse indicano l’uso di una corona di spine, non a cerchio, ma piuttosto a

“casco”, cioè un intreccio che avvolgeva tutta la testa. (perché le corone nel medio oriente

dell’epoca, avvolgeva a casco la testa del re.)

Si pensa sia la Ziziphus spina-christi,una pianta comune a Gerusalemme.

Questo dettaglio è particolarmente significativo, perché la tradizione cristiana narra che Gesù fu

deriso come “re dei Giudei” e incoronato di spine, e ne fu l’unico caso

I chiodi della crocifissione

La Sindone mostra chiari segni di fori di chiodi nei polsi e nei piedi. Contrariamente all’iconografia

classica, che spesso raffigura Gesù crocifisso con i chiodi nei palmi delle mani, la Sindone

documenta che i chiodi passarono attraverso i polsi: una scelta necessaria per sostenere il peso del

corpo senza che la mano si strappasse. I piedi sembrano essere stati fissati da un singolo chiodo,

uno sopra l’altro.

• Lunghezza: circa 13-18 centimetri• Spessore: circa 1 centimetro

• Forma: a sezione quadrata o rettangolare, tipica dei chiodi romani da crocifissione

• Materiale: ferro forgiato a mano

Emanuela Marinelli

La durata:

Assenza di decomposizione rapida: Emanuela Marinelli sottolinea anche che, se il corpo fosse

rimasto a lungo avvolto nella Sindone, ci sarebbero state tracce di decomposizione. Invece, non si

osservano tali segni. Gli scienziati ipotizzano che il corpo sia rimasto a contatto con la sindone tra le

36-40 ore.

Il mistero dell’immagine sulla Sacra Sindone è uno degli aspetti più affascinanti e dibattuti

riguardo questo antico lenzuolo di lino che, secondo la tradizione cristiana, avvolse il corpo di Gesù

dopo la sua morte. L’immagine che appare sulla Sindone, visibile soprattutto sotto luce inclinata,

mostra una figura umana impressionante, con dettagli che sembrano corrispondere esattamente

alla descrizione di una persona crocifissa. Tuttavia, il mistero risiede nel fatto che nessuna tecnica

conosciuta può spiegare completamente come questa immagine si sia formata.

Caratteristiche dell’immagine

Sfumature delicate e non pittoriche: L’immagine non è dipinta o scolpita, ma sembra una sorta di

impronta chimica o energetica impressa sulle fibre del lino. Non ci sono tracce di pigmenti, vernici

o coloranti che possano spiegare la formazione dell’immagine, ma solo un cambiamento nella

struttura superficiale delle fibre del tessuto.

Dettagli anatomici sorprendenti: L’immagine mostra una persona che ha subito flagellazioni,

portato una corona di spine, e che ha subito una crocifissione. Le ferite, il sangue e altre

caratteristiche della persona (come l’impronta dei piedi e delle mani) sono perfettamente

dettagliati e corrispondono esattamente alla descrizione dei Vangeli.

Luminescenza dell’immagine: L’immagine appare più chiara rispetto al resto del tessuto, e gli studi

hanno rivelato che la colorazione non penetra la fibra, ma modifica solo la parte superficiale.

Questo ha portato molti ricercatori a ipotizzare che l’immagine sia il risultato di una sorta di

energia radiante, come una radiazione proveniente dal corpo che ha attraversato il lino.

I principali misteri e le ipotesi scientifiche

La formazione dell’immagine: La domanda principale è come sia possibile che l’immagine si siaformata in modo così dettagliato, senza l’uso di pigmenti o tecniche pittoriche, su un materiale

come il lino. Alcune delle teorie avanzate includono:

Radiazione energetica: Una delle ipotesi più accreditate tra gli scienziati è che l’immagine sia stata

causata da un fenomeno energetico o radiante che ha attraversato il corpo e il tessuto, lasciando

un’impronta sulla fibra del lino. Alcuni ricercatori suggeriscono che potrebbe essere stata una

radiazione ultravioletta o una forma di energia sconosciuta.

Reazione chimica o termo-chimica: Un’altra teoria propone che il corpo, in un evento sconosciuto,

possa aver emesso un tipo di energia termica che ha reagito con le fibre di lino in modo simile a un

“bottone di ruggine”, con un effetto di riscaldamento che ha creato l’immagine.

Le caratteristiche fisiche del corpo: Gli studi sull’immagine suggeriscono che la figura sulla Sindone

è quella di una persona che ha subito un trauma estremo, compatibile con i racconti evangelici

della Passione di Gesù (flagellazione, crocifissione, ferita al costato). L’immagine mostra dettagli

incredibilmente accurati delle ferite, come i segni lasciati dai chiodi, la corona di spine, e la ferita al

costato. e con i segni di crocifissione. Alcuni ricercatori hanno evidenziato che il sangue

visibile è autentico e compatibile con il gruppo sanguigno AB, che è raro ma documentato anche in

popolazioni mediorientali. Non ci sono segni di contaminazione, e questo supporta l’ipotesi che il

corpo sia stato veramente avvolto nel lenzuolo.

La distanza tra le due facce: Un altro mistero riguarda il fatto che l’immagine è perfetta sia sul

dritto che sul rovescio della Sindone, ma con una differente profondità di impegno. La figura

appare come una “stampa” tridimensionale, ma non sembra che ci sia stato un contatto diretto

prolungato tra il corpo e il tessuto, poiché la struttura del lino non mostra deformazioni evidenti.

Le teorie sul fenomeno dell’immagine

Mentre non esiste una risposta definitiva sul modo in cui l’immagine si è formata, gli scienziati e i

ricercatori continuano a esplorare teorie affascinanti:

Teoria della radiazione o energia sconosciuta: Molti studiosi ritengono che l’immagine possa

essere il risultato di una radiazione proveniente dal corpo durante la risurrezione, o da un qualche

tipo di fenomeno fisico o chimico sconosciuto. Alcuni, come il fisico Raymond Rogers, hanno

suggerito che l’immagine potrebbe essere stata causata da un improvviso raggio energetico.

Teoria della formazione termo-chimica: Secondo alcuni ricercatori, l’immagine potrebbe essersi

formata a causa di una reazione chimica causata da un rapido riscaldamento del corpo che ha

provocato una reazione immediata con il tessuto di lino.

Teoria dei “fumi” di incenso e oli: Alcuni hanno ipotizzato che una combinazione di vapori di

incenso e oli utilizzati per preparare il corpo per la sepoltura abbia potuto interagire con la fibra di

lino, creando un’impronta. Tuttavia, questa teoria non spiega completamente la qualità e la

precisione dell’immagine.

Le Scoperte di Max Frei

Secondo Max Frei e il suo team, i pollini trovati sulla Sindone sembrano appartenere a diverse

piante provenienti dalla Palestina e dalla regione del Medio Oriente. Le analisi rivelarono la

presenza di pollini che indicano una connessione con piante tipiche di quelle aree, inclusi:

• Pollini di fiori e piante del deserto (ad esempio, Artemisia e Cistus), che sono comuni in Medio

Oriente.

• Pollini di piante di olive: La presenza di pollini di ulivo suggerisce che il lenzuolo possa essere

stato in un’area che produceva olive, come quella che circonda Gerusalemme.

• Pollini di piante di caprifoglio e di spini: Piante che crescono nella zona intorno a Gerusalemme.

Le piante tipiche del Mediterraneo e del Medio Oriente suggerirebbero quindi che la Sindoneabbia un’origine mediorientale, molto probabilmente vicina a Gerusalemme, il che potrebbe

essere compatibile con la tradizione cristiana secondo cui la Sindone fu usata per avvolgere il corpo

di Gesù dopo la sua crocifissione.

La Sacra Sindone di Torino offre una straordinaria rappresentazione della passione, morte e

sepoltura di un uomo crocifisso, la cui descrizione coincide in modo impressionante con i racconti

evangelici della Passione di Gesù Cristo. Le tracce di sangue, le ferite da flagellazione, la corona di

spine e i chiodi documentano con realismo una sofferenza atroce. Che si tratti effettivamente del

corpo di Gesù o meno, la Sindone resta un potente segno capace di commuovere, interrogare e

avvicinare alla fede chiunque vi si accosti con cuore sincero.

STATISTICA DEL PROF. BRUNO BARBERIS:

Lo studio statistico di Bruno Barberis sulla Sindone

Bruno Barberis, matematico e fisico matematico dell’Università di Torino, si è occupato a lungo dello studio

scientifico della Sindone di Torino. Tra gli argomenti affrontati da Barberis vi è anche un’analisi di tipo

statistico e probabilistico, elaborata per valutare quanto fosse improbabile che una persona sottoposta a

crocifissione presentasse contemporaneamente tutte le caratteristiche osservabili sull’immagine sindonica.

Il suo ragionamento parte da un dato importante. La Sindone presenta numerosi elementi che sembrano

essere compatibili con la descrizione evangelica della Passione di Gesù. Tra questi vi sono le numerose ferite al

capo, compatibili con un oggetto appuntito simile a una corona di spine, le lesioni provocate dalla

flagellazione, la presenza di ferite ai polsi e ai piedi compatibili con la crocifissione, la ferita al costato e

l’assenza della frattura delle gambe. Secondo Barberis, inoltre, il corpo sembra essere stato deposto

rapidamente nel lenzuolo e vi sarebbe rimasto per un periodo relativamente breve, prima che comparissero i

normali fenomeni di decomposizione.

Per cercare di quantificare la particolarità di questa combinazione di caratteristiche, Barberis attribuì a ciascun

elemento una determinata probabilità. Considerando insieme sette caratteristiche, arrivò a una probabilità

complessiva di circa una su duecento miliardi.

Il risultato è certamente impressionante. Una probabilità di una su duecento miliardi significa, nel modello

utilizzato da Barberis, che sarebbe estremamente improbabile trovare casualmente una persona crocifissa che

presentasse contemporaneamente tutte quelle caratteristiche.

Barberis fece poi un ulteriore ragionamento. Cercò di stimare quante persone potessero essere state

crocifisse nell’area mediterranea e mediorientale durante il periodo storico nel quale questa pratica era

utilizzata. Arrivò a una stima massima di circa duecento milioni di persone. Applicando a questo numero la

probabilità precedentemente calcolata, ottenne un valore di circa uno su mille. In altre parole, secondo il suo

modello, sarebbe stato estremamente improbabile che, tra tutte le persone crocifisse considerate, ve ne fosse

anche solo una con quella particolare combinazione di caratteristiche.

Questo studio viene quindi utilizzato dai sostenitori dell’autenticità della Sindone come argomento a favore

dell’identificazione dell’Uomo della Sindone con Gesù di Nazaret. Il ragionamento, tuttavia, deve essere

interpretato correttamente. Il valore di una probabilità di uno su duecento miliardi non significa

automaticamente che esista una probabilità di uno su duecento miliardi che la Sindone non appartenga a

Gesù. Non sono la stessa cosa.

Il motivo è che le probabilità utilizzate da Barberis non derivano tutte da osservazioni statistiche ottenute da

un grande campione di crocifissioni documentate. In diversi casi si tratta di stime costruite sulla base delle

conoscenze storiche e archeologiche disponibili. Inoltre, alcune caratteristiche considerate nel calcolo

possono non essere completamente indipendenti tra loro. Questo è un punto molto importante quando si

effettua un calcolo probabilistico, perché moltiplicare direttamente le probabilità presuppone determinate

condizioni che devono essere giustificate.

Per questo motivo il numero di uno su duecento miliardi non può essere considerato una dimostrazione

matematica dell’autenticità della Sindone. È più corretto considerarlo come il risultato di un particolaremodello statistico. Se si accettano le probabilità attribuite da Barberis e le ipotesi sulle quali il modello è

costruito, la combinazione delle caratteristiche della Sindone risulta straordinariamente improbabile.

Lo studio rimane comunque interessante perché mostra quanto sia particolare l’insieme degli elementi

presenti sulla Sindone. La questione della sua autenticità, però, non può essere risolta soltanto attraverso

questa statistica. Deve essere valutata insieme alle altre evidenze storiche, archeologiche, medico legali,

chimiche e fisiche, comprese le discussioni sulla datazione al radiocarbonio del 1988 e sulle successive

obiezioni e analisi.

In conclusione, il lavoro di Bruno Barberis non dimostra matematicamente che l’Uomo della Sindone sia Gesù,

ma cerca di mostrare, attraverso la probabilità, quanto sia difficile spiegare casualmente la contemporanea

presenza di determinate caratteristiche. Il famoso dato di una probabilità di uno su duecento miliardi deve

Il corpo fu avvolto in un lenzuolo dopo la crocifissione → 1/100

Sul capo furono provocate numerose ferite compatibili con un casco/corona di spine → 1/5.000

Il condannato portò sulle spalle il patibulum → 1/2

Fu fissato alla croce con chiodi, anziché essere legato → 1/2

Presentava una ferita al costato destro inflitta dopo la morte, senza fratture alle gambe → 1/10

Fu avvolto rapidamente nel lenzuolo, senza i normali trattamenti funerari → 1/20

Rimase nel lenzuolo per un periodo molto breve, sufficiente a lasciare l’immagine ma senza segni di

putrefazione → 1/500.

Barberis moltiplicò queste probabilità:

1/100 × 1/5000 × 1/2 × 1/2 × 1/10 × 1/20 × 1/500

ottenendo:

1 su 200.000.000.000

cioè una possibilità su 200 miliardi che un crocifisso casuale possedesse contemporaneamente quelle sette

caratteristiche.

SCONTRO TRA STUDIOSI SU ARCHAEOMETRY

Non si può dimenticare il tormentone della scorsa estate 2025, con la notizia che l’immagine della

Sindone sarebbe stata prodotta da un bassorilievo. Una ricerca, si può dire, di rilievo… basso se

non addirittura nullo. All’epoca, il 4 agosto ne abbiamo parlato perché incredibilmente questo

studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Archaeometry dell’Università di Oxford, che nel

2019 aveva ospitato la nostra smentita definitiva della datazione medievale della Sindone.

Immediatamente è partita la nostra richiesta ad Archaeometry di pubblicare un commento scritto

da me con due studiosi della Sindone, Tristan Casabianca e Alessandro Piana. Abbiamo sottolineato

alcuni punti inaccettabili del lavoro di Cicero Moraes, soprattutto quello più grave: per sua scelta,

non tiene conto di tutti gli aspetti della Sindone. Non gli interessano gli studi di eminenti scienziati,

pubblicati su riviste referenziate. E non li considera non solo su aspetti che non riguardano la

formazione dell’immagine, come le microtracce e il sangue, ma nemmeno in merito alle ricerche

condotte sull’origine dell’immagine, argomento su cui pretende di fare affermazioni contro

l’autenticità della Sindone e di avere la parola definitiva. Una arroganza scientificamente

inaccettabile. È ridicolo pretendere di affrontare lo studio di un oggetto complesso come la

Sindone senza conoscere i risultati delle ricerche già condotte.

Moraes decide a priori che un cadavere nella Sindone non ci deve essere stato. Imbocca perciò

questa strada sbagliata e la percorre con sicumera, soddisfatto della sua scelta. Tutte le nostrecritiche al suo lavoro, che sono state ora pubblicate da Archaeometry, le conoscevate già perché

erano nell’articolo di agosto. Quello che è nuovo riguarda la replica di Moraes alle nostre critiche.

Ecco cosa afferma nell’abstract: «La risposta ai commenti di Casabianca et al. (2025) mira a chiarire

equivoci interpretativi e a riaffermare la coerenza metodologica dello studio Image Formation on

the Holy Shroud—A Digital 3D Approach. Le critiche presentate ignorano l’ambito dichiarato della

ricerca, di natura strettamente metodologica, incentrato sulla valutazione della deformazione

morfologica nella proiezione del corpo sul tessuto. L’uso esclusivo della regione frontale, la scelta

delle fonti visive e la contestualizzazione storica basata sulle effigi tombali sono coerenti con

l’obiettivo proposto e trovano riscontro in studi precedenti. La risposta sottolinea la trasparenza

dei dati, la replicabilità dell’esperimento e la legittimità dell’approccio scientifico adottato,

confutando le accuse di difetti concettuali o storici».

Niente da fare, Moraes persiste nella sua scelta di ignorare gli studi altrui, ma in realtà con un

distinguo non da poco: scarta quelli che sostengono l’autenticità della Sindone e valuta quelli che

la negano. Si riferisce a questo quando scrive che le sue scelte “trovano riscontro in studi

precedenti”.

Però va anche oltre: cerca di confondere il lettore con citazioni parziali, usate distorcendone il

significato.

Ecco un esempio. Nella sua replica scrive a proposito della «affermazione comunemente condivisa

secondo cui gli studi dello Shroud of Turin Research Project (STURP) avrebbero indicato che

l’immagine non proveniva dalla pigmentazione; tuttavia secondo Heller e Adler (1981), che

facevano parte del gruppo: “Va notato che, sebbene tutti gli altri test organici siano negativi, ciò

non esclude la possibilità che alcune di queste sostanze possano essere state presenti sul tessuto in

passato e essere state eliminate nel tempo attraverso ossidazione, degradazione, ecc.”».

In questo modo Moraes fa credere al lettore che Heller e Adler nel loro articolo ammettano che

l’immagine possa essere stata formata da pigmenti poi perduti nel tempo. Dunque sarebbe

un’immagine fabbricata ad arte.

Ma vediamo invece come prosegue il testo di Heller e Adler: «Ad esempio, la possibile presenza di

grassi o oli è stata verificata applicando i reagenti standard allo iodio (IBr, ICl) di Hanus e Wij. Si è

riscontrato che soluzioni diluite di tale agente non venivano rilasciate dalle fibrille gialle,

dimostrando che gli acidi grassi insaturi non sono attualmente presenti sulle fibrille. Ciò non

esclude la loro possibile presenza passata e la perdita attraverso lenta perossidazione. Ciò si

applicherebbe anche a tracce di Saponaria».

Heller e Adler cercavano grassi, oli e saponaria perché stavano verificando l’ipotesi che l’immagine

fosse stata provocata dal sudore del corpo e dai profumi in soluzione oleosa con cui potevano

essere stati trattati il cadavere o la Sindone. Non un pigmento di un artista.

Ma Moraes è talmente sfacciato che cerca di citare a sproposito persino gli autori (Casabianca, Marinelli, Pernagallo e Torrisi)

della smentita del radiocarbonio pubblicata su Archaeometry nel 2019. Infatti scrive: «In relazione allo studio al carbonio-14 che

gli autori criticano e autoreferenziano, un passaggio da loro scritto (Casabianca et al. 2019) chiarisce molto bene che la datazione

effettuata negli anni ’80 non dovrebbe essere scartata: “I nostri risultati statistici non implicano che l’ipotesi medievale sull’età

del campione analizzato debba essere esclusa”».

Con questo, Moraes vuol far credere al lettore che noi alla fine ammettiamo che la Sindone è medievale. Anche qui, vediamo però il

contesto e il significato della nostra affermazione. Stiamo parlando non di tutta la Sindone, ma del campione analizzato. Un

campione di soli tre centimetri che risulta medievale perché rammendato e inquinato, con una differenza di circa 150 anni da un

lato all’altro. Scriviamo anche: «Questa variabilità delle datazioni al radiocarbonio di Nature in pochi centimetri, se estrapolata

linearmente al lato opposto della Sindone porterebbe a una datazione nel futuro». E concludiamo: «Le misurazioni effettuate dai

tre laboratori sul campione della Sindone di Torino soffrono di una mancanza di precisione che pregiudica seriamente

l’affidabilità al 95% dell’intervallo 1260–1390 d.C. Le analisi statistiche, corroborate dal materiale estraneo rilevato dai laboratori,

mostrano la necessità di una nuova datazione al radiocarbonio per calcolare un nuovo intervallo affidabile. Questo nuovo test

richiede, in una ricerca interdisciplinare, un protocollo robusto. Senza questa rianalisi, non è possibile affermare che la datazione

al radiocarbonio del 1988 fornisca “la prova definitiva” che l’intervallo di età sia preciso e rappresentativo dell’intero tessuto».

Il maldestro e penoso tentativo di Moraes, che tenta di giustificarsi senza alcuna onestà scientifica, rende ancora più inconsistente

la sua pretesa di dimostrare falsa la Sindone. Non è il primo e non sarà l’ultimo. La Sindone dà fastidio a chi vuole liberarsi di quella

scomoda presenza che interroga e sconvolge chi non vuole ammettere la sua autenticità per non incontrare Cristo nella sua vita.IL SACRO SUDARIO DI OVIEDO

Il sudario di Oviedo, conosciuto anche come telo di Oviedo, è una reliquia della Chiesa cattolica, costituita da un telo di

lino di dimensioni ridotte (circa 0,84 per 0,53 m) conservato nella Cámara Santa della cattedrale di San Salvador a

Oviedo (Asturie, Spagna). Le analisi col metodo del carbonio-14 hanno datato il telo al 700 d.C. circa.

Secondo la tradizione cristiana e il Vangelo di san Giovanni questo telo è stato usato per avvolgere il capo di Gesù

dopo la sua morte e sino all’arrivo al sepolcro, quando, come d’uso, era stato tolto prima d’avvolgere il cadavere nel

lenzuolo; diversamente dalla più famosa sindone di Torino, esso non porta impressa alcuna immagine, ma solo

macchie di sangue. Il sudario viene esposto alla venerazione dei fedeli tre volte l’anno: il Venerdì Santo, il 14

settembre (Festa del trionfo della croce) e il 21 settembre (san Matteo apostolo ed evangelista).

Nuovi studi universitari rafforzano l’ipotesi che i due teli abbiano avvolto lo stesso corpo. Le indagini condotte da

Sánchez Hermosilla della Cattolica di Murcia confermerebbero la compatibilità

E’ la stessa ferita? Dagli studi più recenti si direbbe di sì: le tracce ematiche del “colpo di lancia” riscontrate e studiate

sul “Sudario di Oviedo” sarebbero compatibili con i segni rimasti sulla Sindone di Torino. è il risultato più vistoso della

ricerca compiuta da Alfonso Sánchez Hermosilla, anatomopatologo dell’Istituto di medicina legale dell’Università

Cattolica di Murcia, e presentata di recente anche all’Università Pontificia Regina Apostolorum di Roma, dove è attivo

il primo corso accademico di studi sindonologici. «Nel Sudario di Oviedo appare una macchia di sangue cadaverico con

un cerchio attorno cagionato da un altro fluido cadaverico compatibile con liquido pleurico e pericardico.

Questa macchia può essere stata provocata solo attraverso una ferita aperta nel torace. Questa macchia,

morfologicamente, è simile a quella provocata dalla ferita presente sul costato destro della Sindone di Torino. Lo

studio anatomico e antropometrico della macchia oggetto di studio nel Sudario di Oviedo individua la ferita che l’ha

causato nella zona posteriore del quarto spazio intercostale destro, tenendo come limite inferiore la quinta costola,

come limite superiore la quarta costola, come limite mediale (o interno) la colonna vertebrale, e come limite esterno il

bordo interno della scapola destra». È uno “scenario” del tutto compatibile con quanto si riscontra sul Telo custodito

43nel Duomo di Torino; ed è compatibile, anche, con il testo del Vangelo di Giovanni là dove descrive gli ultimi momenti

di vita di Gesù sulla croce.

L’analisi medico-legale effettuata indica anche la ferita inferta dal colpo di lancia come compatibile con la posizione di

un corpo crocifisso per la presenza di sangue cadaverico, per l’angolatura della ferita stessa. Pierluigi Baima Bollone,

applicando metodologie analoghe durante i primi studi approfonditi sulla reliquia spagnola, riscontrò che anche in

questo caso il sangue apparteneva al gruppo AB. Tali risultati vennero successivamente confermati e approfonditi nei

primi anni ’90 dalle indagini dell’EDICES (Equipo de Investigación del Centro Español de Sindonología)Le

corrispondenze fra i due Teli riguardano inoltre le caratteristiche morfologiche, il tipo di sangue, del gruppo AB

(elemento questo già studiato in precedenza); e analoga è la posizione della ferita – orizzontale, e non verticale – così

come si riscontra in Oviedo e nell’immagine della Sindone. Gian Maria Zaccone, direttore del Centro internazionale di

sindonologia di Torino, commenta così lo sviluppo della ricerca: «Il Sudario di Oviedo compare alla ribalta della storia

nell’XI-XII secolo, quando viene censito tra le reliquie dell’antica Arca conservata nella Cámara Santa di Oviedo,

cappella costruita al-È l’interno del Palazzo Reale, poi inglobata nella gotica Cattedrale del Salvatore, che divenne una

meta essenziale nel pellegrinaggio medievale, rivale della stessa Compostela. Di qui iniziava il primo “camino per san

Giacomo” e fu persino coniato il detto: “Chi va a Santiago e non al Salvatore, visita il servo e non il Signore”.

Ma qual è il significato dei risultati di questa ricerca di Sanchez Hermosilla allo stato delle conoscenze sulla Sindone?

Spiega ancora Zaccone: «Abbiamo sempre seguito con molto interesse lo svilupparsi degli studi sul Sudario, che nel

tempo hanno acquistato sempre maggiore autorevolezza. Sanchez Hermosilla è un noto e affermato anatomopatologo

che applica rigorosamente la sua professionalità e le tecniche medico legali alla ricerca sul Sudario. Molta strada è

stata fatta, altra ancora ne rimane da fare. Man mano che i risultati emergono vengono confrontati con quelli noti

sulla Sindone. Sino ad oggi non sono emerse contraddizioni. Anzi alla luce degli ultimi studi pare rafforzarsi l’ipotesi

che i due teli abbiano avvolto lo stesso corpo ed emergono spunti interessanti per futuri approfondimenti sul telo

sindonico».

I POLLINI:

La Sindone è un telo dalle dimensioni di metri 4,36 x 1,10, prodotto con fili di Linum usitatissimum, utilizzato fin dal

6.000 a.C. e originario del Medio Oriente, lavorato con metodiche proprie di quel tempo e di quel luogo. L’intreccio è

irregolare perché realizzato su di un telaio manuale ed è da considerare, per quel tempo, assai raffinato, destinato a

persone facoltose. Frammisti al lino si trovano fili di cotone ma nessuna traccia di lana in quanto, secondo la legge

mosaica, lana e lino dovevano essere tenuti separati.

Il Sudario di Oviedo non presenta alcuna immagine impressa ma solo tracce di sangue, anch’esse del gruppo AB, come

il sangue della Sindone. Inoltre, sono disposte come il sangue della Sindone, sovrapponibili ad esso. Con buona

probabilità hanno avvolto lo stesso corpo (2). Il Sudario ha un tipico ordito di epoca romana, prodotto fra il 400 a.C. e il

500 d.C. (3). È stato tessuto con torcitura a «Z», tipica della zona siro-palestinese, e ha una struttura tessile — afferma

Franca Pastore Trosello — «come quella della Sindone: lino, identico spessore delle fibre, filato a mano, con una

torsione a “Z”, ma tessuto in modo differente: sargia a spiga per la Sindone e motivo ortogonale (taffettà) per il

Sudario» (4).

Che cos’è il polline?

Il polline, contenuto nelle antere dei fiori, si può definire come il «gametofito maschile» delle piante spermatofite, a

loro volta divise in angiosperme e gimnosperme. È l’elemento fecondante ed è una cellula che, a seguito della

divisione meiotica, possiede un corredo cromosomico aploide e due o più nuclei, uno generativo e uno o più

vegetativi.

Le dimensioni di un granulo pollinico variano da 10 a 200 micrometri o micron (µ), secondo le specie. Il micrometro è

pari al millesimo di millimetro (10-6), quindi il singolo granulo pollinico è invisibile a occhio nudo. Ha un colore che

varia, sempre secondo le specie, dal giallo all’arancione, al blu, al viola, al marrone, e così via. La forma del polline —

sferica, oblata (ellissoide), poliedrica —, come anche la struttura e la scultura della superficie esterna, sono variabili

44secondo le specie. Vi sono pollini che emanano odori repulsivi per gli animali erbivori, evitando così che il fiore, con il

polline, sia assunto dagli stessi come cibo e sia impedita la fecondazione.

Molto complessa, pur nella sua piccolezza, è la struttura del granulo: in questa cellula troviamo, oltre al nucleo

generativo, un nucleo vegetativo che produce il tubo pollinico nel quale scorre il materiale genetico, destinato a

penetrare nell’ovario attraverso lo stigma e quindi lo stilo. Vi sono meccanismi che impediscono al polline dello stesso

fiore di fecondare il proprio stigma e anche quello degli altri fiori della stessa pianta per favorire il ricambio genetico.

Altri modi ancora impediscono la germinazione del tubo pollinico qualora il granulo si depositi sullo stigma del fiore di

una specie diversa. Il granulo pollinico è protetto da un primo strato esterno, l’esina, a sua volta suddivisa in tectum,

columella, piede ed endesina, e su di essa, specialmente nelle piante entomofile, anche se non tutte, si può trovare il

pollenkit, cioèun materiale adesivo che si trova sui granuli pollinici della maggior parte delle piante impollinate da

animali eche favorisce l’attacco sia al vettore del polline sia allo stigma, oltre a contenere enzimi, proteine e

glicoproteine. Queste ultime hanno il compito di nutrire il granulo e di farsi riconoscere dalla parte femminile del fiore,

perché geneticamente compatibili. Vi è poi uno strato interno, l’intina. Il granulo può rimanere agganciato anche ai

peli di un tessuto come, per esempio, il telo sindonico.

La produzione del polline è immensa, soprattutto nelle piante anemofile, ma è un solo granulo pollinico a fecondare

l’ovario di ciascun fiore. Tutto il resto è destinato a essere disperso nell’ambiente oppure utilizzato dai vettori animali,

come le api, quale importante fonte proteica.

La scienza che studia il polline è la palinologia, nata fra il XVII e il XVIII secolo.

Breve storia della conoscenza del polline

Il termine «polline» deriva dal latino pollen, pollinis il cui significato è fior di farina, polvere. Anticamente non se ne

conosceva la funzione, anche se vi era qualche idea sulla sua capacità fecondante fin dai tempi più remoti, tant’è che

nei bassorilievi dei palazzi del re assiro Assurbanipal (668-629 a. C.) alcuni personaggi mitologici, «[…] agitando delle

infiorescenze, praticano la fecondazione artificiale dei datteri» (5).

Aristotele (384/383-322 a.C.) negava che vi fosse una distinzione sessuale nelle piante, ma non così il medico greco

Tirtano, soprannominato Teofrasto (371 a.C.-287 a.C.), importante botanico dell’antichità e fondatore della fisiologia

vegetale. Descrisse cinquecento piante, comprese alcune fossili, e fu il primo studioso a distinguere fra palme femmine

e palme maschi e a capire che la polvere (il polline) della palma maschio è ciò che feconda la palma femmina, pur

essendo lontano dal capire come avviene, non potendo osservare il singolo granulo pollinico, visibile solo con un

microscopio. Anche Plinio il Vecchio (23-79) nella Naturalis historia distingue conifere maschili e conifere femminili.

Come detto, a quei tempi si era ben lontani da uno studio scientifico del polline tramite il microscopio, inventato nel

1590, a Leida, in Olanda. Inizialmente si trattava di uno strumento assai rudimentale, che offriva immagini piuttosto

opache e non ancora utili allo studio del polline. Perfezionato dallo scienziato inglese Robert Hooke (1635-1703)

consentì, finalmente, molte scoperte in campo scientifico. Lo scienziato bolognese Marcello Malpighi (1628-1694) e

l’inglese Nehemiah Grew (1641-1712), soci della Royal Society fondata nel 1660, collaborarono, pur se a distanza, nelle

ricerche sul polline e arrivarono entrambi a osservarlo al microscopio ottico, scambiandosi le proprie opinioni per

mezzo di plichi postali con tempistiche di spedizione lunghe anche mesi.

Grew accertò che fra i granuli pollinici delle varie specie vi è differenza di volume, di forma e di colore. In quegli stessi

anni Malpighi, futuro archiatra di Innocenzo XII (1691-1700), si dedicò anche allo studio degli insetti, degli embrioni e

delle piante, osservando il polline e collocandosi tra i fondatori dello studio microscopico dei vegetali. Nel 1766, il

botanico tedesco Joseph Gottlieb Kölreuter (1733-1806) descrisse i principali tipi d’impollinazione delle piante,

distinguendo quella anemofila da quella entomofila.

Da allora in poi gli studi proseguirono assiduamente. Molti furono gli scienziati che se ne occuparono e fra alcuni si

45dedicarono allo studio dei pollini presenti sul telo sindonico: primo fra tutti il botanico svizzero Max Frei-Sulzer (1913-

1983), morto prima di terminare lo studio dei pollini raccolti e lasciando incompiuto il lavoro sulla Sindone. I suoi studi,

forse perché terminati senza precisare la metodologia scelta per arrivare al riconoscimento non solo del genere, ma

anche della specie, sono stati oggetto di alcune critiche, come quelle di Silvano Scannerini, già ordinario di Botanica

nell’Università di Torino (1940-2005) e presidente dell’Ac-cademia di Agricoltura nella stessa città, e di Rosanna

Caramiello, ordinario di Botanica forestale nel medesimo ateneo. Sono interessanti in proposito gli studi della botanica

e biologa Marzia Boi, ricercatrice presso l’Università delle Isole Baleari a Palma di Maiorca (Spagna), an-ch’essa critica

verso le conclusioni di Max Frei-Sulzer, e ancora lo studio della scrittrice italiana Emanuela Marinelli, laureata in

Scienze Naturali e in Scienze Geologiche, autrice di oltre venti libri sulla Sindone.

Vettori del polline

Sono vari i vettori del polline che è trasferito dall’antera, la parte maschile del fiore che li produce, fino allo stigma, la

parte femminile. Vi sono piante a impollinazione anemofila, che affidano al vento il polline prodotto in grandissima

quantità — milioni di granuli — perché è disperso nell’aria mentre pochissimi granuli giungono a destinazione; idrofila,

per quelle che affidano il polline all’acqua; zoogama, per quelle che lo affidano agli animali, come gli insetti (piante

entomofile), i ragni, gli uccelli, i rettili, i piccoli mammiferi e alcuni crostacei marini.

Se lo stigma di una pianta anemofila non può far nulla per attirare il polline della propria specie disperso nell’aria e

questa possibilità è lasciata al caso, diversa è la condizione delle piante a impollinazione entomofila. Pensiamo all’ape,

che passa da un fiore a un altro della stessa pianta o di un altro esemplare della stessa specie: in questo caso lo

«spreco» del polline è minore, toccando essa, con il corpo pieno del polline che raccoglie — perché importante fonte

proteica da portare nell’alveare — lo stigma degli altri fiori e lasciando su di esso, pur se involontariamente, qualche

granulo che provvederà alla fecondazione.

Il polline delle piante tipiche della zona palestinese ritrovato sulla Sindone è in buona parte entomofilo non mancando,

ma in minore quantità, quello anemofilo di incerta provenienza.

Il prelievo dei pollini sulla Sindone e sul Sudario di Oviedo

La notte del 21 novembre 1973 Frei-Sulzer ebbe, limitatamente alle parti più esterne del telo sindonico, la desiderata

autorizzazione di prelevare alcuni campioni di polvere (240 cm2) e per questa operazione utilizzò una dozzina di

semplici nastri adesivi, che sono «[…] messi in contatto con la superficie con leggera pressione e grazie alla loro

adesività quando sono staccati asportano tutte le microtracce senza danneggiare o alterare in qualsiasi modo il

supporto» (6), ripiegandoli quindi su se stessi e riponendoli dentro dei contenitori sui quali era indicata la zona del telo

sindonico dal quale erano stati estratti (7). Nel 1978, nella notte fra l’8 e il 9 settembre, Frei-Sulzer eseguirà un nuovo

prelievo con «una ventina di applicazioni ed altrettanti “strappi” con nastri adesivi per completare le indagini sui vari

pollini iniziate nel 1973» (8).

In quest’ultima occasione anche l’équipe dello STURP (Shroud of Turin Research Project), il gruppo di ricerca

internazionale costituito per studiare scientificamente la Sindone, procede al prelievo di campioni di polvere con

nastro adesivo ma utilizzando un «applicatore appositamente progettato che esercitava sul nastro una forza costante

e predeterminata» (9) e trovando «solo un granulo di polline» (10). Frei-Sulter, riferisce invece Marzia Boi, «[…]

pressava con forza il nastro contro il telo strofinandolo con un’unghia» (11). Egli ricevette anche campioni di polvere

contenente polline estratto dalla teca d’argento nella quale era stata conservata la reliquia.

Circa la successiva preparazione del polline per rendere possibile l’osservazione al microscopio Frei-Sulter così

riferisce: «È stato un compito molto difficile identificare i diversi granuli pollinici nella polvere raccolta. Per prima cosa

li dovevo estrarre dal nastro adesivo e dopo la pulizia essi erano inclusi in glicerina come preparati permanenti, in

modo da poter essere studiati da tutti i lati al microscopio ottico. L’unico metodo veramente scientifico per

l’identificazione dei granuli pollinici è il confronto diretto con un preparato nello stesso mezzo di polline maturo

raccolto da una specie alla quale il polline sconosciuto potrebbe appartenere» (12).

46Precisa a sua volta Pierluigi Baima Bollone: «Sappiamo comunque che la procedura inizia con l’individuazione del

granulo sul nastro. Segue l’estrazione, la pulitura con reagenti appropriati e infine la preparazione per la osservazione

al microscopio ottico ordinario o con il microscopio elettronico a scansione, strumento che unisce ad un elevato

potere di ingrandimento e di risoluzione una grande profondità di campo che consente riprese che danno l’illusione

della tridimensionalità» (13).

Emanuela Marinelli, a questo proposito, scrive: «In un suo manoscritto, Frei spiegava come prelevava i granuli di

polline dai suoi campioni di nastro adesivo per metterli sui vetrini: incideva a T il nastro, dissolveva l’adesivo in toluolo

e con grande attenzione sollevava il granulo con un piccolo cappio metallico oppure infilava nell’incisione la punta di

un triangolo di nastro adesivo con la quale prendeva il granulo per poi depositarlo su un vetrino portaoggetti. A questo

punto metteva una goccia di un mezzo di inclusione, poneva i granuli dei pollini di controllo e copriva tutto con un

vetrino coprioggetti» (14).

In merito a questa metodologia i botanici Scannerini e Caramiello affermano: «La procedura sembra essere stata

corretta o comunque tale da non poter alterare fortemente le caratteristiche della parte pollinica della polvere

prelevata» (15). La palinologa Marzia Boi esprime qualche dubbio sull’utilizzo del nastro adesivo, che è «aggressivo per

le fibre del lino e inoltre rende difficile identificare i pollini specifici» (16).

Raccolto comunque il polline, ripulito e preparato per l’osserva-zione al microscopio ottico ed elettronico, Frei-Sulter si

è trovato di fronte al gravoso compito di identificare questi granuli. Non è un’opera-zione semplice perché, se è vero

che ogni specie produce un polline diverso da quello delle altre, è anche vero che le differenze fra le specie, all’interno

di uno stesso genere che è diffuso in più ampie zone rispetto alla specie, sono sovente minime. Tali differenze, inoltre,

non sono facilmente rilevabili in pollini da duemila anni mescolati a unguenti nelle fibre di un telo. Inoltre, per essere

certi dell’identificazione della specie, sarebbe necessario avere un buon numero di pollini, almeno un centinaio,

perché «qualsiasi pianta oltre a produrre pollini perfettamente normali, produce pollini malformati» (17) ed è quindi

opportuno averne un buon numero a disposizione.

Frei-Sulter affermò di avere identificato circa cinquanta specie differenti di piante, la metà della quale vive in Medio

Oriente, e arrivò a queste conclusioni: «La presenza sulla Sindone del polline di 29 piante del Vicino Oriente, e

specialmente di 21 piante che crescono nel deserto o nelle steppe, conduce direttamente all’ipotesi che il Lenzuolo,

oggi conservato nella Cattedrale di San Giovanni Battista di Torino, nel passato fu esposto all’aria libera in Paesi dove

queste piante fanno parte della vegetazione normale. […] Tre quarti delle specie riscontrate sulla Sindone crescono in

Palestina, tra le quali 13 specie sono molto caratteristiche od esclusive del Negev e della zona del Mar Morto (piante

alofite). La palinologia permette quindi di affermare che la Sindone nel corso della sua storia (compresa la

fabbricazione) ha soggiornato in Palestina» (18).

Sul telo sono però presenti anche pollini di piante tipiche della steppa, in Palestina assenti o raramente presenti. Per

questo motivo, continua Frei-Sulter, la Sindone «[…] deve essere stata esposta all’aria libera anche in Turchia poiché

20 delle specie riscontrate sono abbondanti in Anatolia (Urfa, ecc…) e quattro nei dintorni di Costantinopoli, e

mancano completamente nell’Europa Centrale ed Occidentale» (19).

La palinologa Marzia Boi, tuttavia, esprime alcune perplessità sulle conclusioni di Frei-Sulter: «I pollini sono stati

sicuramente individuati, ma sono stati forzosamente fatti corrispondere con una probabile origine geografica per

dimostrare il lungo viaggio della reliquia. In questo lavoro questa è stata considerata quasi come una bandiera, che ha

viaggiato all’aperto e che quindi al suo passaggio su di essa sarebbero aderiti tutti i pollini poi ritrovati; non si tiene

presente invece che era un importante oggetto protetto e trasportato nascosto» (20).

Il fatto che sul telo sindonico si trovi molto polline di piante entomofile della Palestina e poco di piante anemofile della

stessa zona conferma, a mio parere, quanto affermato dalla professoressa Boi. Il telo sindonico è sicuramente stato

trattato con estrema cura dai primi apostoli e da quanti lo avevano in custodia e non conservato all’aperto, dove

avrebbe raccolto più facilmente pollini anemofili. Esso aveva avvolto il corpo del Salvatore e su di esso si era formata

47l’immagine acheropita di Cristo in un modo tale che la scienza, ancora oggi, non è riuscita a spiegare. Era, già allora, la

prima e più importante reliquia della cristianità.

Il polline di piante della Palestina presenti sul telo è tipico di piante entomofile, probabilmente perché queste

facevano parte degli unguenti ma anche perché i fiori potrebbero essere stati posati sullo stesso già nel sepolcro

oppure quando, è ipotizzabile, la sacra immagine era venerata dagli apostoli e dai primi cristiani di Palestina e quindi,

per esempio, appoggiata su di una lunga tavola per osservare e pregare davanti all’imma-gine del Maestro. Ed è anche

possibile, come afferma Marzia Boi, che lo stesso polline si sia conservato così a lungo e sia rimasto attaccato alle fibre

del telo per duemila anni proprio perché il corpo del Signore è stato unto con oli e resine secondo il rito cerimoniale e

la preparazione del tempo, sostanze, queste, poi assorbite dal telo: «[…] è possibile che questi prodotti untuosi

abbiano permesso al polline, come una traccia invisibile, di persistere e rimangono attaccati al tessuto fino ai nostri

giorni» (21).

È presente, invece, più polline di piante anemofile non della Palestina probabilmente perché, in luoghi più lontani, il

telo era esposto all’a-perto e tenuto disteso — imprudentemente — davanti a folle di fedeli. Per esempio, sappiamo

che «nel 1494 e nel 1560, la Sindone verrà esposta distesa dal ponte levatoio del castello di Vercelli» (22) come anche

nell’esposizione a Torino, in piazza Castello, rappresentata nell’incisione di Antonio Tempesta (1555-1630) del 1613.

«Delle diverse spezie ed aromi legati ai riti funebri di 2000 anni fa, l’incenso e la mirra sono i più conosciuti ma ne

esistono molti altri, di cui è andata perduta l’informazione, la sua esatta specie, utilità ed utilizzo. Di alcuni di essi è

stato possibile recuperare informazioni controllando i manoscritti di scrittori dell’epoca, come Dioscoride e Plinio il

Vecchio, che ne commentano gli usi nell’antichità» (23).

San Giovanni scrive al cap.19 del suo Vangelo: «Vi andò [a prendere il corpo di Gesù] anche Nicodemo — quello che in

precedenza era andato da lui di notte — e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe. Essi presero allora il

corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura».

Marzia Boi precisa che «il popolo ebraico non ammette l’imbalsa-mazione, la mummificazione o altre tecniche di

conservazione, come indica il Talmud: “le spezie servono a togliere la puzza”, come trattamento salutare per il clima

secco e caldo. Il Talmud, raccolta di leggi e tradizioni ebraiche, non accetta che in un cadavere, con segni di violenza (il

caso di Gesù), il sangue venga pulito, ritenendo che sia parte del corpo e che debba andare unito al corpo nella tomba.

Il corpo che è stato avvolto nella Sindone di Torino è stato simbolicamente pulito, ma non lavato. Ha subito una morte

violenta e, come assicurano i rilievi forensi, i segni di sangue presente sono pre- e post mortem, a conferma di un

rituale ebraico come descritto dal Talmud» (24).

Continua la studiosa: «La Sindone molto probabilmente è stata spalmata con oli e unguenti, così come le parti del

corpo prive di sangue, contribuendo a una migliore protezione contro la rapida decomposizione, oltre a purificare

l’ambiente.

«Gli oli e gli unguenti, secondo gli usi etnoculturali, applicati durante i rituali funebri e funerari sono stati di diversi tipi

lasciando tracce, tra le fibre del lino, come il polline degli stessi prodotti utilizzati. Questa pratica può inoltre aver

facilitato la cattura di altri pollini dal-l’ambiente, garantendo per di più una protezione notevole del tessuto per le sue

importanti e ottimali proprietà antisettiche e conservanti.

«I pollini riconosciuti sulla Sindone di Torino possono chiarire il rituale funebre applicato al corpo avvolto al suo

interno, come testimoni e illustratori dell’ambiente circostante e delle pratiche dell’e-poca.

«Considerando che il corpo e il telo funebre sono stati trattati con olii e unguenti, secondo il rito cerimoniale e le

preparazioni di 2000 anni fa, è possibile che questi prodotti grassi abbiano permesso ai pollini, come una traccia

invisibile, di persistere e rimanere attaccati al tessuto fino ai nostri giorni» (25).

48La studiosa conclude che «le indagini realizzate finora si sono concentrate sulla definizione del percorso della Sindone,

trascurando le prove che i pollini stavano dimostrando sulla preparazione del rito funebre, che al momento

comprende specie botaniche di: Cistus spp. y Cistaceae, Ferula spp., Helichrysum spp. e Pistacia spp., che sono tutte

specie mediterranee. Nei campioni raccolti da Frei ci sono 109 pollini ancora senza determinazione (Danin et al., 1999).

Se fosse possibile analizzarli, e raccogliere altri campioni, si potrebbero ottenere risultati più definitivi sul rituale

funerario» (26).

Il Sudario di Oviedo

è un telo di lino conservato in Spagna fin dal-l’anno 812, o dal 842. Su questo telo, che misura 84 x

54 cm, si osservano macchie di sangue e fluidi corporali di un cadavere umano «[…] come affermato nel 1985 dal Dott.

Pierluigi Baima Bollone, e confermato nel 1994 dal Dott. José Delfín Villalaín Blanco.

«Le macchie presenti sulle due tele manifestano tra loro un’evi-den-te somiglianza morfologica» e a queste va

aggiunta la «la concordanza delle distanze tra le lesioni che hanno originato le macchie» (27).

Nel 1977 Frei-Sulter ricevette da mons. Giulio Ricci (1913-1995) quattro campioni prelevati dal Sudario, insufficienti,

tuttavia, a compiere l’identi-ficazione dei pollini. Dal 15 al 17 maggio del 1979 Frei-Sulter si recò a Oviedo per

prelevare 46 campioni di polvere sempre con la tecnica dei nastri adesivi. In quell’occasione ha «identificato il polline

di 13 piante» (28) mentre negli anni 1990 il CES. Centro Spagnolo di Sindonologia ha utilizzato un altro metodo di

prelievo e, come nella Sindone, ha individuato del polline anche sul sudario, sempre appartenente a piante entomofile.

«La ricerca dei pollini sul Sudario di Oviedo è stata successivamente portata avanti dalla biologa Carmen Gómez

Ferreras, della Universidad Complutense di Madrid, la quale ha identificato 25 tipi di polline che confermano il

soggiorno del Sudario in un ambiente mediterraneo» (29). Secondo la Boi «il polline ritrovato nel sudario di Oviedo è

molto similare a quello della Sindone che ho identificato come del genere Helichrysum» (30).

Identificazione dei pollini

Identificare pollini di duemila anni prima non è operazione semplice, come già detto, e soprattutto non lo è arrivare

alla specie: «la forma, le dimensioni, lo spessore dell’esina si studiano ordinariamente al microscopio ottico, mentre le

ornamentazioni sono meglio evidenziabili al microscopio elettronico a scansione. I due strumenti sono dunque

complementari, in quanto funzionano in modo diverso (non è solo questione di ingrandimenti diversi!) e permettono

di focalizzare l’attenzione su caratteristiche differenti» (31).

Circa l’identificazione della specie da parte di Frei-Sulter i botanici Scannerini e Caramiello così si sono espressi:

«l’attribuzione di una denominazione a livello di specie dei granuli rilevati pone qualche interrogativo» (32). Essi,

infatti, si domandano «eccetto che nel caso di generi monospecifici, come si può avere la sicurezza di attribuire un

polline ad una specie disponendo di materiale così scarso (qualche granulo? Una decina?)» (33). Continuano gli autori

affermando che «se Frei si fosse limitato all’individuazione del genere, operazione già di per sé problematica, in molti

casi con poco materiale le sue conclusioni sul percorso della Sindone, le sue ostensioni in località diverse ed i

conseguenti contatti con ambienti a carica pollinica molto diversificata, sarebbero stati egualmente significativi e forse

persino più probanti» (34), osservazione che «non vuole invalidare il lavoro» (35) di Frei-Sulter.

Questo dubbio è stato ripreso anche da Baima Bollone nella sua opera Sindone e scienza, dove cita Luigi de Beaulieu,

del laboratorio di botanica storica e di palinologia di Marsiglia, e Carmen Gómez Ferreras, professoressa del

Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università di Madrid. Anche Marzia Boi esprime dubbi sull’identificazione della

specie mentre Marta Mariotti Lippi, già professore associato nel Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, fa

notare che Frei-Sulter «[…] non aveva sufficiente familiarità con le indagini su materiali antichi» (36).

Quali pollini sono stati trovati?

Fra i pollini ritrovati sulla Sindone, secondo Frei-Sulter, il 29% apparterebbe a Gundelia tournefortii, pianta

commestibile della famiglia Asteraceae, simile a un cardo, originaria del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale,

49con impollinazione entomofila tramite farfalle. Fin dall’anti-chità è raccolta prima della fioritura per un uso

gastronomico: quest’u-sanza ha comportato una riduzione della crescita di questa specie nelle zone in cui vive, fra le

quali anche la Palestina. Questa identificazione è stata confermata da Avinoam Danin (1939-2015), professore di

Botanica all’Università di Gerusalemme che, con altri studiosi, suppone che proprio la Gundelia sia stata utilizzata per

preparare la corona di spine. La Gundelia non possiede, però, spine molto acuminate, e inoltre una corona sarebbe

composta con le foglie spinose e non con i fiori, come rileva la professoressa Boi. A proposito di ciò Scannerini ritiene

che «basandosi sulla posizione delle lesioni del capo del-l’immagine sindonica, sul portamento dei rami spinosi della

pianta, sulla sua grande diffusione in Palestina, sul suo uso comune come esca per accendere il fuoco, si può

identificare la pianta del casco di spine il Poterium spinosum L. o Sarcopterium spinosum Schranz, la nostra spina

porci» (37).Inoltre, questo polline, secondo i rilievi di Frei, sarebbe presente in tutti i campioni e ciò è piuttosto

anomalo in quanto, se si tratta davvero di Gundelia, dovrebbe trovarsi solo nella zona del capo, dove fu posta la

corona di spine. Non sono nemmeno presenti tracce del lattice della Gundelia, che trasuda abbondante da steli e

foglie.

Attraverso successivi controlli, molto precisi, delle fotografie del polline eseguite da Frei-Sulter, Marzia Boi

«sovrapponendo le immagini del microscopio ottico con le foto precedentemente rilasciate e controllando il tipo di

spine e aperture»(38) afferma che quel polline, date le maggiori dimensioni dello stesso, non appartiene a Gundelia

bensì a una qualche specie del genere Helichrysum, pure appartenente alla famiglia Asteraceae. Si tratta di piante che

si avvalgono di farfalle diurne e notturne per l’impollinazione, quindi sempre entomofile. Se la questione riguardante

l’identificazione dei pollini di Helichrysum sembra una questione solo per esperti botanici, in realtà la presenza sul telo

sindonico dell’Helichrysum, e non della Gundelia, riveste una non piccola importanza trattandosi, l’Helycrisum, di una

pianta dalla quale si ricava l’olio essenziale di elicriso dalle sommità fiorite. Nell’antichità quest’olio era utilizzato

proprio per proteggere i lini e anche nei riti funebri per ritardare la decomposizione dei corpi e coprire l’odore delle

sepolture.

Importante è anche la presenza di pollini dello Zigophyllum dumosum o fagiolo-cappero, una specie della famiglia

Zigophyllaceae con impollinazione entomofila. Questa pianta cresce solo in Israele, in parte della Giordania e nella

penisola del Sinai. In Israele è presente nel deserto della Giudea, nella valle del Mar Morto, nell’oasi di Ein Gedi sulla

sponda occidentale, sulle colline del Negev e nella città di Eilat sulla costa del Mar Rosso, nell’area geografica di Aravh

al confine con la Giordania e nella valle del Giordano. La diffusione geograficamente limitata conferma oltremodo che

la Sindone ha una stretta relazione con la zona sopra indicata.

Frei-Sulter rilevò ancora la presenza di pollini di Cistus creticus. In Palestina crescono due specie di Cistus mentre una

ventina sono le specie e tutte originarie delle regioni mediterranee. Le due specie di Cistus della Palestina sono C.

creticus, appunto, e C. salviifolius. La fioritura avviene tra marzo e giugno e l’impollinazione è sempre entomofila; in

particolare è eseguita dalle api e dalle farfalle. I Cistus hanno fogliame molto profumato, come anche le resine, in

particolare il Cistus ladanifer che però non si trova in Palestina. Danin e altri studiosi rilevarono, invece, la presenza del

polline di altre due specie, Cistus incanus (Cisto rosso), che vive nell’area del Mediterraneo, la cui fioritura avviene fra

marzo e giugno, e Cistus salviifolius. Marzia Boi ricorda che l’attuale identificazione è Cistus spp., cioè più specie e

sottospecie del genere Cistus presenti sul telo, senza arrivare alla specie.

Fra le altre specie riscontrate sulla Sindone, sempre secondo Frei-Sulter, vi sono Pistacia lentiscus e Pistacia vera: il

primo originario del bacino Mediterraneo e il secondo del Medio Oriente, dove era coltivato fin dai tempi preistorici

mentre l’attuale identificazione è Pistacia spp. cioè, più specie del genere Pistacia. Questi quattro tipi di pollini,

secondo Danin, rappresentano il 64% del polline identificato.

Fra gli altri pollini identificati da Frei-Sulter ricordo: «Onosma Syriacum [gen. Onosma: Mediterraneo e Asia centrale

principal-mente] e lo Hyo-scyamus Aureus [gen. Hyoscyamus originario del Mediterraneo orientale e Iraq], piante

specializzate a vivere sulle rupi, sui muri e sulle rovine che ai tempi di Cristo non mancavano in Palestina. Il loro polline

si trova sulla Sindone, e le stesse piante crescono tutt’oggi sulle mura della vecchia cittadella di Gerusalemme. Tutti

sanno che lo studio dei pollini fossili, per esempio nella torba, permette di ricostruire l’aspetto della vegetazione del

50passato. In egual modo i pollini sepolti nel fango del Mar Morto ci danno un’idea molto chiara della flora palestinese

(chiamata “flora della Bibbia”) ai tempi di Cristo. Alcuni degli elenchi, pubblicati dall’Università di Tel Aviv, di pollini

estratti dal fondo del Mar Morto o dal lago di Genezaret contengono molti nomi identici alle liste da me pubblicate nel

1978 del polline sindonico. Per essere chiaro: questi pollini nei sedimenti marittimi o lacustri sono fossili, ma non

rappresentano piante estinte e pure i pollini della Sindone non provengono da piante estinte. Fatta riserva, se

possibile, per quel polline di cui ho detto che non sono ancora riuscito a classificare» (39). Frei-Sulter, sempre in

questo suo intervento, ricordava anche un polline che non era riuscito a identificare ma non per questo

necessariamente appartenente a una pianta estinta. Nell’articolo di Scannerini e Caramiello si legge: «La serietà di

quanto afferma Frei è anche sottolineata dal fatto che personalmente smentisce il ritrovamento sensazionale di specie

estinte in questi due ultimi millenni: dice che si sarebbe augurato di avere tanta fortuna ma non asserisce di averla

avuta, sdrammatizzando quindi quanti vorrebbero usare i suoi dati come “prove irrefutabili” dell’autenticità del telo»

(40).

L’assenza, sui campioni finora raccolti ed esaminati, di polline dell’olivo (Olea europeaea), peraltro a impollinazione

anemofila, ha sollevato curiosità in alcuni studiosi. L’olivo è apparso nel Mediterraneo orientale circa diecimila anni

prima della nostra era ed è stato domesticato nella fascia fertile compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate. È stato anche

riportato alla luce nei pressi di Tel Aviv un oleificio filisteo capace di una produzione annuale di duemila tonnellate di

olio. La fioritura dell’olivo avviene in un’epoca media dell’anno, fra aprile e giugno (41). La Pasqua nel-l’anno della

morte di Cristo cadde, secondo i biblisti, il 3 o il 7 aprile e probabilmente prima dell’inizio della piena fioritura

dell’olivo. Inoltre, il polline dell’olivo, se è vero che può spostarsi anche lontano di dieci e più chilometri, è pur vero che

nella maggior parte dei casi si ritrova a poche decine di metri dalle piante.

Che cosa suggeriscono gli studiosi

La professoressa Boi, ritenendo che siano state finora trascurate le prove circa la preparazione del rito funebre che i

pollini possono raccontarci, vorrebbe analizzare quelli raccolti da Frei-Sulter e raccogliere altri campioni. Ritiene che

«gli studi sui pollini della Sindone di Torino fino ad oggi, sono arrivati a determinare che contiene polline originario

dell’Asia Minore. Le corrette identificazioni dei pollini forniscono oggi informazioni preziose sul fatto reale, perché le

piante, con i loro balsami, unguenti e oli o spezie, sono entrate nei riti funebri e nella sepoltura» (42). La professoressa

Marinelli nel suo intervento al congresso di Valencia del 2012 afferma che il lavoro pionieristico di Frei-Sulter merita

rispetto e che la verifica dei risultati dell’indagine sulla Sindone e sul Sudario andrebbe condotta da una commissione

di referee scevri da pregiudizi; nel frattempo auspica una nuova campagna di esami e di prelievi.

Ugualmente Scannerini e Caramiello terminano il loro articolo scrivendo che «il lavoro sui pollini della Sindone

mantiene tutto il suo interesse e proprio per questo sarebbe auspicabile una sua integrazione, tentando in tal modo di

eliminare quelli che parrebbero eccessi di precisione non suffragati da prove sufficienti» (43).

Infine, la professoressa Mariotti Lippi, prendendo in considerazione le specie identificate e pubblicate da Frei-Sulter,

ha da esse eliminato quelle presenti in Europa, rappresentate anche solo a livello di genere, lasciando le piante proprie

della zona medio-orientale. Considerando anche gli errori nell’identificazione delle specie, all’interno di uno stesso

genere e delle stesse famiglie, la studiosa ha ridotto ancor più l’elenco.

Così, «sono rimasti granuli pollinici di alcune piante medio-orien-tali, a mio avviso ben riconoscibili. Ne ho concluso che

la Sindone, in un certo periodo di tempo imprecisato, ha soggiornato in Medio-Oriente» (44) e, a differenza di altri

ricercatori, afferma che «con le conoscenze attuali in campo palinologico, che è il mio campo di ricerca, non siamo in

grado di ottenere dati utili a stabilire l’autenticità o meno della Sindone» (45), mentre avrebbe senso «la revisione del

materiale già prelevato da parte di una commissione di palinologi: la eventuale presenza di granuli pollinici medio-

orientali avvalorerebbe l’ipotesi di una permanenza del lenzuolo in Medio-Oriente» (46). Auspica, infine, che lo studio

della Sindone sia inquinato, d’ora in poi, il meno possibile e che si rinvii «ai nostri posteri il compito di percorrere

itinerari di ricerca che oggi non conosciamo e che neppure possiamo immaginare» (47).

Il lavoro da fare è ancora molto e, nel rispetto della più importante reliquia della cristianità, non rimane che auspicare

51che gli studiosi della materia stabiliscano un preciso piano di ricerca operando in pieno accordo fra loro, ovviamente

sempre nel rispetto della volontà della Chiesa, oggi detentrice della Santa Sindone, senza dimenticare le parole di Gesù

riportate nel Vangelo: «Perché mi hai visto, Tommaso, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno

creduto» (Gv 20,29).

San Giovanni Paolo II e la Sindone

La Sindone è provocazione all’intelligenza. Essa richiede innanzitutto l’impegno di ogni uomo, in particolare del

ricercatore, per cogliere con umiltà il messaggio profondo inviato alla sua ragione e alla sua vita. Il fascino misterioso

esercitato dalla Sindone spinge a formulare domande sul rapporto fra il Sacro Lino e la vicenda storica di Gesù. Non

trattandosi di materia di fede, la Chiesa non ha competenza specifica per pronunciarsi su tali questioni. Essa affida agli

scienziati il compito di continuare a indagare per giungere a risposte adeguate agli interrogativi connessi con questo

lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe avvolto il corpo del nostro Redentore quando fu deposto dalla croce. La

Chiesa esorta ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali

non sono; invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità

dei credenti.

Ciò che soprattutto conta per questi ultimi è che la Sindone è specchio del Vangelo. In effetti, se si riflette sul Sacro

Lino, non si può prescindere dalla considerazione che l’immagine in esso presente ha un rapporto così profondo con

quanto i Vangeli raccontano della passione e morte di Gesù che ogni uomo sensibile si sente interiormente toccato e

commosso nel contemplarla. Chi a essa si avvicina è, altresì, consapevole che la Sindone rimanda a Colui al cui servizio

la Provvidenza amorosa del Padre l’ha posta. Pertanto, è giusto nutrire la consapevolezza della preziosità di questa

immagine, che tutti vedono e nessuno per ora può spiegare. Per ogni persona pensosa essa è motivo di riflessioni

profonde, che possono giungere a coinvolgere la vita (48).

Giacomo Roggeri Mermet

Note:

1) Cfr. Silvano Scannerini (1940-2005), Mirra, aloe, pollini e altre tracce. Ricerca botanica sulla Sindone, Elledici, Torino

1997, pp. 4-5.

2) Cfr. Marco Bonati, Quei forti legami tra la Sindone e il sudario di Oviedo, inAvvenire. Quotidiano di ispirazione

cattolica, 3-5-2017.

3) Cfr. Nicoletta De Matthaeis, Il sudario di Oviedo, nel sito web <https://reliquiosamente.com/2015/09/04/il-sudario-

di-oviedo> (gli indirizzi Internet del-l’articolo sono stati consultati il 27-2-2025).

4) Cit. in Alfonso Sanchez Hermosilla, Possibili concordanze tra la Sindone di Torino e il Sudario di Oviedo,in Sindon. La

rivista del CISS: Centro Internazionale di Studi sulla Sindone,n. 3, agosto 2021, pp. 56-62 (p. 56), nel sito web

<https://www.sindone.it/rivista>. Sanchez Hermosilla è medico forense dell’I-sti-tuto di Medicina Legale di Murcia, in

Spagna, e direttore dell’EDICES, l’Equipo de investigación del Centro Español de Sindonología.

5) Renato Ariano, Breve storia degli studi sul polline,nel sito web

<https://www.pollinieallergia.net/articoli_pdf/180.pdf>.

6) Max Frei-Sulzer, Il passato della Sindone alla luce della palinologia, in La Sindone e la Scienza, Atti del II Congresso

Internazionale di Sindonologia, Torino 7-8 ottobre 1978, Edizioni Paoline, Torino 1979, pp. 191-200 e pp. 370-378.

7) Cfr. Mario Moroni (1933-2017) e Francesco Barbesino, Apologia di un falsario, Maurizio Minchella, Milano 1997, p.

52.

528) Pierluigi Baima Bollone e Grazia Mattutino, Quarant’anni dopo gli esami scientifici sulla Sindone del 1978, p. 4, nel

sito web <https://-accademiadimedicina.unito.it/images/img/pdf/BaimaBolloneMattutino.pdf>. Baima Bollone è

presidente onorario del Centro Internazionale di Sindonologia; Grazia Mattutino è criminologa dell’Istituto di Medicina

Legale di Torino.

9) Marzia Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni

con i pollini trovati sulla Sindone di Torino,in Sindon. La rivista del CISS: Centro Internazionale di Studi sulla Sindone,

anno LXV,n. 8, gennaio 2024, pp. 47-63 (p. 50).

10) Paul C. Maloney (1936-2018), ASSIST announces the acquiring of the Max Frei Collection for Shroud research, in

The ASSIST [Association of Scientists and Scholars International for the Shroud of Torin] Newsletter, anno 1, n. 1, 1989,

pp. 1-3 (p. 2), nel sito web <https://www.shroud.com/pdfs/assist1.pdf>.

11) M. Boi, op. cit., p. 50.

12) M. Frei, Nine years of palinological studies on the Shroud, in Shroud Spectrum International, n. 3, 1982, pp. 2-7 (p.

3), nel sito web <https://www.shroud.com/-pdfs/ssi03part3.pdf>.

13) P. Baima Bollone, Sindone o no, SEI. Società Editrice Internazionale, Torino 1990, p. 213.

14) Emanuela Marinelli, La questione dei pollini presenti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo, I Congreso

International sobre la Sabana Santa en España, Valencia 28-30 aprile 2012, pp. 1-13 (p. 3).

15) S. Scannerini e Rosanna Caramiello, Il problema dei pollini, in Sindon. La rivista del CISS: Centro Internazionale di

Studi sulla Sindone,Nuova Serie, n. 1, 1989, pp. 107-111 (p. 107).

16) M. Boi, La Palinologia: strumento di ricerca per le reliquie della Sindone di Torino e del Sudario di Oviedo, in

Aggiornamento sulle principali tematiche sulla Sindone di Torino, Incontro Centri di Sindonologia per la festa liturgica

della S. Sindone, 2-5-2015, Centro Internazionale di Sindonologia, Torino 2015, p. 108.

17) S. Scannerini, Mirra, aloe, pollini e altre tracce. Ricerca botanica sulla Sindone, cit., p. 47.

18) E. Marinelli, op. cit., p. 3.

19) Ibidem.

20) M. Boi, La Palinologia: strumento di ricerca per le reliquie della Sindone di Torino e del Sudario di Oviedo, cit., p.

104.

21) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni

con i pollini rinvenuti sulla Sindone di Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone a Valencia

organizzato dal Centro Español de Sindonologia il 28-29-30 aprile 2012, p. 9. Il testo, ricevuto direttamente

dall’autrice, ha lo stesso titolo, ma contenuto diverso, di quello pubblicato in Sindon. La rivista del CISS.

22) P. Baima Bollone, Sindone e Scienza all’inizio del terzo millennio, «La Stampa», Torino 2000 (Supplemento a La

Stampa, 28-6-2000), p. 17.

23) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni

con i pollini rinvenuti sulla Sindone di Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone, cit., p. 3.

24) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni

53con i pollini rinvenuti sulla Sindone di Torino, cit., p. 57.

25) Ibid., p. 57-58.

26) Ibid., p. 63.

27) A. Sanchez Hermosilla, Possibili concordanze tra la Sindone di Torino e il Sudario di Oviedo, cit., p. 56.

28) E. Marinelli, op. cit.,p. 5.

29) Ibidem.

30) Stesso polline su Sindone e Sudario di Oviedo. Intervista a Marzia Boi, nel sito web

<https://www.srmedia.info/2015/03/15/stesso-polline-su-sindone-e-sudario-di-oviedo-intervista-a-marzia-boi>.

31) Marta Mariotti Lippi, Riflessione sulle analisi palinologiche condotte sulla Sindone di Torino, in Collegamento pro

Sindone Internet, settembre 2011, pp. 1-6 (pp. 2-3).

32) S. Scannerini e R. Caramiello, op. cit., p. 108.

33) Ibidem.

34) Ibid., p. 109.

35) Ibidem.

36) M. Mariotti Lippi, op. cit.,p. 3.

37) S. Scannerini, Mirra, aloe, pollini e altre tracce. Ricerca botanica sulla Sindone, cit., p. 27.

38) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni

con i pollini trovati sulla Sindone di Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone, cit., p. 12.

39) Max Frei [sic], Identificazione e classificazione dei nuovi pollini della Sindone, in Atti del II Convegno Nazionale di Sindonologia, a cura di Lamberto Coppini

e Francesco Cavazzuti (1928-2010), Bologna 27-29 novembre 1981, Clueb, Bologna 1983, pp. 278-279.

40) S. Scannerini e R. Caramiello, op. cit., p. 108.

41) Cfr. Semi e piante, ricchezza di Palestina, nel sito web <http://-sumudpalestina.cric.it/it/mappa-del-progetto-hebron/in-diretta-dal-progetto/semi-

piante-ricchezza-palestina>.

42) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni con i pollini rinvenuti sulla Sindone di

Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone, cit., p. 18.

43) S. Scannerini e R. Caramiello, op. cit., p. 110.

44) M. Mariotti Lippi, op. cit.,p. 5.

45) Ibid., p. 6.

46) Ibidem.

47) Ibidem.

48) Cfr. Giovanni Paolo II (1978-2005), Discorso di commiato alla cittadinanza di Torino nel corso della visita pastorale a Vercelli e a Torino (23-24 maggio 1998), del 24-5-

1998, nn.

 

SACRA TUNICA DI ARGENTEUIL

La tunica di Argenteuil è una tunica datata in un periodo compreso tra il VI e il IX secolo che secondo la tradizione sarebbe

l’abito indossato da Gesù nelle ultime ore della sua vita; è detta “inconsutile” in quanto è stata confezionata senza cuciture.

Dal IX secolo è custodita nella basilica di Saint-Denys (San Dionigi) ad Argenteuil, nella Francia settentrionale.

Nel Vangelo secondo Giovanni viene descritta la tunica portata da Gesù prima della crocifissione:

«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la

tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: non

stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica

han gettato la sorte”. E i soldati fecero proprio così.»

(Gv 19:23-24)

Arrivò ad Argenteuil all’inizio del IX secolo, donata dall’imperatrice Irene di Costantinopoli a Carlo Magno, il quale la affidò al

monastero locale di cui sua figlia Teodrade era priora. Nascosta durante le invasioni vichinghe nell’856, fu ritrovata nel XII

secolo. Durante la Rivoluzione Francese venne tagliata in più pezzi per salvarla e successivamente ricomposta

Analisi scientifiche:

“lettura” della tunica emerge un identikit genetico straordinario «poiché ci indica con certezza l’origine etnica dell’uomo

suppliziato che l’ha indossata. Innanzitutto, il cromosoma Y trovato sulla reliquia appartiene all’aplogruppo (una serie di

mutazioni presenti in un cromosoma) “J2”. Ora, questo aplogruppo pende fortemente verso un’origine mediorientale ed è

del tutto compatibile con un’origine ebraica per l’Uomo della tunica: ancora oggi, il 40% degli ebrei di sesso maschile, sia

sefarditi che aschenaziti, condivide l’aplogruppo “J”, e tra il 19% e il 25% il “J2”. Ancora più sorprendente, studiando preziosi

campioni della tunica di Argenteuil, il professor Lucotte ha dimostrato che l’uomo era un portatore sano della febbre

mediterranea familiare, che colpisce ancora oggi le popolazioni che vivono intorno al Mediterraneo. »

Non è commovente, pensare che Cristo, la seconda persona della Trinità, portasse nel suo sangue una malattia tipica del suo

popolo? Non è anche questo, per chi crede e conosce i fondamenti della nostra Redenzione, un segno biologico della sua

opera spirituale di salvezza? Si è fatto carico davvero della nostra umanità, ne ha condivisi tutti i tratti, escluso il peccato,

lasciando che penetrasse nel suo stesso sangue, con uno dei suoi frutti più tipici, la malattia.

55E sul sangue dell’uomo che portava quella tunica, cosa si può dire?

Anche su questo la scienza ha tanto da mostrarci: le copiose tracce rilevate e analizzate sulla tunica confermano che si tratta

di sangue del gruppo AB, L’identificazione del sangue di gruppo AB e i successivi studi genetici e biochimici sulla veste

francese sono stati guidati principalmente dall’équipe del genetista e biochimico francese Gérard Lucotte (i cui lavori,

condotti in tempi più recenti, hanno studiato anche i globuli rossi degradati e le tracce di DNA semitico presenti sul tessuto).

lo stesso della Sindone, del sudario di Oviedo e dei miracoli eucaristici, per esempio, di Lanciano e di Tixtla. Le ricerche

portano tutte allo stesso Uomo, dunque.

Motivo di meraviglia è la considerazione delle caratteristiche di questo gruppo sanguigno così come le prudenti ipotesi che fa

lo stesso dottor Serafini:

«Il gruppo AB è un sangue raro (5% della popolazione mondiale), ed era molto presente in Palestina 2.000 anni fa. È anche

l’unico, tra i vari gruppi sanguigni (A, B, O e AB), i cui componenti paterni e materni sono per definizione diversi e

reciprocamente esclusivi. In altre parole, il gruppo AB indica una doppia eredità distinta: se il padre è del gruppo B, la madre

sarà del gruppo A, o viceversa. Non si potrebbe vedere, nel caso di un sangue di Cristo di tipo AB, il riflesso delle sue due

nature, umana e divina? Ma qui tocchiamo il mistero dell’Incarnazione, che resta insondabile da un punto di vista

scientifico…»

Un’altra caratteristica del gruppo AB è che non può donare il sangue ma lo può ricevere da tutti gli altri, A, B, O:

«vi vedo la metafora del sangue di Cristo che accoglie tutti gli altri sangue e li lava. Possiamo leggervi anche il riferimento al

sangue dei martiri che Gesù riceve per completare la sua Passione consumata sul Golgota.»

Un’altra cosa che forse si può notare è che AB è l’unico donatore universale di plasma, quella componente del sangue che

serve per produrre medicinali salvavita. Anche questa potrebbe essere una traccia biologica di ciò che Cristo compie in

ordine alla nostra salvezza e che si realizza quando il suo costato viene trafitto lasciando uscire acqua (il plasma) e sangue (i

globuli rossi).

La “reliquia più santa del mondo” come la definì Luigi XIII ha vissuto diverse peripezie da quando i soldati se la giocarono a

sorte, come riferisce san Giovanni nel suo Vangelo. Secondo la tradizione fu recuperata dai discepoli. Di lei si hanno tracce

nel 591 quando venne ritrovata a Jaffa e portata a Gerusalemme. Dopo varie vicissitudini (tra cui il saccheggio persiano),

giunse a Costantinopoli. Verso l’801, l’imperatrice Irene di Costantinopoli la offrì in dono a Carlomagno dopo la sua

incoronazione nel Natale dell’anno 800, nella speranza di una riunificazione degli Imperi d’Oriente e d’Occidente. Il primo

imperatore del Sacro Romano Impero la donò poi a sua figlia Teodorada, badessa del monastero di Argenteuil, dove si trova

tutt’ora e dove continua a lasciarsi “leggere”, come racconta l’abate del monastero, come libro aperto sulla Passione e a

suscitare conversioni, confessioni e anche frutti di guarigione fisica e liberazione spirituale.

LO STUDIO DELLA STOFFA

(è di origine orientale) e del suo colore (è colorata con un coloro rosso, chiamato anche la «porpora del povero»); La tunica è

in lana fine, tessuta d’un solo pezzo senza alcuna cucitura. La tecnica di filatura e torsione del filato a “Z” è compatibile con i

metodi di manifattura impiegati in Medio Oriente nel I secolo d.C delle macchie di sangue (che corrispondono a quella della

Sindone) e dei globuli rossi (che presentano una forma anomala, sia sferica che appiattita, indice di una sofferenza cellulare

intensa provocata da un’anemia e da una disidratazione, e che si sono svuotati dalla loro emoglobina); del gruppo sanguigno

(gruppo Ab) e del Dna (maschile, la cui formula cromosomica corrisponde a quella di un uomo semita non arabo); della

presenza di cristalli di urea (componente importante del sudore); della presenza di piattole (dovute alla sua ultima notte che

ha trascorso in carcere); dei pollini (di cui alcuni provengono dal Medio Oriente e due dalla Palestina biblica) I micro-residui

di polline estratti dalle fibre hanno rivelato la presenza di specie vegetali endemiche della Palestina, tra cui tracce di Tamarix

(una specie di pistacchio selvatico) che non cresce spontaneamente in Europa e di altre polveri (alcune delle quali rinvenute

identiche sulla Sindone)… Ovviamente, è stato anche fatto lo studio con il radiocarbonio 14. Ma come la Sindone di Torino,

ha avuto esattamente le stesse problematiche… Per esempio, nel 2003, uno studio col Carbonio 14 su un primo campione di

questa Tunica di Argenteuil ha fissato una data tra il 530 e il 650 d.C. con una data media del 590 e con una percentuale di

sicurezza del 95,4 %; poi, su un secondo campione, analizzato in un altro laboratorio, la data indicata era tra il 670 e l’880

d.C. con una data media del 775 e la stessa probabilità di sicurezza. Così possiamo constatare che la stessa metodica usata

sullo stesso campione ma in laboratori diversi, ha fornito una differenza nella datazione di ben 200 anni! Questi esami al C14

sono dunque contraddetti da alcuni dati storici e da altri scientifici: se il tessuto è del 530 e 650 d.C. o del 670 e 880 d.C.

– https://le-cep.org/articles/erreur-datation-tunique-argenteuil?utm_source=chatgpt.com

56– https://linceul.org/cielt/RILT-No-32-avril-2009.pdf?utm_source=chatgpt.com

– https://books.google.com/books/about/La_Sainte_Tunique_d_Argenteuil_face_à_l.html?hl=en&id=dro6DwAAQ

BAJ&output=html_text&utm_source

 

I TRE TELI DELLA PASSIONE: STESSA PERSONA?

• Morfologia della flagellazione e della Croce: Sulla Tunica di Argenteuil sono impresse circa 9 macro-aree di macchie di

sangue provocate da traumi intensi. Quando i ricercatori hanno sovrapposto geometricamente la mappa delle ferite della

Tunica con l’immagine dorsale e frontale della Sindone di Torino, hanno riscontrato una coincidenza quasi millimetrica.

• La ferita del costato: intervista a Sánchez Hermosilla:

E’ la stessa ferita? Dagli studi più recenti si direbbe di sì: le tracce ematiche del “colpo di lancia” riscontrate e studiate sul “Sudario di Oviedo” sarebbero compatibili con i segni rimasti sulla Sindone di Torino. è il

risultato più vistoso della ricerca compiuta da Alfonso Sánchez Hermosilla, anatomopatologo dell’Istituto di medicina legale dell’Università Cattolica di Murcia, e presentata di recente anche all’Università Pontificia Regina

Apostolorum di Roma, dove è attivo il primo corso accademico di studi sindonologici. «Nel Sudario di Oviedo appare una macchia di sangue cadaverico con un cerchio attorno cagionato da un altro fluido cadaverico

compatibile con liquido pleurico e pericardico.

Questa macchia può essere stata provocata solo attraverso una ferita aperta nel torace. Questa macchia, morfologicamente, è simile a quella provocata dalla ferita presente sul costato destro della Sindone di Torino. Lo

studio anatomico e antropometrico della macchia oggetto di studio nel Sudario di Oviedo individua la ferita che l’ha causato nella zona posteriore del quarto spazio intercostale destro, tenendo come limite inferiore la

quinta costola, come limite superiore la quarta costola, come limite mediale (o interno) la colonna vertebrale, e come limite esterno il bordo interno della scapola destra». È uno “scenario” del tutto compatibile con

quanto si riscontra sul Telo custodito nel Duomo di Torino; ed è compatibile, anche, con il testo del Vangelo di Giovanni là dove descrive gli ultimi momenti di vita di Gesù sulla croce.

L’analisi medico-legale effettuata indica anche la ferita inferta dal colpo di lancia come compatibile con la posizione di un corpo crocifisso per la presenza di sangue cadaverico, per l’angolatura della ferita stessa. Le

corrispondenze fra i due Teli riguardano inoltre le caratteristiche morfologiche, il tipo di sangue, del gruppo AB (elemento questo già studiato in precedenza); e analoga è la posizione della ferita – orizzontale, e non

verticale – così come si riscontra in Oviedo e nell’immagine della Sindone. Gian Maria Zaccone, direttore del Centro internazionale di sindonologia di Torino, commenta così lo sviluppo della ricerca: «Il Sudario di Oviedo

compare alla ribalta della storia nell’XI-XII secolo, quando viene censito tra le reliquie dell’antica Arca conservata nella Cámara Santa di Oviedo, cappella costruita al-È l’interno del Palazzo Reale, poi inglobata nella gotica

Cattedrale del Salvatore, che divenne una meta essenziale nel pellegrinaggio medievale, rivale della stessa Compostela. Di qui iniziava il primo “camino per san Giacomo” e fu persino coniato il detto: “Chi va a Santiago e

non al Salvatore, visita il servo e non il Signore”.

• La postura del corpo: Le deformazioni e lo sgocciolamento del sangue in tutte e tre le reliquie sono compatibili solo con

una figura che ha subito i traumi in posizione verticale (tipica della crocifissione).

2. Compatibilità biologica (Il Sangue)

• Gruppo Sanguigno: Le analisi ematologiche eseguite in modo indipendente sui tre reperti hanno identificato tracce di

sangue appartenenti allo stesso identico e raro gruppo sanguigno: AB.

• Fattori di stress e DNA: Il sangue estratto rivela un’altissima concentrazione di urea e creatinina, indicativa di un corpo

sottoposto a massiccio stress fisico, disidratazione e violenti traumi prima del decesso.

Sono state riportate tracce di:

* sangue;

* siero;

* fibrina;

* altri fluidi.

Analisi dei Pollini (Palinologia)

Le tre reliquie condividono una “firma geografica” microscopica comune. Sui tessuti sono stati repertati pollini di piante

caratteristiche della Palestina e dell’area di Gerusalemme (come il Tamarix o il Pistacia palestina), confermando che tutti e

tre gli oggetti hanno soggiornato o sono originari della medesima area geografica mediorientale prima di disperdersi lungo i

rispettivi percorsi storici

imiti di individualizzazione: Il gruppo AB, pur essendo il più raro nella popolazione mondiale (circa il 5%), non è

individualizzante in senso stretto (non identifica un singolo individuo specifico, ma milioni di persone). Tuttavia, la

coincidenza tra i diversi reperti ematici è considerata dagli studiosi un forte indizio di correlazione

Stato reale: Parziale compatibilità medico-forense. Non esiste una firma proteica “esclusiva”, ma i fluidi presentano

costanti biologiche coerenti: la presenza di componenti ematiche reali (emoglobina, albumina) e, nel caso del Sudario di

Oviedo, una massiccia concentrazione di liquido da edema polmonare misto a sangue, compatibile con la morte per asfissia

da crocifissione.

La morfologia e la mappatura delle macchie di sangue sul Sudario di Oviedo (che copriva il volto) combaciano

perfettamente in oltre 70 punti con la disposizione spaziale e i lineamenti anatomici (come la lunghezza del naso di circa 8

cm) riscontrabili sulla Sindone di Torino.

 

Analisi della tilma di Guadalupe

Un’immagine tra fede, scienza e mistero

L’immagine della Madonna di Guadalupe, impressa sul mantello di Juan Diego nel 1531, continua a essere oggetto di stupore per credenti, studiosi d’arte e ricercatori scientifici. Nel corso dei secoli la tilma è stata sottoposta a numerose osservazioni e analisi, alcune condotte da esperti in conservazione dei materiali, altre da scienziati affascinati dalla sua straordinaria preservazione.

Il risultato è un quadro complesso: da un lato emergono elementi difficili da spiegare con mezzi puramente naturali, dall’altro permangono limiti metodologici che impediscono di trarre conclusioni definitive secondo i rigorosi criteri della scienza moderna.

Il tessuto: una conservazione anomala

Il primo dato sorprendente riguarda il tessuto stesso. La tilma è realizzata con fibre di agave, un materiale povero e altamente deperibile che, secondo gli esperti di conservazione, normalmente si deteriora nel giro di pochi decenni.

Eppure il mantello è sopravvissuto intatto per quasi cinquecento anni, nonostante nei primi secoli sia stato esposto alla polvere, all’umidità e al fumo delle candele, oltre a essere toccato e baciato quotidianamente dai fedeli. Diversi studiosi hanno definito questa longevità come “difficilmente spiegabile”, poiché il tessuto non mostra i segni di degrado tipici di fibre organiche così fragili.

Le analisi sull’immagine e sui pigmenti

Non meno affascinanti sono le indagini compiute sull’immagine. Analisi spettroscopiche, osservazioni microscopiche e test all’infrarosso eseguiti da vari ricercatori nel XX secolo non hanno rilevato uno strato di preparazione né pigmenti riconducibili alla pittura tradizionale.

Sulla superficie non si distinguono pennellate, né accumuli di colore, né tracce di imprimitura. Alcuni studiosi hanno osservato che i colori sembrano “sospesi” sulle fibre, come se non fossero stati assorbiti dal tessuto: una caratteristica che non appartiene a nessuna tecnica pittorica nota.

Eventi distruttivi e resistenza inspiegata

A questi elementi si aggiunge la resistenza a eventi potenzialmente distruttivi. Nel 1785 un acido corrosivo cadde accidentalmente sulla tilma senza provocare danni significativi. Nel 1921, un’esplosione di dinamite posta sotto l’immagine devastò l’altare e infranse le vetrate circostanti, mentre la tilma rimase intatta.

Per i credenti questi fatti sono un segno della protezione divina; per altri rappresentano semplicemente anomalie difficili da spiegare.

Fenomeni ottici e luminosità dell’immagine

Esistono poi fenomeni di tipo ottico, segnalati da alcuni ricercatori. L’immagine sembra cambiare leggermente a seconda dell’angolo di osservazione e mostra una luminosità particolare, quasi iridescente, paragonata da alcuni alla struttura delle ali delle farfalle o di certi uccelli.

Pur non essendo prove in senso scientifico rigoroso, sono caratteristiche che non si riscontrano normalmente in dipinti su fibre vegetali.

Il mistero degli occhi della Vergine

Riflessi e dettagli microscopici

Tra gli aspetti più affascinanti e discussi dell’immagine della Madonna di Guadalupe, le presunte particolarità presenti negli occhi sono sicuramente quelle che più hanno alimentato curiosità, studi e dibattito. Alcuni ricercatori — medici, oftalmologi e tecnici dell’immagine — affermano di aver individuato dettagli anatomici e riflessi impossibili da ottenere con le tecniche pittoriche del XVI secolo.

Secondo vari studi condotti tra il XIX e il XX secolo, gli occhi della Vergine mostrerebbero dei riflessi microscopici detti Purkinje-Sanson, tipici di un occhio umano vivo. Sono riflessi che compaiono naturalmente sulla cornea quando una persona osserva una scena reale illuminata.

Figure riflesse negli occhi

Alcuni studiosi che hanno analizzato fotografie ad alta risoluzione affermano di vedere in questi riflessi la miniatura di un gruppo di persone, come se gli occhi della Vergine riproducessero ciò che Juan Diego vide nel momento in cui aprì la tilma davanti al vescovo.

Tra le figure che diversi ricercatori dicono di riconoscere, vi sarebbero:

– un uomo seduto, identificato da alcuni con il vescovo Zumárraga

– un uomo inginocchiato, interpretato come Juan Diego

– altre persone presenti nella stanza

Secondo tali studi, l’immagine riflessa sarebbe presente nella proporzione corretta delle dimensioni richieste da un riflesso reale, con una distorsione compatibile con la curvatura di una cornea umana.

Visione binoculare e profondità

Un altro dato frequentemente citato riguarda il fatto che nei due occhi — destro e sinistro — comparirebbero gli stessi riflessi, ma con una prospettiva leggermente diversa, proprio come avviene nella visione binoculare umana.

Alcuni oftalmologi riferiscono inoltre che, ingrandendo ulteriormente le pupille, sembrerebbe possibile osservare una profondità tipica dell’occhio umano, anche se tali osservazioni non sono universalmente riconosciute.

Critiche, limiti e prudenza scientifica

Naturalmente, esistono anche posizioni più caute. Alcuni studiosi fanno notare che molte analisi sono state eseguite su fotografie e non direttamente sul tessuto; che l’interpretazione di forme microscopiche può esporre al rischio di pareidolia; e che mancano protocolli scientifici contemporanei pienamente ripetibili.

Altri storici dell’arte ipotizzano che l’immagine possa essere stata realizzata con tecniche indigene oggi poco note, oppure che il degrado dei pigmenti abbia reso invisibili le tracce di pittura. Viene inoltre ricordato che, dal XVII secolo in poi, la tilma ha ricevuto protezioni sempre più efficaci, il che potrebbe aver contribuito alla sua conservazione.

Una presenza sospesa tra scienza e fede

Alla luce di tutto ciò, l’immagine di Guadalupe rimane un oggetto unico, sospeso tra scienza e mistero. Le analisi disponibili mostrano elementi difficili da spiegare, ma non offrono prove definitive.

Per i credenti, questi dati rappresentano conferme indirette dell’origine soprannaturale dell’immagine; per gli scettici, restano enigmi ancora aperti, forse destinati a essere chiariti da future ricerche. In ogni caso, la tilma continua da quasi cinque secoli a essere un simbolo potente: una presenza che affascina non solo per il suo significato religioso, ma anche per la sua inspiegabile bellezza e resistenza nel tempo.

I Miracoli Eucaristici

I Miracoli Eucaristici

In questo articolo approfondiremo le principali analisi scientifiche condotte sui miracoli eucaristici, riassumendo in modo fedele e rigoroso i contenuti presentati nel libro “Un cardiologo visita Gesù” del cardiologo Dott. Franco Serafini. Verranno esaminati i casi più documentati e le metodologie adottate nei laboratori di medicina legale, cardiologia, istopatologia, genetica e biochimica, valutando come i risultati ottenuti in diversi luoghi ed epoche mostrino sorprendenti elementi di coerenza. Le evidenze scientifiche saranno inoltre messe in relazione con la fede cattolica e l’insegnamento della Chiesa, per comprendere come questi fenomeni siano stati interpretati dal punto di vista teologico. Uno speciale ringraziamento va al Dott. Franco Serafini, il cui lavoro accurato e profondamente competente costituisce la base principale di questo articolo. Desideriamo anche rivolgere un invito sincero e trasparente ai lettori: chi volesse approfondire in modo completo il capitolo sul sangue, sul DNA e molti altri temi affascinanti e complessi, troverà nel testo integrale del Dott. Serafini una fonte di studio estremamente ricca. Non siamo stati in alcun modo pagati o incentivati a suggerire il libro: la nostra intenzione è unicamente quella di offrire al lettore gli strumenti più validi per informarsi in modo approfondito, competente e serio.

Una buona lettura.

UN MIRACOLO EUCARISTICO è un evento straordinario riconosciuto dalla Chiesa cattolica in cui l’ostia consacrata o il vino si trasformano visibilmente in carne e sangue, oppure manifestano prodigi legati alla loro conservazione e protezione. La Transustanziazione si rende visibile all’occhio umano. (dal Libro del Dott. Franco Serafini)

 

 

Miracolo Eucaristico di Lanciano

 

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

un monaco di rito orientale, greco, appartenente alla grande famiglia spirituale dei basiliani indocumento del 1631, che riferisce il Prodigio con dovizia di particolari, ci aiuta ad entrare nel mondointeriore dell’anonimo protagonista, dipingendolo “non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo, ma ignorante in quelle di Dio; andava di giorno in giorno dubitando, se nell’ostia consacrata vi fosse il vero Corpo di Cristo e così nel vino vi fosse il vero Sangue”.

Un uomo dunque tormentato dal dubbio, disorientato dalle varie correnti d’opinione, anche nel campodella fede, lacerato dalla inquietudine quotidiana. Mentre costui stava celebrando la messa, al momento di pronunciare le parole della consacrazione, l’ostia e il vino si sarebbero trasformati in carne e sangue.

 

  • ANALISI

 

Nel novembre del 1970 dietro richiesta dell’arcivescovo di Lanciano, monsignor Pacifico Maria LuigiPerantoni, e del superiore provinciale dell’OFMC della regione Abruzzo padre Bruno Luciani, i frati francescani di Lanciano, che custodivano le reliquie, decisero, con l’autorizzazione del Vaticano, difarle sottoporre ad analisi medico-scientifiche. Il compito venne affidato al dottor Odoardo Linoli, primario del laboratorio di analisi cliniche e di anatomia patologica dell’ospedale di Arezzo. ordinario di anatomia, istologia, chimica e microscopia clinica, e al dottor Ruggero Bertelli, ordinario di anatomia all’Università di Siena.

l’11 febbraio 1971 scriveva: «Ulteriori ricerche consentono affermare presenza di tessuto muscolare striato del cuore. Alleluja».

Il 4 marzo 1971, a Lanciano, sotto la neve e in una delle giornate più fredde del secolo in Italia, ilProf. Linoli può tenere una relazione scientifica conclusiva che si riassume nei seguenti punti:

  • il Sangue del miracolo eucaristico è vero Sangue e la Carne è vera Carne;
  • la Carne è costituita da tessuto muscolare del cuore;
  • il Sangue e la Carne appartengono alla specie umana;
  • il gruppo sanguigno è AB ed è identico nel Sangue e nella Carne, provenienti quindi verosimilmente dalla stessa Persona;
  • le proteine del Sangue sono frazionate con i rapporti percentuali del sangue fresco normale;
  • nel Sangue sono stati anche ritrovati i minerali clorurici, fosforo, magnesio, potassio e sodio in quantitàridotta; il calcio in quantità

I dettagli più tecnici saranno l’oggetto di una pubblicazione scientifica ineccepibile, anche per gli standard odierni, corredata di abbondante materiale fotografico.

Inoltre, il professore aggiunge alcune precisazioni:

  1. la struttura della Carne non si presta all’ipotesi di un “falso “operato nei secoli passati: solo una manomolto esperta in dissezione anatomica avrebbe potuto ottenere dal cuore di un cadavere

una “fetta “così uniformemente tangenziale alla superficie di un viscere cavo (come si evince dalprevalente decorso longitudinale dei fasci di fibre muscolari nei preparati istologici);

  1. i reperti, e in particolare il Sangue, se provenienti da un cadavere, rapidamente sarebbero andati incontro a putrefazione,

eppure nelle sezioni istologiche non sono mai stati rintracciati sali o sostanze conservanti.

Nel marzo 2001, trent’anni dopo, a Mike Willesee e Ron Tesoriero (li incontreremo nel capitolo su Buenos Aires) che lo intervistano, nella sua casa di Arezzo, su come si sentisse all’epoca deirisultati della ricognizione di Lanciano, risponde candidamente:

«Per qualche mese mi sembrava di camminare a trenta centimetri da terra..».

 

SUPPLEMENTO DI RICOGNIZIONE NEL 1981

Nel decennale della ricognizione, i francescani chiedono, ancora al prof. Linoli, di esaminare ulteriormente la Carne miracolosa, sia nel suo aspetto macroscopico che microscopico, ottenendonuove sezioni istologiche da un piccolo frammento non impiegato nel 1970 e ancora custodito a Lanciano.

Con i nuovi vetrini si conferma ancora meglio la struttura miocardica delle fibrocellule e si ricavano nuove importanti ed originali conferme: è evidente l’endocardio, cioè la membrana interna del cuore,ci sono aree di tessuto adiposo, vasi sanguigni arteriosi e venosi e anche fasci di fibre nervose vagali. Si tratta di rilievi microscopici che, nel loro insieme, disegnano il quadro di un cuore umano completo.

Lo studio macroscopico è pure sorprendente. L’attenzione di Linoli è sui 14 piccoli fori distanziati,circolari, a stampo lungo tutto il limitare esterno della reliquia, come se, in epoca remota, fossestato necessario fissare con 14 chiodi la Carne su di un supporto di legno per correggere la retrazione e ‘accartocciamento del rigor mortis. La Carne si sarebbe quindi retratta verso l’esternocreando la cavità centrale oggi evidente. Tuttavia, secondo il professore, tale cavità era anche in parte preesistente, e allora tutta la reliquia viene a ricordare

l’aspetto di una sezione completa di cuore o forse del solo ventricolo sinistro.

Il prof. Linoli aggiunge un’ultima arguta osservazione: se la Carne che oggi veneriamo è stata sottoposta al rigor mortis, evidentemente al momento del miracolo originale era vivente! Il rigor mortis comincia infatti 1-3 ore dopo la morte, per terminare 36-48 ore dopo.

Miracolo Eucaristico di Buenos Aires

–     BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

 

1º maggio 1992, il ministro dell’Eucaristia Carlos Domínguez trova due frammenti di ostia sulcorporale davanti al tabernacolo. Il parroco padre Juan Salvador Carlomagno applica la proceduraprevista: i frammenti vengono messi in acqua e chiusi nel tabernacolo.

L’8 maggio, il sacerdote verifica il recipiente e nota la formazione di tre coaguli simili a sangue e delle scie rossastre sulle pareti. La Curia viene avvisata. In assenza del cardinale Quarracino, ilvescovo ausiliare Eduardo Mirás ordina una perizia medica, che conferma la presenza di sangue umano.

 

24 luglio 1994: durante la Messa del mattino, un ministro laico dell’Eucaristia nota una goccia disangue sulla pisside. Il fenomeno viene fotografato, ma non riceve particolare attenzione o risonanza.

 

18 agosto 1996: durante la Messa delle 19, una fedele segnala un’ostia caduta vicino a un candelabro. Il sacerdote, padre Alejandro Pezet, la raccoglie e la consegna a una ministra laicaper conservarla in acqua nel tabernacolo. Dopo alcuni giorni (il 26 agosto), si osserva che l’ostia non si dissolve ma si trasforma in una sostanza rossa e gelatinosa. L’allora vescovo ausiliareJorge Mario Bergoglio (futuro papa Francesco) dispone che vengano fatte delle fotografie. L’ostia viene poi custodita in acqua distillata in un flacone sigillato.

–     ANALISI SCENTIFICHE.

Vengono coinvolte, prestissimo, due dottoresse: una oncologa ed una ematologa.

Dott.ssa Botto

Nel racconto di padre Pérez, viene affidata una prima indagine ad una oncologa che abita vicino alla parrocchia, la dott.ssa Isabel Botto. Prova a prelevare, dal vaso di ceramica del 1 maggio, con una siringa, un po’ di quello che sembra sangue dalla massa centrale, ma non riesce perché la consistenza è troppo solida. Allora raccoglie il materiale di una delle scie rossastre che macchiano lepareti del contenitore. Il tessuto viene analizzato insieme ad una tecnica di laboratorio, Alicia Martines, presso il Sanatorio Evangelico El Buen Samaritano. Entrambe confermano trattarsi di sangue perché reagisce ad un test dell’emoglobina. Non è specificato se il kit consentisse di chiarire l’origine umana del sangue. La dott.ssa Botto ammette che occorrerebbero analisi più approfondite,da parte di un medico legale. Vede al microscopio che vi sono cellule

muscolari e un “tessuto fibroso vivo”. Proprio padre Pézet chiede se potrebbero trattarsi dicellule del miocardio; la dottoressa risponde che è possibile, ma occorrerebbero ulteriori analisi…

Dott.ssa Sasot

Nel libro del dott. Castañón sono riportate, o meglio fotografate, due relazioni mediche, dattiloscrittee firmate della dott.ssa Adhelma Myrian Segovia de Sasot. Dietro questo nome così altisonante vi è una ematologa che lavora all’Hospital Dr. J. M. Ramos Mejía di Buenos Aires. Da questi referti si deducono tre indagini.

  • In una relazione datata “giugno 1992“, senza specificare il giorno, la dottoressa descrive l’evoluzione macroscopica di un materiale, contenuto in un recipiente di ceramica, che “prendevaforma di coagulo” e che aveva al tatto la consistenza di un coagulo. Il “materiale” si mantenne abbastanza stabile finché venne rifornito, nei primi giorni, di acqua benedetta. In giugno, tuttavia, trascorso il primo mese, già descrive la tendenza del coagulo, non più bagnato, a seccarsi e a staccarsi dal recipiente (come avverrà effettivamente negli anni seguenti).
  • Sempre in giugno 1992, la dott.ssa Sasot riferisce di un’analisi su materiale di sospetta natura ematica proveniente da una patena a tre giorni dalla sua Si sta riferendo, quindi, a unodei due miracoli del 10 maggio sera. Venne eseguito un esame semplice ma impeccabile per valutare una goccia di sangue: uno striscio su vetrino. Segui la colorazione standard con May-Grunwald e Giemsa: si tratta di miscele di fissanti e coloranti che consentono di colorare, in modo diverso e ben distinguibile all’occhio dell’analista, le diverse popolazioni di leucociti, cioè di globulibianchi, presenti nel sangue. Si ottenne una formula leucocitaria, cioè la proporzione percentuale relativa tra le 5 principali classi di globuli bianchi (è un comunissimo esame del sangue, checiascuno di noi ripete in occasione di qualunque controllo medico). La formula mostra un eccesso di linfociti (47%) rispetto ai neutrofili (49%), come può succedere fisiologicamente nel corso di un’infezione virale, ma anche in corso di intenso stress psicofisico. Lo striscio presenta inoltre detriti, alcune cellule presentano vacuolizzazioni (cioè piccole cavità al loro interno), abbondante è la contaminazione batterica da parte di cocchi: tutti questi dati testimoniano la sofferenza delmateriale biologico di origine con il trascorrere del tempo (non è dato sapere a quanti giorni dal Miracolo è avvenuta l’osservazione, ma comunque entro giugno 1992).

La dottoressa conclude certificando che il campione analizzato è sangue umano.

  • Esiste infine una “relazione ematologica” della ssa Sasot, datata 29 ottobre 1995; sembrauna sorta di rapporto conclusivo e specialistico in cui elenca in modo positivo tutto quanto hapotuto dimostrare su di un

materiale di cui, avverte, non conosceva l’origine durante le prime analisi. Si tratta di una piccolaporzione di tessuto, pare, dato in custodia alla dottoressa stessa e ancora per lei disponibile nel1995, conservato in una provetta con acqua benedetta. Non può che trattarsi del materialeproveniente dal vaso di ceramica del primo miracolo del 1992, ma ciò non viene specificato. Viene elencata una serie di dati che, nel loro insieme, inequivocabilmente dimostrerebbero che il materiale è sangue:

  • dopo colorazione con May-Grunwald Giemsa, evidentemente di uno striscio su vetrino, si ottiene unaformula leucocitaria, molto simile a quella ottenuta nell’evento del 10 maggio 1992, ancora quindi con lieve linfocitosi;
  • contaminazione del campione da parte di batteri e funghi;
  • Presenza di ioni, potassio e sodio
  • presenza apprezzabile di enzima LDH, cioè lattica deidrogenasi;
  • presenza di proteine che all’elettroforesi mostrano un profilo “fisiologico” tranne la riduzione della banda delle gammaglobuline: un dato che si osserva nei pazienti

 

Un commento complessivo sulle indagini del 1992? Molta buona volontà, ma pochi mezzi e nessuna coordinazione.

 

Da febbraio 1998 è Jorge Mario Bergoglio il nuovo arcivescovo di Buenos Aires. Sollecitato da una lettera di padre Luis Maria Rodríguez Melgarejo, Bergoglio risponde nel luglio 1999 concedendo la possibilità di riprendere nuovi esami scientifici sulle vestigia dei miracoli eucaristici. Il dott. RicardoCastañón Gómez è uno psicologo clinico boliviano, esperto in psicosomatica, biochimica e neuropsicofisiologia.

È noto per la sua capacità comunicativa e per le ricerche rigorose condotte con il supporto di una task force internazionale, assieme a Ron Tesoriero e Mike Willesee. I loro studi impiegano strumentiscientifici avanzati e una catena di custodia documentata dei materiali, con il sostegno economico delGrupo Internacional para la Paz, da lui fondato.

 

È questa la speciale “agenzia” a cui l’arcivescovo Bergoglio affida le indagini sui fatti della parrocchiadi Santa Maria. Il 5 ottobre 1999, davanti a testimoni e alle telecamere, il dott.

Castañón preleva due campioni.

  • Un primo, piccolissimo campione, dalla crosticina essiccata e tuttora visibile a Buenos Aires, cherimane dal primo evento del 1992. Sull’etichetta che accompagna la provetta sterile e sigillata è scritto: «8 de mayo de 1992 Muestra 5 de octobre de 1999».
  • Un secondo campione viene ottenuto da quanto rimane dei fatti del 1996: materiale semisolido bruno, in acqua Sull’etichetta, analogamente, è scritto: «26 de agosto de 1996 Muestrahumeda 5 de octobre de 1999».

Come da iter di custodia, le due provette vengono consegnate personalmente il 21 ottobre 1999 dallostesso Tesoriero alla Forensic Analytical di San Francisco, in California. Nei referti datati 1 maggio 2000 e firmati Vanora M. Kean, Ph.D.., dell’analisi 19990441 condotta sui due campioni si può leggere quanto segue:

 

L’item #1-1, il campione secco del 1992, è stato esaminato con uno stereo-microscopio: si tratta di materiale non identificato, di colore scuro, bruno-rossiccio; ad una estremità sembra essere adeso un pelo o una porzione di pelo. Viene eseguito un test preliminare all’ortotolidina per ricercare la presenza di sangue, che dà esito negativo. Dal frammento originale, di 3 x 5 mm, si estrae una porzione di 2 x 3 mm, escludendo la sospetta formazione pilifera, che viene avviata allo studio del DNA. Infatti, si rileva una piccolaconcentrazione di DNA umano; tuttavia le successive analisi per la ricerca di

STR mediante PCR daranno esito negativo.

  • Anche l’item #1-2, il campione del 1996, viene studiato allo stereo-microscopio. Mentre il preparato èancora umido, si osserva la coesistenza di materiale fibroso biancastro e di una sostanza bruno-rossiccia, che a questo aderisce, senza riconoscervi caratteristiche morfologiche note. Seccandosi, diventano evidenti particelle di colore più scuro; su di queste si esegue un test all’ortotolidina, con esito negativo. Si selezionaun terzo di tutto il campione, da avviare alla tipizzazione del Anche qui si rileva una piccola concentrazione di DNA umano, che, all’ elettroforesi, verrà precisato possedere un alto peso molecolare, indice di buona qualità. Ma anche nella muestra humeda #1-2 la ricerca di 10 marcatori genetici standard, nove STR e uno per le amelogenine X e Y, con tecnica PCR, non darà, inspiegabilmente, nessun risultato.

 

Il 2 marzo 2000, campioni di tessuto risalente al 1996 vengono inviati al dott. Robert Lawrence,medico legale della Delta Pathology Associates di Stocktonin California. Analizzandoli,Lawrence rileva una forte presenza di leucociti attivi e vivi, fatto inspiegabile poiché il tessuto era stato conservato per oltre tre anni in acqua distillata, un ambiente ostile alla sopravvivenza cellulare.

Il tessuto appare infiammato e difficile da identificare: Lawrence ipotizza si tratti di pelle (epidermide) infiammata. Altri esperti confermano l’origine epidermica, mentre alcuni, come ilprof. Linoli (studioso del miracolo di Lanciano), suggeriscono possa trattarsi di tessuto miocardico

C’è bisogno di un parere più autorevole e definitivo. Il gruppo di ricerca decide allora di rivolgersi al Prof. Frederick Zugibe, primario di medicina legale e cardiologo della Columbia University di New York nella Rockland County a New York. Il suo profilo accademico, fatto di scoperte scientifiche e di numerosissime pubblicazioni, unito alla trentennale esperienza su 10000 autopsie, è impressionante. Il 20 aprile 2004 il gruppo di ricerca si trova nello studio del Professor. Zugibe, il quale vorrebbe conoscere la provenienza del materiale da studiare, ma i due australianitacciono. Zugibe insiste; Willesee spiega che è meglio così per lui e

F.Zugibe

 

per l’inchiesta. Zugibe scruta il microscopio; le sue parole sono registrate. Esordisce con:

 

«Sono uno specialista del cuore. Il cuore è il mio ambito (my business, in inglese). Questo è tessuto muscolare cardiaco, proveniente dal ventricolo sinistro, vicino ad un’area valvolare». Guarda meglio e specifica: «Questo muscolo cardiaco è infiammato, ha perso le striature ed è infiltrato da leucociti. Ileucociti normalmente non sono nel cuore, ma fuoriescono dal sangue e si dirigono nella sede di un trauma o di una ferita.

Il cuore di questa persona è stato ferito e ha sofferto un trauma. È compromesso il flusso sanguigno e parte del miocardio è andata incontro a necrosi. Somiglia a quello che vedo negli incidenti stradali, quandoil cuore viene sottoposto a prolungate manovre di rianimazione, oppure somiglia a quello che trovo quando qualcuno è stato picchiato severamente nel torace».

Tesoriero e Willesee provano un brivido quando Zugibe parla della presenza dei leucociti: la reazione immunitaria si sviluppa secondo una sequenza ordinata e si possono ritrovare leucociti solose nutriti da un organismo ancora vivente. Afferma: «Questo campione era vivo al momento in cui èstato prelevato!».

Dopo un momento di silenzio per ricomporsi, Willesee azzarda: «Ma quanto sopravvivrebberoquesti leucociti se il tessuto venisse posto in acqua?». La risposta riecheggia quella del dott.

Lawrence di quattro anni prima: «Si dissolverebbero in pochi minuti e non esisterebbero più». A questopunto sono i due australiani a turbare il professore rivelandogli che il vetrino proviene da un tessuto tenuto un mese in acqua di rubinetto e tre anni in acqua distillata: «Assolutamente incredibile”.

 

E se qualcuno avesse semplicemente preso sangue fresco da una persona e lo avesse messo sopra/nel campione?”

La risposta è che la sola presenza di leucociti non sarebbe sufficiente a escludere questa possibilità.

Però c’è una differenza importante tra:

 

  1. A. trovare semplicemente leucociti nel campione;
  2. B. trovare leucociti infiltrati nel tessuto miocardico in una configurazione compatibile con una risposta infiammatoria, insieme ad alterazioni del tessuto che indicano un trauma.

 

È proprio quest’ultimo punto che renderebbe molto più complicata l’ipotesi del semplice sangue aggiunto.

 

In altre parole, se qualcuno avesse preso una goccia di sangue e l’avesse messa sul tessuto, dovrebbe spiegare non soltanto la presenza dei leucociti, ma anche perché i leucociti risultano distribuiti/infiltrati nel tessuto e perché il tessuto presenta le caratteristiche istologiche interpretate da Zugibe come miocardio traumatizzato. Inspiegabile per la scienza!». Più tardi preciserà che dopo un periodo così lungo in acqua, non solo sparirebbero i globuli bianchi, ma qualunque cellula umana perderebbe qualunque morfologia riconoscibile. L’autorità del prof. Zugibe è così forte che cinque anni dopo, il 28 febbraio 2008, ad un meeting a San Francisco, il dott. Lawrence dichiara di essersi sbagliato e riconosce che il tessuto è, definitivamente, miocardio infiammato.

INDAGINE SCIENTIFICA DOTT. ZUGIBE:https://www.youtube.com/watch?v=0DWxl8BwXzQ&t=149s&pp=ygUGenVnaWJl

 

         Miracolo Eucaristico di Tixtla

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

22 ottobre 2006: Il miracolo eucaristico di Tixtla è avvenuto nell’omonima località messicanaquando durante la messa, mentre una suora distribuiva la comunione, un’ostia consacrata contenuta nella pisside sarebbe apparsa macchiata di sangue.

 

  • ANALISI

Il 27 ottobre 2009 è il dott. Castañón stesso a prelevare tre millimetrici frammenti di ostia apparentemente macchiata di sangue. Comincia una serie di indagini che si potranno definireconcluse solo il 25 febbraio 2013. L’associazione del dott. Castañón si rivolge a diversi laboratori specializzati in medicina forense, in immunoistochimica e in genetica: in Messico, Guatemala, Boliviae Stati Uniti. Spesso lo stesso accertamento è verificato più volte, talora con metodiche complementari, da studiosi diversi, all’insaputa l’uno dell’altro e in condizioni di “cieco”, cioè senza conoscere l’origine del materiale. Come sempre, le spese sono a carico del Grupo Internacional para la Paz.

  1. Il laboratorio “Gene-Ex” di La Paz in Bolivia documenta la presenza di L’emoglobina, lo ricordo per i non addetti ai lavori, è la proteina contenente uno ione ferro, necessaria per il trasporto di ossigeno e anidride carbonica nell’organismo, e contenuta all’interno dei globuli rossi del sangue (e in nessun’altra cellula). Nel video della conferenza di presentazione al minuto 21:02, è possibile rivedere la dott.ssa Susana Pinell mentre esegue per la prima volta il test di immunocromatografia capillare specifica per emoglobina umana. Vediamo l’istante in cui un frammento del materiale in esame viene a contatto con il kit e, trascorsi alcuni secondi, la reazionepositiva che ne consegue. È importante segnalare che l’emoglobina è presente negli eritrociti, cioè nei globuli rossi, di tutti i vertebrati, ma che il test è specifico per l’emoglobina della specie umana.
  2. nei vetrini istologici, colorati con la classica metodica del-l ‘ematossilina-cosina, ottenuti sia dal Juan Ruben Chavez Hernandez per il “Corporativo Médico Legal” del Messico che daldott. Orlando Rodas Pernillo per i laboratori “PatMed” del Guatemala, si riconoscono globuli rossi. Più precisamente, ci sono aree di accumulo di materiale acidofilo che ricordano eritrociti in fase di autolisi, cioè in corso di degradazione

spontanea; a tratti il materiale è più amorfo e meno distinguibile. Tali accumuli sono compatibili anche con fenomeni di frombosi, cioè gli eritrociti potrebbero fare parte di un coagulo. Tra di lorosi riconoscono anche alcuni globuli bianchi, cioè leucociti, appartenenti a popolazioni diverse: neutrofili, macrofagi, basofili.

Interessante

 

  1. Nel laboratorio “Corporativo Médico Legal”.il Eduardo Sánchez Lazo ha sottoposto ivetrini a test di immunoistochimica; ha cioè testato la reattività dei tessuti ad alcuni anticorpi, per riconoscere più precisamente la presenza di sostanze specifiche. Ha documentato così lapresenza di mieloperossidasi e di glicoforina A. La mieloperossidasi è un enzima presente soloin alcuni globuli bianchi, cioè nei granulociti e nella serie mieloide. La glicoforina A è una glicoproteina presente solo sulla membrana dei globuli rossi (determinandone il grupposanguigno minore MN). Nel complesso si tratta di un dato molto specifico che ulteriormente conferma la presenza di cellule del sangue nei tessuti esaminati.
  • Il sangue è di gruppo sanguigno AB.

Due laboratori separatamente, il “Corporativo Médico Legal”

in Messico e “Gene-Ex” in Bolivia, dimostrano, con tecniche di immunoistofluorescenza, la presenzadi antigeni A e B nei tessuti esaminati. Nel referto boliviano, delle fotografie a colori documentano il risultato. Ma c’è dell’altro: il laboratorio “Gene-Ex”, per la prima volta al mondo in un’indagine su questo tipo di tessuti “misteriosi”, stabilisce anche il gruppo sanguigno Rh. Il gruppo Rh è negativo.Torneremo su questo aspetto in un capitolo dedicato.

  • Vi sono fibre cellulari di verosimile natura muscolare

I vetrini istologici sono ancora quelli ottenuti separatamente nei laboratori “CML” e “PatMed” di cui alpunto 1. Sono presenti abbondanti fasci di fibre allungate e ben colorate dall’ematossilina cosina. Va premesso che, come pure negli altri miracoli eucaristici che abbiamo incontrato, anche in questo caso non è stato agevole stabilire la natura cardiaca del tessuto: le fibre sono particolarmente degradate da fenomeni di autolisi e di sofferenza.

Mancano le striature e i dischi intercalari, i nuclei non sono sempre chiaramente in posizione centrale. Tuttavia, la morfologia complessiva di tali fibre, allungate, prevalentemente parallele, con numerose biforcazioni che subito si anastomizzano, cioè si uniscono, alle fibre vicine, non può che richiamare la morfologia del tessuto cardiaco. Il Dott.Sánchez Lazo, nel referto conclusivo dellaboratorio “CML” afferma che le prove immunoistochimiche confermano la natura cardiaca deltessuto, ma non fornisce ulteriori dettagli.

Il dott. Carlos Parellada, al minuto 1:12:35 del video della conferenza di presentazione, invece, documenta la mancata captazione dei marcatori per desmina e per miosina nei vetrini “PatMed”, come invece dovrebbe

succedere nei tessuti muscolari, e mette in conto tale dato alla avanzata autolisi edegenerazione delle sospette

fibre muscolari.

  1. Sono presenti agglomerati di cellule
  2. Nei vetrini studiati in California dal John Compagno, si identificano strutture proteichedegradate che sembrano appartenere a cellule mesenchimali.
  3. Sono presenti ovviamente anche cellule vegetali riconoscibili per la tipica spessa parete poco
  4. Sono presenti ovviamente anche cellule vegetali riconoscibili per la tipica spessa parete poco
  5. È presente DNA umano, ma non è possibile ricavare un profilo

 

Due laboratori distinti, il CML. (Corporativo Médico Legal) del dott. Sánchez Lazo in Messico e Il 120B3 (Instituro de Investigaciones Químicas Biológicas Biomédicas y Biofísicas) della biologa Eyda de Campollo dell’Università Merlano Gálvez in Guatemala, si sono occupati dello studio delDNA di due campioni conservati in paraffina giungendo alle stesse conclusioni.

Nel referto messicano si specifica che era presente materiale genetico ma che non se ne poterononé estrarre sequenze proteiche né amplificare i marcatori utili per stabilire un profilo genetico dapoter impiegare in uno studio di parentela.

Analogamente, in Guatemala, il report datato 9 novembre 2012 dichiara di non aver potuto ottenereun profilo genetico completo provando ad amplificare le abituali 15 sequenze di STR e l’amelogenina. Se ne adduce la colpa alla qualità stessa del DNA, considerato degradato e frammentato.

Nel febbraio 2010, l’esperto in immagini ing. Fernando Rodríguez Pérez, su mandato del GrupoInternacional para la Paz, si trova a Tixtla, nella cappella in cui è custodita l’ostia che conosciamo.

A pochi metri dall’altare può dispiegare i suoi strumenti, Tra cui un microscopio digitale ad altapotenza e ad emissione di luce bianca ultra brillante e luce ultravioletta. Il suo studio rivela chenella parte macchiata della particola, al di sotto di uno strato superiore costituito da evidente sangue coagulato, alla scansione microscopica è presente sangue ancora fresco. E un datoimpressionante, tenendo conto che sono passati più di tre anni dall’effusione miracolosa!

Il sangue è scaturito dall’interno dell’ostia.

Sono due le indagini che, con metodiche diverse, arrivano alla stessa conclusione.

Da una parte il dott. Sánchez Lazo analizza gli aspetti macroscopici, microscopici e strutturali della macchia bruna e della particola, oltre che il loro reciproco rapporto spaziale. Lo si può ascoltare parlare proprio di questo al minuto 45:50 della conferenza di presentazione, disponibile in rete. Nellasua perizia scarta l’ipotesi

che il sangue abbia potuto bagnare la superficie dell’ostia dall’esterno, perché così avrebbe dovuto attraversare e inzuppare tutto lo spessore del pane sottostante. Viceversa, in una sezioneideale della particola di Tixtla, vediamo il sangue formare un’immagine come quella di un sottile “cono inverso” che attraversa il pane da parte a parte solo in un punto centrale, si allargaleggermente prima di raggiungere l’esterno e poi si espande sulla superficie stessa dell’ostia senza più bagnarla.

Ii Dott.Castagnón, nel suo testo, da poi conto di un’altra indagine, che ha studiato lo spessore dellaparticola con una tecnologia ai raggi infrarossi e che è giunta alla stessa conclusione: il sangue proviene dall’interno mostrando poi alcune fotografie.

CONFERENZA SCIENTIFICA https://youtu.be/pUN0Gxx_y0g?is=BXG1kDlubWx8aa3R

 

Miracolo Eucaristico di Sokòlka

BREVE RIASSUNTODELL’ACCADUTO.

12 ottobre 2008 durante la Messa un’ostia consacrata cadde accidentalmente a terra: dopo essere stata recuperata dal celebrante, don Filip Zdrodowski, fu posta nell’acquamanile(contenente l’acqua per il lavaggio delle dita dopo la distribuzione della comunione), come è consuetudine in questi casi[1]. Al termine della messa, suor Julia Dubowska ripose il tutto in cassaforte.

Domenica 19 ottobre la suora riaprì la cassaforte e notò che, al centro dell’ostia quasi sciolta, si era formato come un coagulo rosso, simile a sangue. L’Arcivescovodi Bialystok, mons. EdwardOzorowski, interpellato dal parroco, lo invitò a prelevare l’ostia residua, insieme al coagulo, ed aposarla su un corporale bianco che venne chiuso nel tabernacolo.

  • ANALISI SCENTIFICHE: https://www.youtube.com/watch?v=MMPXtEatPzU&pp=ygUfbWlyYWNvbG8gY2FyYXR0ZXJpc3RpY28gcG9sb25pYQ%3D%3D

La curia chiede massima serietà, urgenza e segretezza totale e si affida a due esperti dell’Università di Biatystok: sono il prof. Stanistaw Sulkowski e la prof.ssa Maria Elzbieta Sobaniec-Lotowska. Entrambi anatomo-patologi, lavorano nella stessa università, pur se in dipartimentidiversi, e hanno curriculum scientifici di tutto rispetto.

Il 7 gennaio, a Sokólka, viene aperto il tabernacolo e la prof.ssa Sobaniec-Lotowska può eseguireun piccolo prelievo di materiale da quello che a lei, a prima vista, sembra un coagulo di sangue. Nelprelievo è presente anche parte dell’ostia bianca, non separabile. Il materiale viene diviso con ilprof. Sulkowski, che quel giorno non è presente e che è all’oscuro dell’origine del campione. Nelle settimane successive il materiale viene preparato e studiato al microscopio ottico e al microscopio elettronico a trasmissione. Questi, in sintesi, i risultati che i due studiosi ottengono,

separatamente.

Si tratta di tessuto miocardico; nella relazione conclusiva i due professori così si esprimono:

  • E’ tessuto miocardico, o almeno, tra tutti i tessuti di un organismo vivente, è il miocardio quello più Le fibre, infatti, presentano nuclei in posizione centrale e, al microscopio elettronico, siriconoscono abbozzi dei dischi intercalari, come pure fasci di delicate microfibrille.
  • Il materiale analizzato è omogeneamente costituito da tale tessuto muscolare miocardico nella sua interezza.
  • Sono presenti, nelle fibre, segni di sofferenza come segmentazione e La segmentazione è il distacco delle fibre muscolari dalla stria intercalare a cui dovrebbero connettersi; si tratta di un fenomeno dovuto ai rapidi spasmi a cui vanno incontro le fibre stesse, ancora viventi, in prossimità dellamorte. Utile ribadire che non si tratta di una degenerazione successiva alla morte: la segmentazione puòavvenire solo in una cellula vivente, anche se agonizzante e prossima alla morte. Analogo significato presenta il fenomeno della frammentazione, cioè la presenza di fibre spezzate in modo netto, a prescindere dall’intersezione con la stria intercalare.
  • Alcune fibre presentano immagini compatibili come

“bande di contrazione” cioè affastellamenti delle fibre stesse lungo il loro asse corto, che si ritrovano, comevedremo, nella cardiomiopatia da stress o nella riperfusione che può seguire un infarto miocardico.

 

  • Le fibre miocardiche e la struttura del pane dell’ostia sono unite tra loro in modo inspiegabile. Il contattoreciproco tra i due tessuti avviene ad un livello microscopico tale che ad oggi, nessuno strumento, nessuna metodica umana potrebbe riprodurre una compenetrazione così

Per la prof.ssa Sobaniec-Lotowska è un dato sconvolgente, che esclude la possibilità di un artefatto umano. Infine, come già in altri miracoli eucaristici, è inspiegabile la persistenza deltessuto miocardico, come pure del pane azzimo che costituisce l’ostia: ancora integri, senza segni di corruzione o di degradazione, dopo tutto il tempo trascorso prima in acqua e poi all’aria, permesi (e ora, per chi va in pellegrinaggio a Sokótka, per anni) e senza nessun conservante.

 

Miracolo Eucaristico di Legnica

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

Natale del 2013, durante la messa, un’ostia consacrata cade accidentalmente a terra: dopo essere stata recuperata viene posta in un calice di metallo contenente acqua di rubinetto, per potersisciogliere secondo la procedura prevista in questi casi,[1] e il tutto è riposto nel tabernacolo.

Il 5 gennaio 2014 il sacerdote più anziano della comunità controlla il calice, e si accorge che una piccola porzione dell’ostia si è distaccata e si è colorata di rosso. Dopo due settimane, la porzionecolorata di rosso è ancora presente sulla superficie dell’acqua, mentre il resto della particola si èsciolto. Il vescovo di Legnica, monsignor Stefan Cichy, al corrente dei fatti, decide di istituire una commissione di quattro esperti per lo studio del fenomeno.

ANALISI SCIENTIFICHE:https://www.youtube.com/watch?v=Zt_vYBfumbw&pp=ygUVQkFSQkFSQSBFTkdFTCBsZWduaWNh

Nel 2017, a cura della diocesi di Legnica, è stato approntato un testo di riferimento checomprende le testimonianze originali e abbondante materiale iconografico.

Posso ora aggiungere qualche dettaglio sulle indagini scientifiche, comunicatomi personalmentedalla dott.ssa Barbara Engel, primario della Cardiologia di Legnica e membro della Commissione di studio istituita da mons. Cichy, e dalla dott ssa Anna Engel.

I campioni prelevati dal frammento di ostia erano quindici. le procedure di prelievo sono state eseguite alla presenza di testimoni e documentando fotograficamente ciascun passaggio. Siprepararono pure dei campioni di controllo con ostie e vino non consacrati e acqua di rubinetto. Si ebbe cura di impiegare ostie dello stesso lotto di produzione da cui proveniva la particolaconsacrata oggetto di esame. Inizialmente si fece riferimento all’Istituto di Medicina Legale della vicina Breslavia, e dalle analisi si stabilì quanto segue:

  • Si trattava di materiale degradato da importante autolisi e da prolungata permanenza in acqua; tuttavia, la morfologia meri al microscopio ricordava quella di un tessuto muscolare L’importantedegradazione non consentiva di ottenere una conferma con i marcatori immunoistochimici specifici per il tessuto muscolare.
  • Tale tessuto non era costituito da batteri. I batteri presenti rappresentavano solo una trascurabile contaminazione loca-le; in particolare non erano presenti batteri noti per produrre sostanze coloranti (ci siriferisce evidentemente alla Serratia marcescens).
  • Non era presente una significativa contaminazione fungina: infatti la colorazione argentica con ilmetodo di Grocott, specifica per funghi, lieviti, alghe e spore, dava esito nega-tivo.
  • Non si ottennero amplificazioni di DNA.
  • Tuttavia la trasformazione di un’ostia in un tessuto come quello descritto restava semplicemente inspiegabile.

 

Dopo qualche mese, la commissione di studio, non completamente soddisfatta dai risultati parziali diBreslavia, chiese un secondo parere alla Medicina Legale di Stettino, disponibile ad eseguire ulteriori indagini. Furono forniti gli stessi vetrini istologici già preparati e tutti i risultati ottenuti dai colleghi di Breslavia, Rispetto alie

prime indagini, si utilizzarono metodiche istopatologiche differenti e si cercò la presenza di DNA. Insintesi, si è potuto dimostrare ciò che segue.

  • Lo studio microscopico con luce ultravioletta e filo arancio consentiva finalmente di riconoscere l’origine miocardico consentiva finalmente di riconoscere l’origine miocardica del tessuto muscolare , con evidenti segni di frammentazione; le immagini ricordavano molto da vicino quelle ottenute a Sokó
  • Anche a Stettino la ricerca con marcatori immunoistochimici diede esito
  • Viceversa, si ritrovarono frammenti di DNA nucleare e mitocondriale, sufficienti per documentare senza dubbio l’origine umana del tessuto. Gli studiosi e la diocesi mantengono uno stretto riserbo sui dettagli, temendo incomprensioni e inopportuni

Come a Sokólka, nonostante l’aspetto macroscopico della reliquia si presenti come un coagulo disangue, non sono state trovate cellule ematiche, e non e stata indagata l’eventuale presenza diantigeni ABO (in via teorica presenti, lo abbiamo visto a Lanciano, anche in cellule diverse dai globuli rossi).

 

Miracolo Eucaristico di Finca Betania

La storia:

Questo miracolo si è verificato durante la Messa di mezzanotte dell’8 dicembre 1991, presso il santuario mariano di Finca Betania a Cúa, in Venezuela. Padre Otty, cappellano del santuario, così descrive l’evento: «Dopo aver consumato una delle parti dell’ostia magna che avevo diviso in quattro parti, le riposi nel piattino. Poco dopo abbassai lo sguardo verso il piattino e non potevo credere a quello che vedevo: uno dei pezzi dell’ostia da me divisa presentava una macchia rossa e da questa cominciava a sprigionarsi una sostanza rossa, simile al modo in cui il sangue fuoriesce da una ferita. Dopo la Messa presi l’ostia e la conservai al sicuro nella sagrestia del santuario. L’indomani, alle 6:00 del mattino, mi recai a vedere l’ostia e costatai che da essa continuava a scorrere del sangue, che poco dopo cominciò ad asciugarsi. Tabernacolo dove erano custodite le reliquie dell’ostia da cui è sgorgato il sangue

Tuttavia, ancora oggi, il sangue appare come fresco. La cosa strana è che il sangue sia fuoriuscito solo da un lato della particola senza peraltro macchiare il resto delle specie eucaristiche». Durante la Messa erano presenti numerosi pellegrini, i quali subito verificarono che il sacerdote non presentasse ferite da cui potesse essere fuoriuscito il sangue presente nell’ostia. Tra l’altro dalle analisi risultò che il sangue del sacerdote non coincideva con quello della particola.

Da allora l’ostia è oggetto di venerazione e di culto da parte di migliaia di pellegrini provenienti non solo dal Venezuela, ma da tutto il mondo. È possibile recarsi a visitare l’ostia miracolosa presso il convento delle Suore Agostiniane Recollette del Sacro Cuore di Gesù a Los Teques tutti i giorni dell’anno, a qualsiasi ora, presso la cappella dedicata all’adorazione perpetua. Un giovane fedele del New Jersey, Daniel J. Sanford, recatosi in pellegrinaggio nel convento delle Agostiniane per vedere l’ostia insanguinata, riuscì a filmare un altro episodio miracoloso. Ecco il racconto: «Il 12 novembre 1998 mi recai in pellegrinaggio a Betania con un gruppo di preghiera e ci portarono a vedere l’ostia miracolosa di Betania presso la cappella delle Suore Agostiniane di Los Teques. Il nostro direttore spirituale, padre Mazzarella, celebrò la Messa. Finita la celebrazione aprì la porta del tabernacolo che conteneva l’ostia del miracolo. Con grande stupore vidi che l’ostia era come in fiamme e c’era un cuore pulsante che sanguinava nel suo centro. Vidi questo per circa trenta secondi o giù di lì, poi l’ostia tornò alla normalità. Sono riuscito a filmare una parte di questo miracolo con la mia videocamera».

Video: https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.youtube.com/shorts/0109CPChH3w&ved=2ahUKEwiH9JqxgKWXAxUs-QIHHfVgKzcQtwJ6BAgbEAI&usg=AOvVaw1KgACbD-2X_nZ-rpYrA_vZ

Le Analisi Scientifiche:

il 12 dicembre 1991 venne esaminata una particella della sostanza nel laboratorio di bioanalisi della Cattedrale di Los Teques; le analisi microscopiche furono effettuate dalle licenziate Josuac Zubizarreta e Rosa Da Silva; l’esame citologico portò alla conclusione che si trattava di sangue; il vescovo, però, dispose un esame più approfondito presso la División de Medicina Legal de la Policía Técnica Judicial de Caracas; l’indagine fu assunta dal direttore F. Aponte Vileria, vennero effettuati un esame fisico con lente stereoscopica e un’analisi biochimica; per il materiale ematico venne utilizzata la reazione all’ortotolidina; per la ricerca dell’emoglobina furono utilizzati i metodi di Teichmann e Takayama; il risultato riportato è che la sostanza esaminata era sangue; il rapporto sarebbe stato sottoscritto da Raúl Ramírez Pinto, capo della Divisione di Criminalistica, e Daisy Cañizales de Bolívar, capo del Dipartimento di Microanalisi.

 

INTERVISTA A DASY CAÑIZALES:

Por una “diocidencia”, añade, los encargados de resguardar el milagro eucarístico son los Agustinos Recoletos, específicamente las Hermanas del Corazón de Jesús, que en la ciudad de Los Teques (a las afueras de Caracas) tienen una capilla de adoración perpetua donde está expuesta la hostia.

“Mi vida cambió por completo”, sentencia Cañizález. “Yo analicé la sangre del primer milagro eucarístico de Venezuela”, añadió. Efectivamente, sus estudios comprobaron que la sustancia que brotó de aquel pedazo de pan era sangre humana, del tipo AB, el mismo que se encuentra en otros milagros eucarísticos y en el Sudario de Turín.

Daisy Cañizales de Bolívar https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3Dj3eoOioZvuQ&ved=0CBoQjhxqFwoTCOj-tYyIpZcDFQAAAAAdAAAAABA1&opi=89978449

 VIVO??

Si tratta di un dato veramente sconvolgente: tranne forse a

Lanciano, dove il tessuto antico appare oggi come misteriosamente mummificato, gli altriquattro tessuti, nonostante la coesistenza di fenomeni di degradazione e di autolisi, presentanocaratteristiche di indubbia vitalità. Vediamo di approfondire.

In un’intervista registrata del 7 dicembre 2000, il dott.

Lawrence, che sta studiando il campione di Buenos Aires del 1996, spiega che, in particolare, il suovetrino ha fissato leucociti attivi e vivi al momento del prelievo. Aggiunge, fra l’altro, che èsemplicemente inspiegabile come questi leucociti possano essere sopravvissuti per tre anni in acqua, senza dissolversi, quando normalmente questo avviene già dopo qualche minuto, almassimo un’ora, una volta separati dall’organismo vivente da cul provengono o dopo la morte di questo.

Quattro anni dopo, di fronte allo stesso vetrino, abbiamo visto anche il prof. Zugibe esprimere lo stesso concetto. Commenta l’infiltrazione dei leucociti: «[che] normalmente non sono nel cuore, mafuoriescono dal sangue e si dirigono nella sede di un trauma o di una ferita». Poi aggiunge: «Questo campione era vivo al momento in cui è stato prelevato!». Alla domanda «Ma quantosopravvivrebbero questi leucociti se il tessuto venisse posto in acqua?» la risposta è la stessa deldott. Lawrence: «Si dissolverebbero in pochi minuti e non esisterebbero più». Più tardi preciserà che dopo un periodo così lungo in acqua, non solo sparirebbero i globuli bianchi, ma qualunque cellula umana perderebbe qualunque morfologia riconoscibile.

A Tixtla un macrofago è colto addirittura in un momento in cui è attivo, e cioè mentre sta, come suodovere, fagocitando materiale lipidico! La preparazione del vetrino ha interrotto proprio in quelmomento la vita del macrofago e ne ha fissato per sempre l’aspetto dinamico e vitale: il citoplasma è ripieno di vacuolizzazioni lipidiche appena fagocitate.

Va inoltre considerato che una reazione infiammatoria, così come la vediamo nei tessuti di Buenos Aires e Tixtla, è espressione di un organismo ancora vivente e in grado di coordinare unacomplessa cascata di eventi che coinvolgono diverse popolazioni cellulari opportunamente stimolate e attivate. Il miracolo, quindi, non consiste solo nella comparsa “dal nulla” di unparticolare tessuto, nel nostro caso il miocardio, isolato e fuori contesto: il tessuto è vivente e funzionale perché misteriosamente collegato ad un organismo completo, anche se invisibile ai nostri occhi! I globuli bianchi, infatti, non vengono prodotti in loco, nel tessuto infiammato, maarrivano da altrove, utilizzando una circolazione sanguigna funzionante, attratti dalla rispostainfiammatoria. I leucociti ci parlano di un intero organismo che è vivo e che sta provvedendo a riparare un proprio tessuto infiammato e lesionato.

1       Sono evidenti, soprattutto a Sokólka e Legnica, dove i mio-

citi sono meglio conservati, segni di frammentazione e segmentazione delle cellule miocardiche sidescrivono nelle fibre anche bande di contrazione di necrosi;

  1. È presente, a Buenos Aires e Tixtla, nella compagine del tessuto miocardico, una notevoleinfiltrazione

A Lanciano, nonostante la mancata colorazione dei nuclei e l’assenza di striature, l’antico tessuto è chiaramente di natura mesodermale e presenta unioni sinciziali che le fibre realizzano (cito dal referto originale del prof. Odoardo Linoli) attraverso biforcazioni e reciproci congiungimenti, come è tipico delle cellule miocardiche. Un ulteriore reperto di pertinenza miocardica è la presenza di un lobulo di tessuto adiposo attraversato da fibre (cito ancora) che in esso si diramano, disperdendosied esaurendosi fra i lipociti. Ma non è solo l’aspetto microscopico che a Lanciano richiama il muscolo cardiaco: è l’intera struttura macroscopica della Carne che ricorda una sezione intera di cuore, completa di vasi arteriosi, venosi, nervo vago e parete endoteliale

rivolta verso il lume interno.

Il prof. Linoli condivide con il prof. Ruggero Bertelli di Siena la definitiva diagnosi di certezza: è cuoreumano (lareazione immunologica di Uhlenhuth ne conferma l’appartenenza alla specie umana).

 

RISORTO?!

Nel 2023 sono stato contattato da due tra i massimi esperti al mondo nel campo ultraspecialisticodelle lesioni da folgorazione elettrica. Il prof. Giovanni Pierini e la prof.ssa Tiziana Balbidell’Università di Bologna, medico legale lui e anatomo-patologa lei. Erano capitati casualmente su questo libro, in un’edizione precedente, e qualcosa nelle immagini riprodotte dei vetrini istologici aveva prepotentemente attirato la loro attenzione.

Non potevano credere ai loro occhi: nei campioni ottenuti dai miracoli eucaristici si possono cogliere alterazioni compatibili con i danni da elettrocuzione che normalmente si possono ritrovarenelle autopsie di chi ha subito uno shock elettrico.

Sulle cellule muscolari, come quelle cardiache, l’effetto è quello dell’alternanza di aree di pallore del sarcoplasma (l’interno della cellula) alternate ad aree di acidofilia (quando i tessutisono preparati per il microscopio), frammentazione e allungamento delle cellule stesse,presenza di bande di ipercontrazione, necrosi coagulativa e soprattutto ipercromia nucleare (accentuazione della colorazione dei nuclei delle cellule).

E nei vetrini, in particolare di Buenos Aires e di Lanciano, l’occhio dell’esperto riconosce

questi aspetti. Aspetti che nessuno aveva descritto in precedenza, poiché è di buon senso ammettere che si “vede” quello che si conosce e finora nessun esperto di lesioni elettriche avevavisionato queste immagini. Un meccanismo chiamato in causa nella deformazione delle cellule, con un loro forte allungamento fino ad assumere un aspetto aghiforme, è quello della perdita del calcio intracellulare.

“tutto o niente” che, per esempio, colpisce una cellula, ma risparmia le cellule immediatamenteadiacenti. Ciò potrebbe giustifica-re, in maniera originale, l’altrimenti inspiegabile eccesso di ione calcio nel sangue di Lanciano, come se questo calcio fosse proveniente dall’interno delle cellulesofferenti, beninteso invisibili. di quel Corpo. Sto pensando a cellule che dovevano essere lambiteda quel Sangue per potervi riversare calcio… Vi è un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato.

Tipica delle lesioni da elettrocuzione è la misteriosa e non lineare

“scomparsa” di microscopiche aree di tessuto. Un intenso campo elettromagnetico può produrrecioè dei veri e propri “buchi” di assenza di materia delle dimensioni anche di un millimetro cubo.

Al microscopio si riconosceranno, quindi, aree otticamente vuote, ma circondate, con contorni netti, da tessuto assolutamente indenne! I proff. Pierini e Balbi non hanno difficoltà ariclassificare aree descritte a Tixtla o a Lanciano come aggregati di cellule adipose come in realtà fenomeni di questa sfuggente, ma

patognomonica, perdita puntiforme di sostanza.

Ho passato parecchie ore con gli amici Giovanni e Tiziana a discutere di tutto questo. Ho potutomostrare loro anche molte altre immagini, non pubblicate in questo volume, che hanno ulteriormente rafforzato il loro convincimento della coesistenza di segni di lesioni da folgorazione nei tessuti provenienti dai miracoli eucaristici.

Ma perché, si starà chiedendo il lettore, nei tessuti dei miracoli eucaristici dovrebbero esserci questisegni di avvenuta elettrocuzione? Che cosa significano?

Ricordo che nella sindonologia moderna si ipotizza che la formazione dell’immagine del SacroLenzuolo di Torino, ad oggi misteriosa e irriproducibile, sia da ricondurre a un qualche tipo di scarica di energia elevatissima e istantanea, coincidente con il ritorno alla vita dell’Uomo avvolto dal lenzuolo stesso.

DNA: UNA PROVA A FAVORE

RIUSCIAMO A RISALIRE BIOLOGICAMENTE A DNA ANTICHI?

1) Nel 2001, con successo, è stato ricavato un profilo del DNA mitocondriale del corpo attribuito all’evangelista Luca e sepolto a Padova. Da un canino si è ricavato un aplogruppo pre-HV, geneticamente vicino ai profili che oggi si trovano in Siria e in Turchia, del tutto credibile per l’evangelista nato ad Antiochia nei primi anni del I secolo d.C.

2) Nel 2011, da scavi nei resti di un antico monastero sulla piccola isola di Sveti Ivan sul mar Nero, in Bulgaria, emer-se, incastonata in un altare, un’urna di pietra contenente alcune ossa umane e un’iscrizione in greco antico nominante san Giovanni Battista e il 24 giugno, giorno della sua festa. Ebbene, le tre ossa studiate, datate al I secolo d.C. con il carbonio 14, risultarono appartenere allo stesso uomo il cui DNA mitocondriale presenta un aplogruppo fortemente suggestivo per un’origine medio-orientale. La vicenda è oggetto di un avvincente documentario della National Geographic, ma purtroppo i dettagli genetici non sono pubblicati.

3) Ancora più recentemente, nel dicembre 2016, il genetista Gérard Lucotte ha pubblicato lo strepitoso risultato dello studio del bulbo di un capello attribuito a Maria Maddalena, le cui reliquie sarebbero conservate nell’abbazia di St.

Maximin in Provenza. Oltre al sesso femminile, ottenuto dall’amelogenina nel DNA nucleare, ha ricavato l’interazioni che identificano l’aplogruppo Ke più precisamente il sequenza HVR1 del DNA mitocondriale tipizzando 9 mula-

Sottogruppo Klalbla: cioè proprio il sottogruppo ancora oggi più diffuso tra gli ebrei ashkenaziti (espressione di una delle mitiche quattro “madri fondatrici” degli ashkenaziti; il 20% di tutti gli ebrei della Diaspora occidentale oggi viventi sono discendenti di una singola trisavola Klalbla vissuta 2

o 3 mila anni fa).

Come abbiamo visto, la risposta alla domanda sottotitolo è si.

INDAGINE A TIXTLA:

Per superare il problema della possibile contaminazione di cellule “miracolose”. , per esempio con

cellule epiteliali di persone venute a contatto con le reliquie, Mike Willesee e Ron Tesoriero, intorno al 2016, si rivolsero alla Menarini Silicon Biosystem di Bologna. Qui infatti è stato messo a punto il DEPArray, una soluzione tecnologica innovativa inizialmente pensata per lo studio di tessuti oncologici e che ora trova una valida applicazione anche in medicina foren-se. È possibile discriminare, all’interno di un campione biologico “complesso”, ogni singola cellula che può venire cosi riconosciuta, tipizzata e letteralmente posizionata all’interno di una matrice elettroforetica. Si può così avviare allo studio del DNA il solo materiale genetico nucleare di una singola cellula, senza contaminazioni. La dott.ssa Francesca Fontana di Menarini Silicon Biosystem poté analizzare tre tessuti prelevati da tre eventi di possibile natura soprannaturale, tutti provenienti dal Sud America, compreso un frammento della particola di Tixtla. Non tanto dal documentario, piuttosto vago nel fornire dati precisi, ma piuttosto dall’autobiografia postuma di Mike Willesee è possibile conoscere una sintesi dell’esito di queste indagini a Bologna.

In tutti e tre campioni era presente sangue umano ed erano presenti globuli bianchi di buona qualità. Dai singoli nuclei si estrasse selettivamente del DNA che, ancora una volta, contro ogni ragionevole aspettativa, non consentì la determinazione di nessun polimorfismo STR.

INDAGINE A BUENOS AIRES

Le due provette, #1-1, #1-2, sterili e sigillate, partono alla volta del laboratorio Forensic Analytical di Hayward, vicino a San Francisco, in California. Il laboratorio è stato scelto per il prestigio di cui gode e perché specializzato nello studio di frammenti molto piccoli. Qui, solo la dott.ssa Vanora Kean e nessun altro collega conosce l’origine dei campioni. Il 9 dicembre 1999 la dott.ssa Kean può anticipare al dott. Castañón che sia nel frammento #1-1, sia nel #1-2 sono presenti “minime quantità di DNA umano”. Le indagini pro-seguono, ma il risultato saràdeludente. Nelle relazioni definitive della Forensic Analytical, datate 1 maggio 2000, che si possono consultare in appendice nei libri di Castañón e Tesoriero, vengono esplicitate le metodiche di estrazione e quantificazione del DNA, l’esecuzione di PCR e infine di elettroforesi su gel. Si testano i polimorfismi di nove tra i più comuni STR (tutti facenti parte del sistema CODIS), oltre alle due amelogenine, ma invano: non si ottiene nessun risultato, nessuna amplificazione…Eppure, almeno per quello che riguarda il campione #1-2, si descrive la presenza di DNA ad alto peso molecolare, cioè di buona qualità. Al laboratorio, di fronte ad un risultato così ambiguo, non rimane, nel report finale, che ipotizzare l’origine non umana del tessuto di provenienza (“may contain good quality non-human DNA”).

 

Miracolo Eucaristico di Siena

La storia:

Il 14 agosto del 1730, alcuni ignoti ladri penetrarono nella chiesa di San Francesco a Siena, tenuta dai Frati Minori Conventuali e rubarono la pisside contenente 351 Ostie consacrate. Appena il furto venne scoperto, si sospese anche il celebre Palio in segno di riparazione. Nonostante le diligentissime ricerche condotte dalle autorità religiose e civili, le sacre Particole furono ritrovate, casualmente, la mattina del 17 agosto nel vicino santuario di S. Maria in Provenzano, ove i ladri sacrileghi le avevano nascoste dentro la cassetta delle elemosine in mezzo alla polvere e alle ragnatele. Le Ostie allora furono piamente ripulite, esaminate e debitamente identificate come quelle rubate. Tutto il popolo accorse ad omaggiare con una solennissima processione le sante Ostie, che furono riportate in S. Francesco in un tripudio di canti e di preghiere. Intanto il tempo passava, ma nessun segno di alterazione si notava in esse, a differenza di quanto ci si sarebbe dovuto attendere. Più volte, a distanza di decenni, uomini illustri le esaminarono con ogni mezzo che il progresso metteva loro a disposizione, moltiplicando però, nel contempo, cause ed elementi che avrebbero dovuto favorirne la corruzione (travasamenti, scuotimenti, contatti, conteggi, pulviscolo, umidità, ecc.). Ma la scienza ha sempre concluso i suoi esami, affermando che “le sacre Particole sono ancora fresche, intatte, fisicamente incorrotte, chimicamente pure e non presentano alcun principio di corruzione”.

L’ESPERIMENTO:

L’esperimento storico (Arcivescovo Tiberio Borghese): Nel corso del XVIII secolo, per verificare la natura dell’evento, l’arcivescovo fece chiudere alcune ostie non consacrate in una scatola sigillata per diversi anni; queste ultime si decomposero trasformandosi in vermi e polvere, mentre le Sacre Particole rimasero intatte

 

ANALISI SCENTIFICHE

Vale la pena ricordare in modo particolare la ricognizione del 10 giugno 1914, la quale, sia per essere stata autorizzata direttamente dal Pontefice san Pio X (1903-1914), sia per i nomi illustri e le modalità di svolgimento, viene ricordata come il «grande esame scientifico».

La commissione era formata, fra gli altri, dall’arcivescovo di Siena, mons. Prospero Scaccia (1857-1932), dal già menzionato padre Spèe, da Siro Grimaldi, professore di Chimica Bromatologica, da Luigi Simonetta (1861-1934), professore di Igiene, da Carlo Raimondi, professore di Farmacologia, tutti dell’Università di Siena, e dal professor Giuseppe Toniolo (1845-1918), dell’Uni­versità di Pisa, oggi beato, in qualità di perito legale.

Il mandato ricevuto dalla commissione scientifica degli esperti era il seguente:

Dal relativo Verbale, custodito nell’Archivio Arcivescovile fra gli Atti della Curia, risulta quanto segue:«Riguardo alle Particole, non soltanto quelle sottoposte al primo strato, ma anche le superficiali, erano in apparenza ben conservate e senza alcun segno di alterazione od ammuffimento, né guaste per azione di tarli o di altri parassiti proprii dei prodotti farinacei. Si presentavano di forma rotonda, delle dimensioni presso a poco di una moneta da due lire, di un colore leggermente paglierino, consistenti, a bordi netti, ed all’esame con la lente appariva la struttura a vacuoli, con qua e là dei granuli opachi. 
Tre Membri della nostra Commissione, che insieme con altre tre persone partecipanti alla Cerimonia ebbero in questa mattina la Santa Comunione con una Particola di recente preparazione e successivamente con una Particola di quelle antiche, affermano di aver notato, per la seconda, il sapore proprio di farina grossolana di frumento, ed una maggiore resistenza in confronto con la prima Particola, all’atto dell’insalivamento e della deglutizione.
Immerso un frammento di Particola nell’acqua distillata, si vide rigonfiare. All’acqua, nella quale era stato immerso il frammento della predetta Particola, raccolta in vetro da orologio, vennero aggiunte due goccie di tintura sensibilizzata di lacca-muffa: dopo un po’ di tempo si osservò 
– con uno schermo bianco sotto il vetro – una leggerissima tinta rosa-pallida, segno di reazione acida debolissima.  
Un altro frammento di Particola, messo su lastra di platino, umettata con alcune gocce di soluzione acquosa satura di jodio, assunse rapidamente ed in toto un bel colore azzurro, prova non dubbia della presenza di amido normale nella Particola.
Tenuto conto del colore paglierino delle Particole, e di altri caratteri sopra indicati, si giudica essere le Particole fatte con una farina di frumento non finamente cribrata. 

Concludendo rispondiamo ai quesiti:  

1° – Le Particole – come dal campione esaminato – sono realmente costituite da una pasta contenente amido, idest il precipuo componente del pane azimo;  
2° – Le Particole stesse sono in stato di buona conservazione

«Le sante particole di Siena sono un classico esempio della perfetta conservazione di particole di pane azzimo consacrate nell’anno 1730, e costituiscono un fenomeno singolare, palpitante di attualità, che inverte le leggi naturali della conservazione della materia organica. […] È strano, è sorprendente, è anormale: le leggi della natura si sono invertite, il vetro è diventato sede di muffe, il pane azzimo è stato invece più refrattario del cristallo. […] È un fatto unico consacrato negli annali della scienza».». 

Gli esami furono compiuti «con lenti di ingrandimento e microscopiche ed alla luce di una potente lampada elettrica» e sono stati accuratamente descritti nella relazione della commissione scientifica, che si conclude rispondendo ai quesiti posti come segue:

Secondo la testimonianza del presidente della commissione, professor Grimaldi, l’importanza di confermare che le ostie fossero effettivamente composte di pane azzimo, e non fossero «dischi di pergamena animale o vegetale, di pergamina, di celluloide, di avorio di osso, di cartone, di carta e simili», derivava dalla considerazione che «niente vi è di più fragile e più facilmente suscettibile di alterazione, del tenue sottile velo del l’ostia di pane azimo. La particola per natura sua è indiscutibilmente il maximum, il non plus ultra dell’alterabilità. […] È quindi ammissibile che particole di pane azimo si siano conservate inalterate per quasi due secoli? Materialmente e scientificamente ciò è assolutamente impossibile!» .

Papa Benedetto XV (1914-1922), nell’udienza concessa al professor Grimaldi il 12 gennaio del 1919, dichiarò che «nessuno in nessun tempo e in nessun luogo può vantare il privilegio di aver eseguito una così singolare analisi» (10). Le testimonianze di tutti coloro che parteciparono a vario titolo al «grande esame scientifico» del 1914 confermano, da un lato, la scientificità dei metodi utilizzati per effettuare le analisi e, dall’altro, lo stupore per i risultati ottenuti e la gratitudine per aver partecipato a un atto di enorme rilevanza per il popolo di Dio.

Ulteriori ricognizioni furono effettuate nel 1922, in occasione del trasferimento delle Sacre Particole dalla vecchia pisside a un nuovo ostensorio, e nel 1952, anche in seguito a un ulteriore furto sacrilego dell’o­sten­sorio in cui erano conservate, nella notte fra il 5 e 6 agosto 1951; in quel­l’occasione i ladri si erano subito disfatti delle Sacre Particole, deponendole nel tabernacolo che custodiva l’ostensorio.

L’ultima ricognizione è stata effettuata nel 2014, a cento anni dal «grande esame scientifico». Tutte queste ricognizioni, svolte alla presenza di esperti, hanno sempre confermato lo stato di perfetta conservazione e la mancanza di segni di alterazione: un fenomeno scientificamente non spiegabile, in cui, secondo quanto affermato nel 1914 Nella stessa relazione, il professor Siro Grimaldi dell’Università di Siena dichiara: “(Le particole costituiscono) un fenomeno singolare, palpitante di attualità, che inverte le leggi naturali della conservazione della materia organica. È un fatto unico conservato negli annali della scienza”

Occorre osservare che le particole non si sono trovate in condizioni favorevoli per una conservazione prolungata. Anzi, nel corso di questi tre secoli, anche a causa delle frequenti ricognizioni, molti eventi avrebbero potuto cooperare alla loro alterazione, essendo state a contatto con l’aria, toccate senza particolari precauzioni, soprattutto nelle prime ricognizioni, e conservate in pissidi e ostensori che in più di un’occasione non risultarono chiusi ermeticamente. Peraltro, una semplice controprova, effettuata dalla contessa Femiba Bulgarini D’Elci all’i­nizio del secolo scorso con un numero identico di ostie non consacrate, aveva dimostrato che le stesse nel giro di pochi mesi si alteravano e si decomponevano irrimediabilmente.

Attualmente sono rimaste 223 ostie; le altre sono state utilizzate per effettuare, nel corso delle varie ricognizioni, le analisi chimiche e fisiche necessarie anche a valutarne commestibilità e gusto.

Ciò che caratterizza il miracolo eucaristico è la continuità nel tempo; mentre gli altri miracoli eucaristici si sono misteriosamente compiuti in un dato momento temporale, quello di Siena si perpetua da quasi tre secoli, confermando agli occhi del nostro mondo distratto la presenza di Cristo, con il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità in quelle ostie che sfidano le leggi della fisica.

Non sappiamo ovviamente fino a quando le Sacre Particole si conserveranno incorrotte. Tutti coloro che a vario titolo si sono occupati del miracolo si sono posti questo interrogativo; ma è certamente sorprendente notare che le particole hanno attraversato tre secoli di storia, di vicende anche cruente che hanno portato distruzione ovunque, pure a Siena. Basti pensare alle vicende dolorose che hanno riguardato la basilica di San Francesco, dove le Sacre Particole sono custodite: il già ricordato secondo furto sacrilego, la soppressione degli ordini religiosi nel periodo napoleonico, che privò le particole dei suoi custodi, la trasformazione in caserma della cripta prima e dell’intera basilica poi, con le conseguenti profanazioni; i bombardamenti di cui Siena fu oggetto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, che portarono, fra l’altro, alla distruzione del­l’altra basilica francescana, quella di San Bernardino all’Osservanza. In questi tre secoli anche all’interno della basilica molte opere d’arte d’ine­stimabile valore sono state distrutte o rubate. Le Sacre Particole, apparentemente indifese e fragili, invece, sono ancora lì a dimostrazione, a parere di chi scrive, del desiderio di Gesù di rimanere miracolosamente presente nella città dedicata a Sua Madre.

RICOGNIZIONE 10 SETTEMBRE 2014:

«Le Ostie, visibilmente in ottimo stato di conservazione, sono state poi sottoposte, in tre campioni, alle seguenti analisi: ispezione della superficie delle Ostie con microscopio digitale portatile, rilevazione della presenza del nucleotide ATP (adenosine-trifosfato) mediante misura con bioluminometro, test colturale, fotogrammetria a distanza ravvicinata per la ricostruzione del modello 3D delle Ostie a fini documentativi […]. Dai risultati degli esami eseguiti emerge la conferma di quanto anticipato dall’esame visivo, ovvero il buono stato di conservazione delle Ostie e la totale assenza di contaminazione. Il test colturale non ha messo in evidenza nessuna crescita microbica né dopo 7 giorni dal campionamento, né dopo 14».

Questa la parte centrale del comunicato stampa diffuso in data 24 ottobre 2014 dall’arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa- Montalcino

 

Miracolo Eucaristico di Tumaco

Il 31 gennaio 1906 un violento terremoto colpì le zone costiere dell’Ecuador e della Colombia, provocando uno tsunami che causò un migliaio di morti. Nel villaggio colombiano di San Andrés de Tumaco, spesso abbreviato in Tumaco, stava per arrivare l’onda dello tsunami, quando il parroco Gerardo Larrondo, insieme al confratello padre Julián seguito dagli abitanti, si diresse in processione verso la spiaggia recando un ostensorio con il Santissimo Sacramento. L’onda arrivò alla vita del religioso, per poi ritirarsi senza toccare l’ostensorio. La gente di Tumaco ricorda ogni anno l’episodio definito come “miracolo dell’onda”. Sembrava che una forza invisibile avesse fermato l’avanzata dell’onda.

ANALISI GEOLOGICA/SCENTIFICA

Lo tsunami generato dal violentissimo terremoto di magnitudo 8.8 del 31 gennaio 1906 (con epicentro al largo della provincia ecuadoriana di Esmeraldas) colpì pesantemente centinaia di chilometri di costa tra l’Ecuador settentrionale e la Colombia sud-occidentale.

Tsunami: Ha generato onde alte fino a circa 5/6 metri a Tumaco e circa 1,8 metri alle Hawaii, propagandosi in tutto il Pacifico (Messico, Costa Rica, Giappone).

L’area di massima distruzione lungo il Pacifico si estese dal comune di Río Verde (Ecuador) fino a López de Micay (Colombia) • In Colombia (Dipartimento di Nariño e Cauca): Oltre a Tumaco, lo tsunami travolse e sommerse le spiagge e i villaggi dei comuni costieri vicini, tra cui:

  • Francisco Pizarro (Bajo Baudó)
  • Mosquera
  • Olaya Herrera
  • La Tola
  • El Charco
  • Santa Bárbara
  • Guapi
  • Timbiquí
  • IEcuador (Provincia di Esmeraldas): La violenza delle onde rase al suolo intere comunità di pescatori dislocate sulle coste basse e pianeggianti a nord di Río Verde. Furono spazzate via le abitazioni vicino alle spiagge e nelle zone estuarine formate dai fiumi Santiago e Mataje (quest’ultimo segna il confine naturale tra le due nazioni).

Caratteristiche ed effetti nelle aree limitrofe

  • Inondazioni fluviali: La spinta dello tsunami fu così violenta che l’acqua marina risalì le foci dei fiumi costieri per diversi chilometri nell’entroterra, ostruendoli temporaneamente e causando gravi allagamenti nei vicini insediamenti interni.
  • Variazioni morfologiche: In molte delle spiagge adiacenti a Tumaco e nella provincia di Esmeraldas si verificarono fenomeni di subsidenza (sprofondamento del terreno), liquefazione del suolo e frane che modificarono permanentemente il profilo della linea costiera.

 

I MIRACOLI EUCARISTICI E IL FENOMENO DELL’INEDIA

Cos’è? l’assoluta astensione da cibo e bevande e il cibarsi esclusivamente di Gesù Eucarestia

MIRACOLO EUCARISTICO TERESA NEUMANN:

è uno dei casi di misticismo più documentati e discussi del XX secolo. La Chiesa cattolica, che nel 2005 l’ha dichiarata Serva di Dio, ha esaminato a fondo la sua vita, contrassegnata non solo dal digiuno ma anche dalle stimmate e da continue visioni mistiche.

Ecco i dettagli emersi dalle indagini mediche, scientifiche ed ecclesiastiche:

La salute di Teresa fu gravemente compromessa nel 1918 a causa di una lesione alla spina dorsale subita mentre spegneva un incendio, che le causò paralisi e cecità. Nel 1923 riacquistò improvvisamente la vista e nel 1925 riprese a camminare, eventi da lei attribuiti all’intercessione di santa Teresa di Lisieux.
A causa della paralisi prolungata, i suoi muscoli della deglutizione erano parzialmente compromessi, spingendola inizialmente a consumare solo liquidi. Dal Natale del 1926, tuttavia, provò una totale e improvvisa ripugnanza per qualsiasi cibo o bevanda, smettendo completamente di alimentarsi. L’unico elemento che il suo corpo tollerava (e richiedeva) era la particola quotidiana dell’Eucaristia.

Il controllo medico ufficiale del 1927

Per verificare l’autenticità del fenomeno ed escludere frodi, il vescovo di Ratisbona ordinò una stretta sorveglianza medica. [1]

  • Il periodo:Dal 14 al 28 luglio 1927 (14 giorni completi).
  • Le modalità:Teresa fu costantemente sorvegliata 24 ore su 24 da quattro infermiere giurate, sotto la supervisione del dottor Otto Seidl e del professor Ewald (un medico psichiatra non credente).
  • I risultati:Durante le due settimane, non fu rilevata alcuna assunzione di cibo o acqua. Ogni liquido usato per sciacquarsi la bocca veniva meticolosamente misurato prima e dopo l’uso.

L’aspetto scientificamente più inspiegabile riscontrato dai medici riguardò le fluttuazioni del suo peso:

Nei giorni in cui riviveva la Passione di Cristo (dal giovedì sera alla domenica mattina), Teresa perdeva grandi quantità di sangue dalle stimmate e dai flussi mistici, arrivando a perdere fino a 4 o 5 kg.

Poiché la Neumann non si nutriva che di Eucaristia, durante la Seconda Guerra Mondiale le autorità revocarono la sua tessera annonaria (quella per il cibo), ma le assegnarono una doppia razione di sapone per lavare lenzuola e abiti costantemente macchiati di sangue a causa delle stimmate. La Gestapo e gli agenti del regime tennero sotto stretto controllo lei e le persone a lei vicine (come padre Alboin Naab, che riuscì a fuggire in Svizzera avvertito proprio in vista di un’irruzione nazista), ma la mistica sopravvisse al Terzo Reich, morendo serenamente nella sua casa nel 1962.

Nei primi giorni della settimana successiva, senza assumere calorie o liquidi, il suo peso ritornava spontaneamente al valore iniziale (circa 55 kg). In un organismo normale, un digiuno totale associato a una simile perdita di fluidi avrebbe causato il decesso per disidratazione entro pochissimi giorni.

Il “test” dell’Ostia non consacrata

Tra le testimonianze dell’epoca (riportate anche dal suo parroco, padre Naber), si racconta che le vennero fatti dei test “alla cieca” per valutarne la reattività psichica o spirituale: se le veniva offerta un’ostia non consacrata, Teresa la riconosceva immediatamente e la rifiutava d’istinto, non considerandola il proprio nutrimento.

Anche il celebre medico, psicologo e francescano italiano Padre Agostino Gemelli, inviato da Papa Pio XI come commissario pontificio, visitò Teresa Neumann. Gemelli, storicamente noto per il suo approccio estremamente scettico e scientifico verso i fenomeni mistici, nel caso di Teresa Neumann dichiarò che non vi erano tracce di simulazione o isterismo e che le sue condizioni cliniche erano scientificamente inspiegabili.

Riviste scientifiche che ne parlano: – https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18437337/ – https://link.springer.com/article/10.1007/s11614-022-00499-8?utm_source

 

MIRACOLO EUCARISTICO   BEATA ALEXANDRINA MARIA DA COSTA

La straordinaria vicenda della Beata Alexandrina Maria da Costa (1904–1955) unisce dramma umano, fenomeni mistici eccezionali e una fitta serie di verifiche mediche.

Per comprendere appieno l’origine e la portata del suo digiuno eucaristico, occorre ripercorrere i momenti chiave della sua esistenza, oggi ampiamente documentati sia dalle autorità ecclesiastiche sia dagli specialisti dell’epoca.

Nata a Balasar, in Portogallo, Alessandrina era una ragazza forte e vivace. Nel 1918, all’età di 14 anni, mentre si trovava in casa a cucire insieme alla sorella Deolinda e a un’apprendista, tre uomini armati forzarono la porta per aggredirle. Per difendere la propria purezza, Alessandrina si gettò da una finestra alta quattro metri.

L’impatto con il suolo le provocò lesioni irreparabili alla colonna vertebrale. La sua paralisi progredìgradualmente fino a quando, dal 14 aprile 1925, rimase definitivamente allettata per 30 anni, fino alla morte.

 Inizialmente la giovane pregò intensamente per ottenere la guarigione, ma col tempo comprese che la sua vocazione sarebbe stata quella di una “anima vittima” per la riparazione dei peccati.

  • La Passione del venerdì: Tra il 1938 e il 1942, sperimento un fenomeno mistico impressionante. Ogni venerdì, per circa tre ore e mezza, la sua paralisi scompariva temporaneamente. Alessandrina si alzava dal letto e riviveva fisicamente, con movimenti ed espressioni visibili, tutti gli stadi della Passione di Cristo (la flagellazione, l’incoronazione di spine, la via del Calvario), per poi ricadere immediatamente nello stato di totale immobilità.
  • L’annuncio divino: Secondo quanto riportato nei suoi diari e nella biografia ufficiale del Vaticano, Gesùle preannunciò il digiuno totale dicendole: «Non ti alimenterai più con cibo della terra. Il tuo cibo sarà la mia Carne, la tua bevanda sarà il mio divino Sangue… perché voglio mostrare al mondo intero il potere dell’Eucaristia».

Il 27 marzo 1942 cessò completamente di mangiare e bere.

I 40 giorni di isolamento all’Ospedale (1943)

Poiché lo scetticismo medico e l’incredulità generale attorno al suo digiuno crescevano, l’arcivescovado di Braga ritenne opportuno sottoporla a un rigido esame scientifico. Nel giugno del 1943, Alessandrina fu ricoverata presso l’ospedale della Foce del Douro a Oporto.

Fu affidata alla sorveglianza del dottor Henrique Gomes de Araújo, un rinomato neuropsichiatra membro della Reale Accademia di Medicina di Madrid, affiancato dal dottor Carlo Lima. I protocolli di controllo furono rigidissimi:

  • Fu tenuta in totale isolamento in una stanza sorvegliata giorno e notte.
  • I medici e il personale infermieristico controllavano ogni minimo accesso per escludere che qualcuno le portasse cibo o acqua di nascosto.
  • Le fu negata persino l’acqua per lavarsi la bocca, per evitare qualsiasi microscopica ingestione di liquidi.

Al termine dei 40 giorni e 40 notti, i medici certificarono che Alessandrina manteneva immutato il proprio peso corporeo, le funzioni vitali erano regolari, la lucidità mentale era perfetta e il digiuno era stato assoluto, accompagnato da una totale anuria (assenza di urine e secrezioni fisiologiche). La relazione medica finale concluse che il fenomeno era “assolutamente inspiegabile dal punto di vista scientifico”.

La vita della mistica incrociò eventi storici internazionali. Fu proprio attraverso le istanze inviate dal suo primo direttore spirituale (padre Pinho) su indicazione delle visioni di Alessandrina che Papa Pio XII consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria il 31 ottobre 1942.

Il documento medico fondamentale sul suo digiuno è la relazione stilata dal dottor Henrique Gomes de Araújo, medico neuropsichiatra di fama internazionale e membro della Reale Accademia di Medicina di Madrid: https://www.google.com/url?sa=i&source=web&rct=j&url=https://revistas.ucp.pt/index.php/humanisticaeteologia/article/view/8643/8521&ved=2ahUKEwjGuY-N1LSXAxVO8QIHHU-XADgQ0YISegYIAAgREAI&opi=89978449&cd&psig=AOvVaw1iwqkAuhy-7dsWmkz_zZEC&ust=1791900612597000  – – https://www.google.com/url?sa=i&source=web&rct=j&url=https://www.academia.edu/34030217/Experiencing_Religion_and_Medicine_Marian_Apparitions_and_Victim_Souls_in_Portugal_In_Sign_or_Symptom_Exceptional_Corporeal_Phenomena_in_Religion_and_Medicine_Ed_by_Tine_Van_Osselaer_Henk_de_Smaele_Kaat_Wils_Leuven_University_of_Leuven_Press_2017_pp_141_162_&ved=2ahUKEwjGuY-N1LSXAxVO8QIHHU-XADgQ0YISegYIAAgMEAI&opi=89978449&cd&psig=AOvVaw1iwqkAuhy-7dsWmkz_zZEC&ust=1791900612597000

i Vangeli secondo la scienza

i Vangeli secondo la scienza

In questo articolo analizzeremo in modo rigoroso il motivo per cui i Vangeli canonici sono riconosciuti come autentici dalla Chiesa e dalla comunità scientifica. Esamineremo come essi siano stati redatti da autori vissuti a stretto contatto con Gesù o con testimoni oculari della sua vita: persone che parlavano la stessa lingua, conoscevano i luoghi, le usanze, il contesto storico e religioso del tempo. Approfondiremo inoltre perché i Vangeli apocrifi non possono essere attribuiti a discepoli diretti né a figure realmente vicine agli eventi narrati. Grazie a studi filologici, storici, linguistici e a moderne metodologie scientifiche, vedremo come questi testi risultino nettamente più tardivi, distanti dai fatti e privi di continuità con la tradizione cristiana delle origini. Questo percorso ci permetterà di comprendere la solidità storica, la coerenza interna e l’affidabilità teologica dei quattro Vangeli, distinguendoli nettamente dalla letteratura apocrifa, che nasce secoli dopo con scopi diversi e non apostolici. Precisiamo che questo articolo costituisce un riassunto fedele e rispettoso del lavoro presentato nel volume “Gesù di Nazaret, una storia vera? I Vangeli alla prova della scienza” del Dott. Marco Fasol, al quale va un particolare ringraziamento: il suo contributo scientifico, storico e divulgativo ha reso possibile una sintesi chiara e comprensibile dei temi affrontati. Desideriamo anche rivolgere un invito sincero e trasparente ai lettori: chi volesse approfondire in modo completo molti altri temi affascinanti e complessi, troverà nel testo integrale del Dott. Fasol una fonte di studio estremamente ricca. Non siamo stati in alcun modo pagati o incentivati a suggerire il libro: la nostra intenzione è unicamente quella di offrire al lettore gli strumenti più validi per informarsi in modo approfondito, competente e serio.

 

I VANGELI E GLI AMANUENSI

È noto che i quattro Vangeli, di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, sono considerati le principali fonti storiche su Gesù di Nazaret e quindi la nostra ricerca scientifica deve partire proprio da questi testi, detti “canonici”. Le prime comunità cristiane hanno definito un canone, cioè una “regola” che individuava i testi conformi alla predicazione originaria. Vedremo che anche i vangeli apocrifi, scoperti soprattutto negli ultimi due secoli, costituiscono un’ulteriore fonte storica, che tuttavia non soddisfa i criteri di attendibilità scientifica. Approfondiremo la questione degli apocrifi e della definizione del canone nel settimo capitolo, mentre affrontiamo ora, in primo luogo, lo studio dei Vangeli canonici, dal momento che ormai gli studiosi sono concordi nel riconoscerli come le fonti storiche più antiche e attendibili. Una prima domanda riguarda l’antichità di composizione dei quattro Vangeli canonici e degli altri testi del Nuovo Testamento: Atti degli Apostoli, quattordici lettere attribuite tradizionalmente a Paolo, due lettere di Pietro, tre di Giovanni, la lettera di Giacomo, la lettera di Giuda Taddeo, l’Apocalisse, in tutto ventisette scritti.

Fino agli inizi del secolo scorso, alcuni storici pensavano che i Vangeli fossero stati scritti anche duecento anni dopo gli eventi. Questi studiosi parlavano dunque di favole popolari leggendarie, deformate dalla fantasia delle prime comunità ellenistiche, come affermavano, per esempio, Rudolf Bultmann o Martin Dibelius. Esamineremo più in dettaglio le loro teorie nel quinto capitolo, comunque è chiaro che le recenti scoper. te papirologiche e l’analisi linguistica del greco dei Vangeli hanno imposto invece una datazione anteriore, molto vicinaagli eventi.

La morte di Gesù è avvenuta per crocifissione, presso Gerusalemme, probabilmente nell’anno 30. Su questo dramma non ci sono dubbi tra gli studiosi, anche non credenti. Può esserci un’oscillazione cronologica di qualche anno perché erano in uso calendari diversi, ma questo evento è attestato sia da tutti gli scritti del Nuovo Testamento sia da storici laici, come Tacito e Giuseppe Flavio, sia da tutti gli scrittori cristiani dei primi due secoli, quali Giustino di Sichem, Papia di Gerapoli, Ignazio di Antiochia, Ireneo di Lione… Dopo questo evento la comunità dei credenti ha diffuso il lieto annuncio, a partire da Gerusalemme per poi raggiungere Antiochia, Damasco, Atene, Roma, Alessandria d’Egitto e altre città del Mediterraneo.

È questa la fase della sola predicazione orale, tipica delle civiltà antiche. Possiamo dire che la biblioteca dell’uomo comune era la memoria, aiutata da alcune tecniche che la facilitavano. nel giudaismo dell’epoca la tradizione orale veniva tramandata seguendo

regole precise e rigorose di fedeltà. E quindi verosimile che anche le prime comunità cristiane abbiano rispettato questa prassi di trasmissione fedele delle parole del maestro, sotto la guida dell’autorità degli Apostoli. La struttura linguistica dei Vangeli, come vedremo, lo conferma.

 

PAPIRI, CODICI E PERGAMENE

Nel mondo greco-romano le opere letterarie erano generalmente trascritte su un rotolo di papiro (palma egizia) o su pergamena (cartapecora) e quasi tutti i manoscritti del Nuovo

Testamento ci sono pervenuti su questi.

Le prime copie dei Vangeli sono state trascritte su papiri che venivano arrotolati su un bastoncino (di qui il nome di volumen, “ciò che si svolge e si riavvolge”).

già dalla fine del I secolo, si cominciò a scrivere anche su fogli di pergamena, detta anche cartapecora. Era ricavata da pelle di pecora, capra, vitello…. Si capì che rispetto al rotolo (volumen) era più comodo e maneggevole consultare un testo se era scritto su fogli di formato quadrato o rettangolare da collocare poi l’uno accanto all’altro ripiegando in due o in quattro. Nacquero così i cosiddetti quaderni (parola che deriva da quaternio, un foglio più grande ripiegato in quattro parti).

Nelle prime comunità cristiane il lavoro degli amanuensi era una delle occupazioni più importanti, perché la trascrizione frequente dei testi sacri era necessaria, dal momento che il papiro si sbriciolava facilmente e anche la pergamena si deteriorava per l’uso quotidiano. Si deve aggiungere che nei primi tre secoli di persecuzioni, i cristiani non solo venivano uccisi, ma venivano spesso anche costretti a consegnare i manoscritti dei testi sacri, che venivano bruciati o distrutti. Era dunque necessario preparare sempre nuove copie di questi libri preziosi.

La produzione di copie dei libri del Nuovo Testamento si moltiplicò soprattutto dopo l’editto di Costantino, che permetteva la libertà per i cristiani. Si diffusero dunque i laboratori librari commerciali o scriptoria. Alcuni amanuensi, seduti nella sala di lavoro dello scriptorium, muniti ciascuno di pergamena, penne e inchiostro, scrivevano una copia del libro da ripro-durre, mentre il lector leggeva lentamente ad alta voce il testo dal suo esemplare. È chiaro che gli errori di trascrizione erano inevitabili. C’erano comunque i correttori, persone incaricate di rileggere il testo per rettificare gli errori di copiatura; spesso con annotazioni in calce al manoscritto.

 

IL TESTO ANTICO PIÙ DOCUMENTATO

A questo punto ci domandiamo quanti siano i manoscritti pervenuti a noi, sopravvissuti alle traversie della storia: distruzioni, saccheggi, incendi, alluvioni… È chiaro che quanto maggiore è il numero di manoscritti, tanto più si dice che il testo è ben documentato. Per esempio, dell’Iliade e dell’Odissea ci sono rimasti circa seicento manoscritti. È un record! Infatti, tutti gli altri testi antichi extrabiblici hanno un numero molto inferiore di manoscritti, generalmente nell’ordine di alcune decine. Le opere di numerosi autori antichi sono conservate con un esilissimo filo di trasmissione, per esempio per i primi sei libri degli Annales di Tacito abbiamo un solo codice risalente al IX secolo.

E quanti sono i manoscritti del Nuovo Testamento? Una quantità straordinaria! Abbiamo infatti più di 5.300 manoscritti greci, ottomila manoscritti latini, almeno duemila o tremila traduzioni in lingue antiche quali armeno, siriaco, copto… (deve ancora essere completata la catalogazione, perché spesso queste ultime versioni erano in territori dell’ex Urss, a cui per motivi ideologici era impedito l’accesso agli studiosi).

Complessivamente, dunque, più di quindicimila manoscritti.

Per quanto riguarda i manoscritti greci possiamo distinguere, per la precisione, i seguenti dati: 125 Papiri antichi, 274 Codici onciali (generalmente sono i più antichi, scritti in lettere maiuscole = onciali), 2.795 Codici in minuscola, 2.209 Lezionari

Questi manoscritti sono conservati in diverse biblioteche del mondo. La raccolta più ricca è quella del Monte Athos (dispersa però in diversi monasteri), che comprende più di cinquecento codici, molti dei quali sono piuttosto recenti. Seguono poi le biblioteche di Atene, con 419 codici, Parigi con 373, Roma (specialmente la Biblioteca Vaticana) con 367 co-dici, Londra con 271, San Pietroburgo con 233 e il monastero del Monte Sinai con 230. 158 sono conservati a Oxford e 146 a Gerusalemme.

A questo punto un lettore contemporaneo potrebbe obiettare: «Gli amanuensi erano spesso monaci benedettini, allora chissà quanti miracoli o racconti leggendari si sono inventati per suggestionare il popolo ignorante!». Gli studiosi che hanno consultato migliaia di manoscritti possono ribattere facilmente: «Dove sono mai le presunte manipolazioni, aggiunte,

rifacimenti di cui parlano certi giornalisti come Corrado Auias, se tutti i manoscritti riportano lo stesso testo, parola per parola?».

Gli amanuensi, infatti, hanno voluto rispettare con la massima fedeltà il testo originale, senza aggiungervi niente. Evidentemente, erano consapevoli dell’importanza decisiva di quello che scrivevano per le generazioni future. Notate poi che gli amanuensi non avevano certo a disposizione le moderne tecniche comunicative! Non potevano certo telefonarsi per concordare aggiunte o manipolazioni! Lavoravano chiusi nelle loro stanze (scriptoria), in luoghi diversi, come Roma, Atene, Antiochia, Alessandria d’Egitto, Damasco… in epoche diverse e hanno copiato i testi con una fedeltà straordinaria.

Ciascun manoscritto conferma ed è confermato da tutti gli al-tri. Questo rispetto rigoroso nella trasmissione scritta è una conferma dell’analogo rispetto rigoroso nella trasmissione orale, che approfondiremo nel prossimo capitolo. Se nessuno, dunque, ha mai dubitato sull’autenticità di Platone o di Tacito, a maggior ragione nessuno dovrebbe dubitare sulla fedeltà di trasmissione dei testi evangelici, che hanno migliaia e migliaia di copie manoscritte. Si noti inoltre che ai più di quindicimila manoscritti neotestamentari si devono aggiungere tutte le citazioni degli scrittori cristiani dei primi tre secoli (Giustino, Ireneo, Clemente romano e Clemente alessandrino, Origene, Tertulliano ecc.), diffuse in tutto il mondo antico, dall’Europa al Nord Africa, all’Asia occidentale: più di ventimila citazioni! Al punto che sarebbe possibile ricostruire quasi tutto il nuovo Testamento semplicemente raccogliendo insieme queste citazioni antiche.

 

L’ANTICHITA’ DEI MANOSCRITTI

Per lo stesso Dante, che è un autore molto più recente, non possediamo il manoscritto autografato completo della Divina Commedia. Comunque, questa perdita è per il nostro caso di scarsa rilevanza, perché con quindicimila manoscritti tutti concordanti non possiamo aver dubbi sulla fedeltà di trascrizione dall’autografo originale.

Se si escludono i Vangeli, l’autore classico del quale ci è pervenuto il manoscritto più antico è Virgilio, di cui ci è rimasto un brevissimo frammento copiato circa 350 anni dopo la morte del poeta. Per tutti gli altri autori classici la distanza tra l’originale e il manoscritto più antico è di almeno cinque o sei secoli, per Aristotele e Platone supera i mille anni di distanza.

Per i Vangeli questa distanza si riduce a pochi decenni per i manoscritti più antichi! Possediamo infatti frammenti di papiro già a partire dal II secolo d.C., cioè circa trenta-cin-

quant’anni dopo la scrittura del Quarto Vangelo.Il manoscritto più antico dei Vangeli è probabilmente il Papiro Rylands (P 52), un frammento delle dimensioni di una carta di credito, conservato nella J. Rylands Library di Manchester, pubblicato nel 1934. Contiene 114 lettere greche, che riportano il testo di Gv 18, 31-33 (recto) e Gv 18, 37-38 (verso) e risale al 125 circa d.C. secondo la datazione dell’autorevole prof. Colin H. Roberts. È stato ritrovato in Egitto, tra i bagagli di un soldato, che portava con sé il Vangelo di Giovanni in formato tascabile. Il papiro attesta che il Quarto Vangelo fu composto alla fine del I secolo, perché per arrivare da Efeso – dove fu scritto l’originale – all’Egitto dovette intercorrere circa una generazione. Il testo riportato in questo frammento corrisponde perfettamente, parola per parola, al testo del Vangelo di Giovanni che leggiamo noi oggi. Quindi questo Vangelo non poteva esser stato scritto dopo duecento anni dagli eventi, come sostenevano gli inventori dell’ipotesi mitica e delle “leggende popolari”

Altro manoscritto antichissimo è il Papiro Bodmer II (P

66), pubblicato nel 1956. Contiene quasi per intero il Vangelo di Giovanni, in 104 pagine di cm 11 x 14. La pubblicazione di questo papiro ha suscitato grande interesse da parte degli studiosi perché, secondo la datazione del papirologo Herbert Hunger di Vienna, il frammento risale a non oltre le metà del Il secolo. Anche questo testo concorda perfettamente con i manoscritti maggiori del IV secolo (Codice Vaticano, Sinaitico, Alessandrino ecc.) e dimostra pertanto la fedeltà degli amanuensi di cui abbiamo parlato.

Un testo più controverso è il celebre Papiro 7Q5, scoperto nella grotta settima di Qumran, nel 1955 e conservato nella Rockfeller Library di Gerusalemme. Ha le dimensioni di un francobollo e contiene solo undici lettere alfabetiche complete e altre otto parziali, disposte su cinque righe. È stato il papirologo spagnolo José O’ Callaghan, nel 1972, a formulare l’ipotesi di decifrazione del testo. La scienza informatica ci ha dato poi una mano! Nel Thesaurus Linguae Graecae dell’Università Irvine della California, infatti, sono state informatizzate le opere della letteratura greca, complessivamente 91 milioni di parole. Confrontando la disposizione delle lettere del papiro

705 con questo Thesaurus risultava compatibile solo il testo di Mc 6, 52-53. Il 705 risale al 50 d.C., in base allo stile paleografico, il cosiddetto ornato erodiano. tutti i manoscritti di Qumran, il 7Q5 non può essere posteriore al 68 d.C., anno in cui la comunità essena venne massacrata dalla legione romana Fretensis, durante la guerra giudaica.

MANIPOLAZIONI DEGLI AMANUENSI?

Abbiamo già visto che gli studiosi dei manoscritti hanno categoricamente smentito le ipotesi di aggiunte o manipolazioni, dal momento che possediamo migliaia di codici evangelici, che concordano tutti nel riportare lo stesso testo. È chiaro che, confrontandoli, riscontriamo errori di copiatura. Infatti, la riproduzione a mano, lettera per lettera, comportava immancabilmente errori umani, momenti di stanchezza, sviste, difetti nell’audizione, se il testo veniva dettato. Così avveniva che uno scriba saltasse, per esempio, da una parola simile a un’altra scritta subito dopo (errore di omoteleuto). Oppure che scambiasse il suono della vocale “e” con la vocale “i” (errore di itacismo). O che confondesse due consonanti dentali, scambiando la lettera “d” con la lettera “i” (errore di disortografia).

Pertanto, i manoscritti antichi non sono mai del tutto perfettamente identici. Un buon amanuense fa mediamente un errore ogni venti righe. Se i manoscritti sono migliaia, è chiaro che ci saranno migliaia di errori e di varianti. Ma questi errori – questo è decisivo e non intaccano mai i contenuti essenziali, che sono sempre gli stessi. Gli amanuensi trascrivevano a Roma, Atene, Antiochia, Damasco, Alessandria d’Egitto… non potevano certo mettersi d’accordo su manomissioni o aggiunte.

Questa concordanza dei codici ha permesso agli studiosi di definire il testo standard del Nuovo Testamento!

Gli studiosi di critica testuale neotestamentaria sono giunti a conclusioni radicalmente opposte. I filologi Kurt e Barbara Aland, considerati tra i massimi esperti a livello mondiale, nell’opera che riassume la loro vita di studiosi, Il Testo del Nuovo Testamento, hanno confrontato le sette versioni del Nuovo Testamento pubblicate negli ultimi cento anni. Sui 7.947 versetti del Nuovo Testamento, almeno cinquemila sono perfettamente identici.

ANALISI FILOLOGICA DI: Joachim Jeremias, James Dunn, Pierre

Grelot, John Paul Meier.

Una prima evidenza immediata di questo substrato è costituita dalle parole aramaiche o ebraiche che sono rimaste non tradotte nel testo greco. Erano parole-chiave rimaste indelebili nella memoria dei discepoli di madrelingua semitica, al punto che le ricordavano anche a trenta o quarant’anni di distanza e non hanno voluto tradurle perché risuonassero tali e quali in tutto il mondo antico. Jeremias ha conteggiato almeno ventisei parole aramaiche senza includere i nomi propri.

Tra le parole aramaiche, forse la più importante è l’invocazione con cui Gesù si rivolgeva al Padre, chiamandolo Abbà (papà, babbo) (Mc 14, 36). Nessuno mai, nell’immenso patrimonio delle preghiere liturgiche e private dell’ebraismo del I millennio, aveva osato rivolgersi a Dio con la confidenza e fiducia filiale del bambino che lo chiamava Papà. Come scrive Jeremias:

“Per la sensibilità giudaica sarebbe stato indecoroso e inammissibile rivolgersi a Dio con questo vocabolo familiare. Gesù ha portato un’innovazione assoluta, ha parlato a Dio come il fanciullo parla con suo padre, con la stessa semplicità, la stessa intimità, lo stesso abbandono fiducioso”.

Morfo-sintassi dei vangeli, un segno che siano stati scritti da persone madrelingua semitica:

  • Parallelismi antitetici: due frasi che ripetono lo stesso messaggio, formulato prima in forma negativa e poi in forma positiva. Es. «Non sono venuto per essere servito // ma per servire».
  • Parallelismi sinonimici: la stessa idea viene ripetuta “in parallelo” con due proposizioni affermative«Chiedete e vi sarà dato // cercate e troverete / bussate e vi sarà aperto».
  • Passivi teologici: morfologica originale e innovativa: oltre cento passivi teologici. «coloro che piangono…saranno consolati»
  • Costruzione paratattica e ridondante: si intende una sequenza di proposizioni coordinate, tutte sullo stesso piano, quasi recitative, collegate tra di loro con semplici congiunzioni copulative o addirittura senza congiunzioni (per asindeto): «Beati i pove-ri… Beati gli affamati di giustizia… Beati..›.
  • Le parabole: Le parabole narrative sono un’altra prova della fedeltà alla predicazione originale del Maestro che ha creato uno stile codianti, tipica dell’oralità semitica, nella descrizione del padre che accoglie il ritorno del figlio: «Quando [il figlio] era ancora lontano, suo padre lo vide, si commosse, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,) Con cinque verbi, in sequenza paratattica, il Maestro è riuscito a imprimere nei discepoli un’immagine di straordinaria efficacia.

CONCLUSIONI SUL CRITERIO LINGUISTICO

Si deve infine osservare, da un punto di vista della struttura del periodare evangelico, che i discorsi (logia) di Gesù sono strutturati per la maggior parte in una forma breve, la forma preferita dai rabbini, che ritenevano giustamente che una frase sintetica fosse più facilmente memorizzabile.

l’annuncio della risurrezione non avrebbe potuto reggere neppure un pomeriggio se non ci fosse stato davvero il sepolcro vuoto, visibile a tutti, la Sindone e il Suda-rio, e se non ci fossero state davvero le apparizioni del Risorto.

E così i miracoli pubblici della moltiplicazione dei pani, della guarigione del cieco nato presso il Tempio di Gerusalemme, della risurrezione di Lazzaro, nonché i miracoli compiuti dagli Apostoli dopo la risurrezione, descritti nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Erano tutti eventi che i contemporanei avrebbero potuto facilmente smentire, coprendo di ridicolo gli evangelisti se i loro racconti fossero stati falsi o inventati. Gli stessi oppositori di Gesù riconoscevano le sue opere miracolose e lo accusavano di compierle in nome di Beelzeboul, il capo dei demoni (Mt 12, 24. Cfr Mc 3, 22 e Lc 11, 15. 18).

Abbiamo così esaminato i primi due pilastri dell’attendibilità dei Vangeli, cioè la certezza che i testi che leggiamo oggi sono veramente quelli scritti alle origini del cristianesimo e la conferma filologica che gli autori dei Vangeli hanno riferito fedelmente i fatti con uno stile linguistico originale. Queste due argomentazioni vengono anche definite come “criteri esterni” di attendibilità storica, nel senso che non entrano all’interno dei contenuti narrati, ma si limitano a considerare gli elementi esterni alla narrazione. Riguardano infatti la fedeltà di trasmissione dei manoscritti, l’analisi filologica nel contesto delle lingue parlate in quell’epoca e in quell’ambiente.

Vedremo ora i “criteri interni”.

INDAGINE LAICA SULLA RESURREZIONE

Prima certezza storica: la crocifissione. Cerco di chiarire la metodologia di questa ricerca “laica”. In ogni indagine storica, il ricercatore ha a disposizione una molteplicità di documenti che deve selezionare e correlare allo scopo di individuare le cause e le conseguenze degli eventi. Lo storico, dunque, non è mai un registratore passivo di eventi, ma un elaboratore originale di connessioni causali. Ha a disposizione un mare immenso di documenti, tra i quali cerca di individuare un filo rosso di connessioni che rendano comprensibile la successione degli eventi. Questa elaborazione può dirsi oggettiva e non ideologizzata, se seleziona eventi e documenti di ragionevole certezza storica. In altre parole, l’indagine può dirsi “laica” se prescinde dai pregiudizi, dalle ideologie, dalla fede personale, per fondarsi esclusivamente su eventi storici oggettivi, attestati da documenti unanimemente riconosciuti, contestualizzati nella cornice culturale dell’epoca.

Iniziamo dunque la ricerca da una certezza storica riconosciuta all’unanimità da tutte le fonti a nostra disposizione:

Gesù Cristo è morto in croce. Lo attestano i quattro Vangeli, tutte le lettere di san Paolo e tutti gli altri libri del Nuovo Testamento. Ne parlano anche fonti non cristiane quali Giuseppe Flavio e Tacito. E in generale tutti gli autori cristiani, a partire dai più vicini all’evento. Che Gesù sia stato crocifisso è uno degli eventi più sicuri della storia antica.

L’IDEA VERGOGNOSA DELLA CROCIFISSIONE

san Giustino, uno dei primi autori cristiani, nel Dialogo con Trifone, 89.90 D.C, scrive che ovunque vi fossero ebrei la croce veniva considerata uno scandalo. I pagani la consideravano invece una “pazzia”, perché le divinità avevano poteri sovrumani e non si lasciavano certo schiacciare dai potenti della terra. La croce era segno di impotenza e diventava oggetto di derisione. La filosofia greca, da Platone ad Aristotele, a Epicuro… considerava ovvia l’idea dell’impassibilità degli dèi, che Aristotele ed Epicuro consideravano estranei alla vita degli uomini, per cui l’idea cristiana del Figlio di Dio morto in croce era del tutto incredibile. Infatti credere che il Figlio unico e preesistente di Dio, unico e vero mediatore della creazione e Salvatore del mondo, era nato in tempi recenti, in una regione sperduta della Galilea, membro dell’oscuro popolo dei giudei, e, peggio ancora, aveva subito la morte come un volgare criminale […] era una fede che veramente non poteva essere considerata se non come segno di follia. Le divinità della Grecia e di Roma si distinguevano dagli uomini mortali perché erano immortali, non avevano assolutamente nulla in comune con la croce. segno di infamia […]. Un Messia crocifisso non poteva che rappresentare una contraddizione in termini per chiunque fosse invitato a credere in un simile messaggio

L’archeologia e la storia dell’arte confermano questo scandalo della croce. Bisogna infatti arrivare all’inizio del IV secolo, con il ritrovamento della croce da parte di sant’ Elena,

madre di Costantino, perché la croce venga valorizzata e diventi segno di vittoria per Costantino. Ed è sorprendente che il Crocifisso venga rappresentato per la prima volta solo ne. 450 circa.

Naturalmente, mentre la morte in croce è un evento naturale che quindi non crea problemi di credibilità; invece, la risurrezione implica l’irruzione nella storia di un intervento soprannaturale, unico in assoluto. Quindi il giudizio di certezza storica riguarda solo la documentazione scritta e rimane distinto dalla libera scelta personale, che può ritenere insufficiente questo criterio. Diventano allora importanti gli altri criteri.

criterio di discontinuità/continuità: sul quale vi è pure un consenso unanime tra gli studiosi dei Vangeli. Si può formulare così: quando un evento, un racconto o un discorso risulta in continuità con il contesto storico e culturale dell’epoca e nel contempo rivela elementi di novità e originalità rispetto a questa tradizione, allora è storicamente attendibile.

criterio dell’imbarazzo: molto valorizzato ad esempio da Meier, che lo cita addirittura come il primo criterio di attendibilità storica. Come abbiamo già notato, infatti, i Vangeli ci raccontano anche le colpe e i difetti degli autori stessi. Gli evangelisti hanno raccontato anche fatti imbarazzanti che avrebbero potuto tacere per rendere umanamente più verosimile il racconto. Es” hanno descritto il pianto di Cristo,

¡ loro difetti personali e le loro colpe, come il chiedersi chi fosse il più grande di loro, il rinnegamento di Pietro, la loro mancanza di fede durante la passione, hanno fatto conoscere le sofferenze e le umiliazioni del Maestro… Hanno scritto che le prime testimoni della risurrezione furono le donne, benché la testimonianza femminile non fosse giuridicamente accettata in quell’epoca.” Gli evangelisti non volevano, insomma, adattare il racconto agli ascoltatori per renderlo più umanamente accettabile, ma hanno deciso di raccontare i fatti per quello che erano,

criterio di coerenza narrativa: Prendiamo in considerazione il racconto dei Sinottici. Se cancellassimo i miracoli, non si capirebbe la fede degli Apostoli e dei discepoli in Gesù, né l’esaltazione delle folle che lo acclamarono come Messia, né lo scontro con il ceto dirigente e con il Sinedrio, invidioso per il successo di Gesù, e neppure la polemica sui miracoli compiuti in giorno di sabato. Inoltre, si deve tener presente che il popolo ebraico aveva una concezione così elevata di Dio da non poter mai riconoscere come Dio un uomo, se non davanti a segni veramente miracolosi. Senza i miracoli il racconto dei Sinottici sarebbe dunque incomprensibile.

LO SCONVOLGENTE CAPOVOLGIMENTO

Come già sappiamo «La croce continuò a essere di imbarazzo per i cristiani anche dopo l’esperienza pasquale e per lungo tempo».

La comunità dei discepoli inizia a vivere il messaggio morale di Gesù, nell’amore fraterno, nella condivisione dei beni, nella preghiera comune di lode (At 4, 32). Lo scoraggiamento della croce viene sostituito dalla fiducia e dall’adorazione del   Maestro risorto che viene proclamato come Kyrios, il Signore, il Figlio di Dio. Le profezie, che sembravano incomprensibili e smentite, vengono invece spiegate nei primi discorsi di Pietro, riferiti nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Le tre grandi direttive profetiche che preannunciavano il Messia come figlio di Davide.

Il Risorto dimostra la vittoria dell’amore donativo (agape) che si sacrifica per convertire il peccatore. Non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Come ricordavo nel terzo capitolo, noi che veniamo dopo duemila anni possiamo comprendere lucidamente il senso di queste profezie: i potenti di allora, Pilato, Caifa, Erode, Tiberio…, sono stati sconfitti dalla storia, mentre il Crocifisso, il servo sofferente di Dio, è

otra di Dai.

da duemila anni il vincitore! Solo ora possiamo capire in che senso il Messia ha «frantumato come vaso d’argilla»» (Sal 2,9) i re della terra.

E come hanno potuto capirlo i discepoli, duemila ani fe, dopo che il Maestro era stato umiliato e crocifisso? La sola spiegazione possibile è che abbiano visto davvero che il Crocifisso era risorto e abbiano ascoltato le sue spiegazioni (Le24, 45).

Negare dunque l’evento delle apparizioni del Risorte significa non solo andare contro tutti i documenti che ci sono pervenuti, ma anche rendere totalmente incomprensibile la svolta epocale che ne è seguita.

Scrive Martin Dibelius, collaboratore di Bultmann:

“Deve essere subentrato qualcosa che in breve tempo non solo cambiò completamente lo stato d’animo dei discepoli, ma li rese anche capaci di svolgere una nuova attività e di fondare la primitiva comunità cristiana. Questo qualcosa è il nucleo storico della fede pasquale.”

Il gesuita australiano Gerald O’ Collins, docente universitario a Boston, Melbourne e Roma, coordinatore di un Convegno ecumenico sulla risurrezione, precisa:

“Si deve aggiungere a quanto dice M. Dibelius, che Gesù mori di una morte vergognosa e scandalosa. In seguito, nonostante la crocifissione, i discepoli cominciarono a diffondere il cristianesimo nel nome di colui che era stato così ignobilmente sconfitto. “

Anche Hans Küng cerca di rendere giustizia al rovesciamento veramente straordinario che avviene nell’atteggiamento dei discepoli.”

Lo storico Giorgio Jossa, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Napoli, dichiaratamente laico, scrive:

“ È successo qualcosa dopo la morte di Gesù. Per il credente, Gesù è resuscitato. Lo storico non può affermarlo. Può dire:

«I discepoli hanno avuto un’esperienza straordinaria; si è verificato un evento che ha ridato senso alla loro missione».

Abbiamo già visto nel terzo capitolo l’analoga opinione della storica Paula F. Fredriksen, dell’Università ebraica di Gerusalemme, il riconoscimento di David Flüsser, pure docente nella stessa Università ebraica, e la testimonianza dello storico

ateo Gerd Lüdermann.

 

I VANGELI APOCRIFI E GNOSTICI

Un primo criterio laico di attendibilità storica è l’antichità della fonte. È chiaro che una fonte più antica è più vicina agli eventi e più difficile da manipolare o alterare. I Vangeli canonici sinottici sono stat scritti in un periodo compreso tra i venti e i cinquant’anni dagli eventi, quando molti testimoni oculari erano ancora in vita e quindi avrebbero potuto smentirli. Al contrario, i manoscritti dei vangeli gnostici di Nag Hammadi sono del IV secolo, quindi sono stati scritti a più di trecento anni di distanza! Questo criterio dell’antichità è stato messo in discussione da alcuni storici, perché può essere che la stesura dell’autografo originario sia antecedente al manoscritto più antico che ci è rimasto. Per esempio, alcuni storici fanno risalire una parte dei detti del vangelo apocrifo di Tommaso anche alla fine del I secolo. Per questo diventa importante ricorrere anche agli altri criteri.

Un secondo criterio laico di attendibilità storica è quello dell’analisi linguistica. In questo capitolo intendo approfondire proprio questo aspetto filologico che mi sembra decisivo per chiarire i motivi per cui i vangeli apocrifi sono stati esclusi dal canone. Come abbiamo visto nel secondo capitolo, i Vangeli canonici hanno lessico e strutture sintattiche di origine ebraica o aramaica. Ricordiamo le ventisei parole aramaiche, i centotrenta parallelismi antitetici, i parallelismi sinonimici, i cento passivi teologici, la frequente struttura paratattica, le ripetizioni per favorire la memoria e altri semitismi. I Vangeli canonici furono dunque pensati in aramaico, fedeli alla predicazione nella madrelingua del Maestro.

Negli apocrifi, invece, non troviamo niente di tutto questo. Soprattutto nei vangeli gnostici, scritti in lingua copta, ma anche negli altri apocrifi, emerge un lessico neoplatonico, assolutamente estraneo all’aramaico. Troviamo termini come sizigie, emanazioni, eoni, camera nuziale, arconti, regno di Barbelo e altre divinità egizie… Vengono addirittura divinizzate le stelle con nomi propri assolutamente estranei all’ebraico, considerati blasfemi per l’ebraismo. Inoltre, mancano quei parallelismi che abbiamo visto essere una traccia tipica della predicazione del Maestro.

Anche ‘analisi lessicale dei nomi propri di persona ci offre un’altra informazione molto importante. Negli apocrifi mancano i riferimenti ai grandi protagonisti dell’Antico Te-

stamento. Nei vangeli gnostici, incredibile a dirsi, non troviamo alcun riferimento alla storia della salvezza. Il confronto è sconfortante per i difensori degli apocrifi: nei Vangeli canonici vengono citati in continuazione i grandi personaggi biblici, imprescindibili per qualsiasi ebreo: Abramo viene citato trentatré volte, Mosè trentasette volte, Davide trentotto volte, Isaia tredici volte. Negli apocrifi, invece, nessuna citazione! Si tratta di una scoperta decisiva per smascherare i veri autori degli apocrifi. Evidentemente non erano ebrei e quindi non potevano essere testimoni diretti della vita e della predicazione del Maestro. Il Gesù degli apocrifi gnostici addirittura non dice una parola sulla storia della salvezza che era il patrimonio più prezioso per ogni ebreo. Il Gesù degli apocrifi è una finzione letteraria, una contraffazione elaborata da autori estranei al giudaismo, con una filosofia che, come vedremo, è astorica, atemporale, agli antipodi dell’ebraismo e del cristianesimo.

Un terzo criterio laico di attendibilità storica è quello della molteplice attestazione. Le notizie sono più attendibili se riportate da più fonti indipendenti. Numerosi racconti favolosi e leggendari degli apocrifi si trovano solo in qualche manoscritto isolato. Invece, gli eventi centrali della vita di Gesù sono attestati da tutti i libri del Nuovo Testamento, dagli scrittori dei primissimi secoli e anche da parecchi apocrifi. E non dimentichiamo che gli apocrifi hanno spesso un solo manoscritto e per di più incompleto, ovviamente di diffusione molto circoscritta. I Vangeli canonici hanno più di cinquemila manoscritti greci e ottomila manoscritti latini e tutti concordanti, come abbiamo visto nel primo capitolo, e diffusi in tutto il mondo antico, da Roma ad Atene, Alessandria, Antiochia…

Infine, un quarto criterio laico di attendibilità storica è l’analisi dei contenuti culturali. Gli apocrifi gnostici manifestano chiaramente una visione del mondo, una filosofia, assolutamente estranea all’ebraismo. La concezione gnostica è politeista,

astorica, critica nei confronti della materialità, completamente estranea e anzi incompatibile con il contesto culturale e lessicale dell’ebraismo, che ha invece una concezione storica, non dualistica, quindi valorizzante anche la corporeità dell’essere umano. L’etica gnostica è decisamente intellettualistica, per cui pone la piena realizzazione dell’essere umano nella conoscenza della mitologia gnostica, accessibile solo a una ristrettissima cerchia di iniziati. Al contrario, l’etica cristiana pone la salvezza, ossia la piena realizzazione di sé, nell’amore e nella buona volontà e quindi rende accessibile a tutti la santità morale, indipendentemente dalla cultura. Ancora: nella gnosi la femminilità viene addirittura disprezzata.