La Sacra Sindone, recenti studi

La Sacra Sindone, recenti studi

La Sindone di Torino è uno dei reperti più misteriosi e discussi della storia cristiana. Da secoli, credenti e scienziati si interrogano sulla sua origine: è davvero il lenzuolo che ha avvolto il corpo di Gesù Cristo? Nel 1988, l’analisi al radiocarbonio sembrò chiudere la questione, datando il tessuto tra il 1260 e il 1390 d.C. Tuttavia, numerosi studi successivi hanno messo in discussione l’affidabilità di quell’esame, sollevando dubbi sia sul metodo sia sui risultati. L’esame al radiocarbonio (C14) si basa sulla misurazione della quantità di carbonio-14 rimasto in un campione organico per determinarne l’età. Nel 1988, tre laboratori internazionali, a Oxford, Tucson e Zurigo, analizzarono un piccolo campione di lino prelevato dalla Sindone. La conclusione fu che il tessuto era medievale, facendo pensare che la Sindone fosse un falso storico.

Tuttavia, già poco dopo la pubblicazione dei risultati, cominciarono a emergere criticità importanti nel procedimento.

Uno dei principali problemi riguarda il punto da cui fu prelevato il campione. Esso proveniva da un angolo della Sindone fortemente esposto alla manipolazione umana e a riparazioni effettuate nel Medioevo, in seguito a danni da incendio. Alcuni studi successivi, come quello del chimico Raymond Rogers, dimostrarono che il campione analizzato conteneva fibra di cotone medievale, intrecciata al lino originale in un “rammendo invisibile”. Questo inquinamento avrebbe alterato significativamente la misurazione del carbonio-14. Nel corso dei secoli, la Sindone è stata esposta a incendi, fumi, polveri e numerosi contatti umani. Questi fattori possono aver introdotto nuovo carbonio nel tessuto, alterando il rapporto tra carbonio-14 e carbonio-12 e falsando così i risultati dell’esame. Alcuni eventi, come l’incendio di Chambéry nel 1532, potrebbero aver prodotto cambiamenti chimici nelle fibre. Le procedure adottate per l’esame del 1988 furono diverse da quelle concordate inizialmente. Era previsto l’uso di campioni provenienti da varie zone della Sindone, ma alla fine si analizzò un solo campione proveniente da una singola area. Questo ha compromesso la rappresentatività dei dati. Inoltre, la gestione delle operazioni fu poco trasparente e non pienamente documentata, alimentando ulteriori dubbi sulla validità dei risultati.

Studi recenti, come quelli condotti con la tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering), hanno evidenziato che il deterioramento molecolare del lino della Sindone corrisponde a una datazione di circa 2000 anni, compatibile con il periodo di Gesù. Questi nuovi dati rafforzano l’idea che l’esame al radiocarbonio del 1988 sia stato viziato da gravi errori. La Sindone di Torino è da secoli oggetto di venerazione e di ricerca scientifica. Tra le più recenti analisi, una delle più importanti è stata l’esame tramite tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering, cioè Diffrazione ai Raggi X ad Angolo Ampio). Questo metodo avanzato consente di studiare la struttura molecolare dei materiali, permettendo di stimare l’età di un tessuto analizzandone il deterioramento naturale delle fibre di cellulosa. Nel 2022, uno studio condotto dal professor Liberato De Caro del CNR di Bari ha applicato la tecnica WAXS a un campione di lino della Sindone, aprendo nuove prospettive sul dibattito sulla sua datazione.

Cos’è il metodo WAXS?

Il metodo WAXS misura come i raggi X vengono diffusi da un materiale su scala molecolare. Nel caso di un tessuto di lino come la Sindone, i raggi X rivelano il grado di cristallinità della cellulosa nelle fibre. Col passare del tempo, l’ordine cristallino si degrada: più il lino è antico, più è deteriorato. Misurando questo deterioramento, si può stimare l’età del tessuto. L’esame WAXS sulla Sindone ha mostrato un livello di deterioramento compatibile con un’età di circa 2000 anni. Questo dato è molto significativo perché contraddice i risultati della famosa datazione al radiocarbonio del 1988, che aveva collocato la Sindone tra il 1260 e il 1390 d.C., facendola sembrare medievale. Liberato De Caro, confrontando la Sindone con campioni di lino antichi di datazione certa, ha osservato che la struttura della cellulosa sindonica è simile a quella di tessuti risalenti al I secolo dopo Cristo. Questo rafforza l’ipotesi che la Sindone possa effettivamente risalire all’epoca di Gesù.

Perché questa analisi è importante?

  • Non è invasiva: non rovina il tessuto.
  • Non dipende dalla contaminazione esterna (polveri, incendi, restauri), un problema che aveva inficiato la datazione al C14.
  • Conferma altre osservazioni storiche e artistiche che collegano la Sindone all’antichità e non al Medioevo.

Tuttavia, De Caro stesso ha sottolineato che, pur essendo un dato molto interessante, la datazione scientifica non può “provare” da sola l’identità del corpo avvolto nel lenzuolo. La fede resta necessaria per riconoscere nella Sindone il corpo di Gesù Cristo. L’esame WAXS della Sindone di Torino ha dato nuova forza all’ipotesi che il lenzuolo risalga realmente all’epoca di Gesù. A differenza della datazione al carbonio, il WAXS analizza direttamente il deterioramento naturale della fibra di lino, fornendo risultati più coerenti con la tradizione storica e cristiana. Pur non potendo da solo dimostrare che la Sindone abbia avvolto il corpo di Cristo, questo studio rappresenta un importante contributo alla ricerca, mostrando come scienza e fede possano dialogare nella ricerca del mistero. Se vuoi ti preparo anche una breve cronologia delle principali analisi scientifiche sulla Sindone o una scheda riassuntiva solo sul metodo WAXS.

L’immagine mostra un uomo adulto, di circa 180 centimetri di altezza, con caratteristiche semitiche: capelli lunghi, barba e baffi. La figura appare rigida, segno che il corpo era già entrato nella fase di rigidità cadaverica. L’impressione lasciata sulla tela non è un semplice dipinto: non ci sono tracce di pigmenti, né di pennellate. Studi scientifici indicano che l’immagine si è formata probabilmente per disidratazione superficiale delle fibre di lino, come se fosse stata “bruciata” da una fonte di energia ancora sconosciuta. Tracce di sangue umano sono chiaramente visibili, corrispondenti a ferite compatibili con una crocifissione. Gli esami chimici hanno rilevato emoglobina di tipo AB, un gruppo sanguigno raro ma compatibile con popolazioni mediorientali antiche. Le macchie di sangue sono autentiche e non dipinte. Inoltre, il sangue presenta segni di sierosi, cioè la separazione del siero dal sangue, fenomeno che avviene in seguito a gravi traumi e agonia, come quella subita da una vittima di crocifissione.

Le ferite visibili sulla Sindone sono numerose e impressionanti:

  • Sul dorso e sulle gambe si osservano oltre 120 colpi, compatibili con una flagellazione romana usando fruste a più cordoni (flagrum).
  • Sulle spalle sono evidenti abrasioni, probabilmente causate dal peso di un oggetto pesante, come una trave (il patibulum della croce).
  • Al costato, sul lato destro, si nota una grande ferita compatibile con un colpo di lancia (ricordando la lancia di Longino che perforò il costato di Cristo).
  • Non si osservano segni di rottura alle gambe, in accordo con i Vangeli che affermano che a Gesù non furono spezzate le ossa.

Intorno al capo si vedono numerose piccole ferite circolari (circa 50) fronte, capo e nuca, da cui è colato sangue (AB). Esse indicano l’uso di una corona di spine, non a cerchio, ma piuttosto a “casco”, cioè un intreccio che avvolgeva tutta la testa.

Si pensa sia la Ziziphus spina-christi,una pianta comune a Gerusalemme.

Questo dettaglio è particolarmente significativo, perché la tradizione cristiana narra che Gesù fu deriso come “re dei Giudei” e incoronato di spine, e ne fu l’unico caso

La Sindone mostra chiari segni di fori di chiodi nei polsi e nei piedi. Contrariamente all’iconografia classica, che spesso raffigura Gesù crocifisso con i chiodi nei palmi delle mani, la Sindone documenta che i chiodi passarono attraverso i polsi: una scelta necessaria per sostenere il peso del corpo senza che la mano si strappasse. I piedi sembrano essere stati fissati da un singolo chiodo, uno sopra l’altro.

  • Lunghezza: circa 13-18 centimetri
  • Spessore: circa 1 centimetro
  • Forma: a sezione quadrata o rettangolare, tipica dei chiodi romani da crocifissione
  • Materiale: ferro forgiato a mano

Assenza di decomposizione rapida: Emanuela Marinelli sottolinea anche che, se il corpo fosse rimasto a lungo avvolto nella Sindone, ci sarebbero state tracce di decomposizione. Invece, non si osservano tali segni. Gli scienziati ipotizzano che il corpo sia rimasto a contatto con la sindone tra circa le 36-40 ore. Il mistero dell’immagine sulla Sacra Sindone è uno degli aspetti più affascinanti e dibattuti riguardo questo antico lenzuolo di lino che, secondo la tradizione cristiana, avvolse il corpo di Gesù dopo la sua morte. L’immagine che appare sulla Sindone, visibile soprattutto sotto luce inclinata, mostra una figura umana impressionante, con dettagli che sembrano corrispondere esattamente alla descrizione di una persona crocifissa. Tuttavia, il mistero risiede nel fatto che nessuna tecnica conosciuta può spiegare completamente come questa immagine si sia formata. Sfumature delicate e non pittoriche: L’immagine non è dipinta o scolpita, ma sembra una sorta di impronta chimica o energetica impressa sulle fibre del lino. Non ci sono tracce di pigmenti, vernici o coloranti che possano spiegare la formazione dell’immagine, ma solo un cambiamento nella struttura superficiale delle fibre del tessuto. Dettagli anatomici sorprendenti: L’immagine mostra una persona che ha subito flagellazioni, portato una corona di spine, e che ha subito una crocifissione. Le ferite, il sangue e altre caratteristiche della persona (come l’impronta dei piedi e delle mani) sono perfettamente dettagliati e corrispondono esattamente alla descrizione dei Vangeli. Luminiscenza dell’immagine: L’immagine appare più chiara rispetto al resto del tessuto, e gli studi hanno rivelato che la colorazione non penetra la fibra, ma modifica solo la parte superficiale. Questo ha portato molti ricercatori a ipotizzare che l’immagine sia il risultato di una sorta di energia radiante, come una radiazioneproveniente dal corpo che ha attraversato il lino.

La formazione dell’immagine: La domanda principale è come sia possibile che l’immagine si sia formata in modo così dettagliato, senza l’uso di pigmenti o tecniche pittoriche, su un materiale come il lino. Alcune delle teorie avanzate includono: Radiazione energetica: Una delle ipotesi più accreditate tra gli scienziati è che l’immagine sia stata causata da un fenomeno energetico o radiante che ha attraversato il corpo e il tessuto, lasciando un’impronta sulla fibra del lino. Alcuni ricercatori suggeriscono che potrebbe essere stata una radiazione ultravioletta o una forma di energia sconosciuta. Reazione chimica o termo-chimica: Un’altra teoria propone che il corpo, in un evento sconosciuto, possa aver emesso un tipo di energia termica che ha reagito con le fibre di lino in modo simile a un “bottone di ruggine”, con un effetto di riscaldamento che ha creato l’immagine. Le caratteristiche fisiche del corpo: Gli studi sull’immagine suggeriscono che la figura sulla Sindone è quella di una persona che ha subito un trauma estremo, compatibile con i racconti evangelici della Passione di Gesù (flagellazione, crocifissione, ferita al costato). L’immagine mostra dettagli incredibilmente accurati delle ferite, come i segni lasciati dai chiodi, la corona di spine, e la ferita al costato. Il sangue e la posizione del corpo: Le macchie di sangue sulla Sindone sono consistenti con la posizione del corpo e con i segni di crocifissione. Alcuni ricercatori hanno evidenziato che il sangue visibile è autenticoe compatibile con il gruppo sanguigno AB, che è raro ma documentato anche in popolazioni mediorientali. Non ci sono segni di contaminazione, e questo supporta l’ipotesi che il corpo sia stato veramente avvolto nel lenzuolo. La distanza tra le due facce: Un altro mistero riguarda il fatto che l’immagine è perfetta sia sul dritto che sul rovescio della Sindone, ma con una differente profondità di impegno. La figura appare come una “stampa” tridimensionale, ma non sembra che ci sia stato un contatto diretto prolungato tra il corpo e il tessuto, poiché la struttura del lino non mostra deformazioni evidenti.

Mentre non esiste una risposta definitiva sul modo in cui l’immagine si è formata, gli scienziati e i ricercatori continuano a esplorare teorie affascinanti: Teoria della radiazione o energia sconosciuta: Molti studiosi ritengono che l’immagine possa essere il risultato di una radiazione proveniente dal corpo durante la risurrezione, o da un qualche tipo di fenomeno fisico o chimico sconosciuto. Alcuni, come il fisico Raymond Rogers, hanno suggerito che l’immagine potrebbe essere stata causata da un improvviso raggio energetico. Teoria della formazione termo-chimica: Secondo alcuni ricercatori, l’immagine potrebbe essersi formata a causa di una reazione chimica causata da un rapido riscaldamento del corpo che ha provocato una reazione immediata con il tessuto di lino. Teoria dei “fumi” di incenso e oli: Alcuni hanno ipotizzato che una combinazione di vapori di incenso e oliutilizzati per preparare il corpo per la sepoltura abbia potuto interagire con la fibra di lino, creando un’impronta. Tuttavia, questa teoria non spiega completamente la qualità e la precisione dell’immagine.

Le Scoperte di Max Frei

Secondo Max Frei e il suo team, i pollini trovati sulla Sindone sembrano appartenere a diverse piante provenienti dalla Palestina e dalla regione del Medio Oriente. Le analisi rivelarono la presenza di pollini che indicano una connessione con piante tipiche di quelle aree, inclusi:

  • Pollini di fiori e piante del deserto (ad esempio, Artemisia e Cistus), che sono comuni in Medio Oriente.
  • Pollini di piante di olive: La presenza di pollini di ulivo suggerisce che il lenzuolo possa essere stato in un’area che produceva olive, come quella che circonda Gerusalemme.
  • Pollini di piante di caprifoglio e di spini: Piante che crescono nella zona intorno a Gerusalemme.

Le piante tipiche del Mediterraneo e del Medio Oriente suggerirebbero quindi che la Sindone abbia un’origine mediorientale, molto probabilmente vicina a Gerusalemme, il che potrebbe essere compatibile con la tradizione cristiana secondo cui la Sindone fu usata per avvolgere il corpo di Gesù dopo la sua crocifissione.

La Sacra Sindone di Torino offre una straordinaria rappresentazione della passione, morte e sepoltura di un uomo crocifisso, la cui descrizione coincide in modo impressionante con i racconti evangelici della Passione di Gesù Cristo. Le tracce di sangue, le ferite da flagellazione, la corona di spine e i chiodi documentano con realismo una sofferenza atroce.

I Miracoli Eucaristici

I Miracoli Eucaristici

In questo articolo approfondiremo le principali analisi scientifiche condotte sui miracoli eucaristici, riassumendo in modo fedele e rigoroso i contenuti presentati nel libro “Un cardiologo visita Gesù” del cardiologo Dott. Franco Serafini. Verranno esaminati i casi più documentati e le metodologie adottate nei laboratori di medicina legale, cardiologia, istopatologia, genetica e biochimica, valutando come i risultati ottenuti in diversi luoghi ed epoche mostrino sorprendenti elementi di coerenza. Le evidenze scientifiche saranno inoltre messe in relazione con la fede cattolica e l’insegnamento della Chiesa, per comprendere come questi fenomeni siano stati interpretati dal punto di vista teologico. Uno speciale ringraziamento va al Dott. Franco Serafini, il cui lavoro accurato e profondamente competente costituisce la base principale di questo articolo. Desideriamo anche rivolgere un invito sincero e trasparente ai lettori: chi volesse approfondire in modo completo il capitolo sul sangue, sul DNA e molti altri temi affascinanti e complessi, troverà nel testo integrale del Dott. Serafini una fonte di studio estremamente ricca. Non siamo stati in alcun modo pagati o incentivati a suggerire il libro: la nostra intenzione è unicamente quella di offrire al lettore gli strumenti più validi per informarsi in modo approfondito, competente e serio.

Una buona lettura.

MIRACOLO EUCARISTICO DILANCIANO:

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

un monaco di rito orientale, greco, appartenente alla grande famiglia spirituale dei basiliani in documento del 1631, che riferisce il Prodigio con dovizia di particolari, ci aiuta ad entrare nel mondo interiore dell’anonimo protagonista, dipingendolo “non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo, ma ignorante in quelle di Dio; andava di giorno in giorno dubitando, se nell’ostia consacrata vi fosse il vero Corpo di Cristo e così nel vino vi fosse il vero Sangue”. Un uomo dunque tormentato dal dubbio, disorientato dalle varie correnti d’opinione, anche nel campo della fede, lacerato dalla inquietudine quotidiana. Mentre costui stava celebrando la messa, al momento di pronunciare le parole della consacrazione, l’ostia e il vino si sarebbero trasformati in carne e sangue.

  • ANALISI

Nel novembre del 1970 dietro richiesta dell’arcivescovo di Lanciano, monsignor Pacifico Maria Luigi Perantoni, e del superiore provinciale dell’OFMC della regione Abruzzo padre Bruno Luciani, i frati francescani di Lanciano, che custodivano le reliquie, decisero, con l’autorizzazione del Vaticano, di farle sottoporre ad analisi medico-scientifiche. Il compito venne affidato al dottor Odoardo Linoli, primario del laboratorio di analisi cliniche e di anatomia patologica dell’ospedale di Arezzo. ordinario di anatomia, istologia, chimica e microscopia clinica, e al dottor Ruggero Bertelli, ordinario di anatomia all’Università di Siena.

l’11 febbraio 1971 scriveva: «Ulteriori ricerche consentono affermare presenza di tessuto muscolare striato del cuore. Alleluja».

Il 4 marzo 1971, a Lanciano, sotto la neve e in una delle giornate più fredde del secolo in Italia, il Prof. Linoli può tenere una relazione scientifica conclusiva che si riassume nei seguenti punti:

  • il Sangue del miracolo eucaristico è vero Sangue e la Carne è vera Carne;
  • la Carne è costituita da tessuto muscolare del cuore;
  • il Sangue e la Carne appartengono alla specie umana;
  • il gruppo sanguigno è AB ed è identico nel Sangue e nella Carne, provenienti quindi verosimilmente dalla stessa Persona;
  • le proteine del Sangue sono frazionate con i rapporti percentuali del sangue fresco normale;
  • nel Sangue sono stati anche ritrovati i minerali clorurici, fosforo, magnesio, potassio e sodio in quantità ridotta; il calcio in quantità aumentata.

I dettagli più tecnici saranno l’oggetto di una pubblicazione scientifica ineccepibile, anche per gli standard odierni, corredata di abbondante materiale fotografico.

Inoltre, il professore aggiunge alcune precisazioni:

  1. la struttura della Carne non si presta all’ipotesi di un “falso “operato nei secoli passati: solo una manomolto esperta in dissezione anatomica avrebbe potuto ottenere dal cuore di un cadavere

una “fetta “così uniformemente tangenziale alla superficie di un viscere cavo (come si evince dal prevalente decorso longitudinale dei fasci di fibre muscolari nei preparati istologici);

  1. i reperti, e in particolare il Sangue, se provenienti da un cadavere, rapidamente sarebbero andati incontro a putrefazione,

eppure nelle sezioni istologiche non sono mai stati rintracciati sali o sostanze conservanti.

Nel marzo 2001, trent’anni dopo, a Mike Willesee e Ron Tesoriero (li incontreremo nel capitolo su Buenos Aires) che lo intervistano, nella sua casa di Arezzo, su come si sentisse all’epoca dei risultati dellaricognizione di Lanciano, risponde candidamente:

«Per qualche mese mi sembrava di camminare a trenta centimetri da terra..».

SUPPLEMENTO DI RICOGNIZIONE NEL 1981

Nel decennale della ricognizione, i francescani chiedono, ancora al prof. Linoli, di esaminare ulteriormente la Carne miracolosa, sia nel suo aspetto macroscopico che microscopico, ottenendo nuove sezioni istologiche da un piccolo frammento non impiegato nel 1970 e ancora custodito a Lanciano.

Con i nuovi vetrini si conferma ancora meglio la struttura miocardica delle fibrocellule e si ricavano nuove importanti ed originali conferme: è evidente l’endocardio, cioè la membrana interna del cuore, ci sono aree di tessuto adiposo, vasi sanguigni arteriosi e venosi e anche fasci di fibre nervose vagali. Si tratta di rilievi microscopici che, nel loro insieme, disegnano il quadro di un cuore umano completo.

Lo studio macroscopico è pure sorprendente. L’attenzione di Linoli è sui 14 piccoli fori distanziati, circolari, a stampo lungo tutto il limitare esterno della reliquia, come se, in epoca remota, fosse stato necessario fissare con 14 chiodi la Carne su di un supporto di legno per correggere la retrazione e ‘accartocciamento del rigor mortis.La Carne si sarebbe quindi retratta verso l’esterno creando la cavità centrale oggi evidente. Tuttavia, secondo il professore, tale cavità era anche in parte preesistente, e allora tutta la reliquia viene a ricordare l’aspetto di una sezione completa di cuore o forse del solo ventricolo sinistro.

Il prof. Linoli aggiunge un’ultima arguta osservazione: se la Carne che oggi veneriamo è stata sottoposta alrigor mortis, evidentemente al momento del miracolo originale era vivente! Il rigor mortis comincia infatti 1-3 ore dopo la morte, per terminare 36-48 ore dopo.

MIRACOLO EUCARISTICO DI BUENOS AIRES:

–     BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

1º maggio 1992, il ministro dell’Eucaristia Carlos Domínguez trova due frammenti di ostia sul corporaledavanti al tabernacolo. Il parroco padre Juan Salvador Carlomagno applica la procedura prevista: i frammenti vengono messi in acqua e chiusi nel tabernacolo. L’8 maggio, il sacerdote verifica il recipiente e nota la formazione di tre coaguli simili a sangue e delle scie rossastre sulle pareti. La Curia viene avvisata. In assenza del cardinale Quarracino, il vescovo ausiliareEduardo Mirás ordina una perizia medica, che conferma la presenza di sangue umano. 24 luglio 1994: durante la Messa del mattino, un ministro laico dell’Eucaristia nota una goccia di sangue sulla pisside. Il fenomeno viene fotografato, ma non riceve particolare attenzione o risonanza. 18 agosto 1996: durante la Messa delle 19, una fedele segnala un’ostia caduta vicino a un candelabro. Il sacerdote, padre Alejandro Pezet, la raccoglie e la consegna a una ministra laica per conservarla in acqua nel tabernacolo. Dopo alcuni giorni (il 26 agosto), si osserva che l’ostia non si dissolve ma si trasforma in una sostanza rossa e gelatinosa. L’allora vescovo ausiliare Jorge Mario Bergoglio (futuro papa Francesco) dispone che vengano fatte delle fotografie. L’ostia viene poi custodita in acqua distillata in un flacone sigillato.

 

–     ANALISI.

Vengono coinvolte, prestissimo, due dottoresse: una oncologa ed una ematologa.

Dott.ssa Botto

Nel racconto di padre Pérez, viene affidata una prima indagine ad una oncologa che abita vicino alla parrocchia, la dott.ssa Isabel Botto. Prova a prelevare, dal vaso di ceramica del 1 maggio, con una siringa, un po’ di quello che sembra sangue dalla massa centrale, ma non riesce perché la consistenza è troppo solida. Allora raccoglie il materiale di una delle scie rossastre che macchiano le pareti del contenitore. Il tessuto viene analizzato insieme ad una tecnica di laboratorio, Alicia Martines, presso il Sanatorio Evangelico El Buen Samaritano. Entrambe confermano trattarsi di sangue perché reagisce ad un test dell’emoglobina. Non è specificato se il kit consentisse di chiarire l’origine umana del sangue. La dott.ssa Botto ammette che occorrerebbero analisi più approfondite, da parte di un medico legale. Vede al microscopio che vi sono cellule

muscolari e un “tessuto fibroso vivo”. Proprio padre Pézet chiede se potrebbero trattarsi di cellule del miocardio; la dottoressa risponde che è possibile, ma occorrerebbero ulteriori analisi…

Dott.ssa Sasot

Nel libro del dott. Castañón sono riportate, o meglio fotografate, due relazioni mediche, dattiloscritte e firmate della dott.ssa Adhelma Myrian Segovia de Sasot. Dietro questo nome così altisonante vi è una ematologa che lavora all’Hospital Dr. J. M. Ramos Mejía di Buenos Aires. Da questi referti si deducono tre indagini.

  • In una relazione datata “giugno 1992”, senza specificare il giorno, la dottoressa descrive l’evoluzione macroscopica di un materiale, contenuto in un recipiente di ceramica, che “prendeva forma di coagulo” e che aveva al tatto la consistenza di un coagulo. Il “materiale” si mantenne abbastanza stabile finché venne rifornito, nei primi giorni, di acqua benedetta. In giugno, tuttavia, trascorso il primo mese, già descrive la tendenza del coagulo, non più bagnato, a seccarsi e a staccarsi dal recipiente (come avverrà effettivamente negli anni seguenti).
  • Sempre in giugno 1992, la dott.ssa Sasot riferisce di un’analisi su materiale di sospetta natura ematica proveniente da una patena a tre giorni dalla sua comparsa. Si sta riferendo, quindi, a uno dei due miracoli del 10 maggio sera. Venne eseguito un esame semplice ma impeccabile per valutare una goccia di sangue: uno striscio su vetrino. Segui la colorazione standard con May-Grunwald e Giemsa: si tratta di miscele di fissanti e coloranti che consentono di colorare, in modo diverso e ben distinguibile all’occhio dell’analista, le diverse popolazioni di leucociti, cioè di globuli bianchi, presenti nel Si ottenne una formula leucocitaria, cioèla proporzione percentuale relativa tra le 5 principali classi di globuli bianchi (è un comunissimo esame del sangue, che ciascuno di noi ripete in occasione di qualunque controllo medico). La formula mostra un eccesso di linfociti (47%) rispetto ai neutrofili (49%), come può succedere fisiologicamente nel corso di un’infezione virale, ma anche in corso di intenso stress psicofisico. Lo striscio presenta inoltre detriti, alcune cellule presentano vacuolizzazioni (cioè piccole cavità al loro interno), abbondante è la contaminazione batterica da parte di cocchi: tutti questi dati testimoniano la sofferenza del materiale biologico di origine con il trascorrere del tempo (non è dato sapere a quanti giorni dal Miracolo è avvenuta l’osservazione, ma comunque entro giugno 1992).

La dottoressa conclude certificando che il campione analizzato è sangue umano.

  • Esiste infine una “relazione ematologica” della dott.ssa Sasot, datata 29 ottobre 1995; sembra una sorta di rapporto conclusivo e specialistico in cui elenca in modo positivo tutto quanto ha potuto dimostrare su di un

materiale di cui, avverte, non conosceva l’origine durante le prime analisi. Si tratta di una piccola porzione di tessuto, pare, dato in custodia alla dottoressa stessa e ancora per lei disponibile nel 1995, conservato in una provetta con acqua benedetta. Non può che trattarsi del materiale proveniente dal vaso di ceramica del primo miracolo del 1992, ma ciò non viene specificato. Viene elencata una serie di dati che, nel loro insieme, inequivocabilmente dimostrerebbero che il materiale è sangue:

  • dopo colorazione con May-Grunwald Giemsa, evidentemente di uno striscio su vetrino, si ottiene unaformula leucocitaria, molto simile a quella ottenuta nell’evento del 10 maggio 1992, ancora quindi con lieve linfocitosi;
  • contaminazione del campione da parte di batteri e funghi;
  • Presenza di ioni, potassio e sodio
  • presenza apprezzabile di enzima LDH, cioè lattica deidrogenasi;
  • presenza di proteine che all’elettroforesi mostrano un profilo “fisiologico” tranne la riduzione della banda delle gammaglobuline: un dato che si osserva nei pazienti

Un commento complessivo sulle indagini del 1992? Molta buona volontà, ma pochi mezzi e nessuna coordinazione.

Da febbraio 1998 è Jorge Mario Bergoglio il nuovo arcivescovo di Buenos Aires. Sollecitato da una lettera di padre Luis Maria Rodríguez Melgarejo, Bergoglio risponde nel luglio 1999 concedendo la possibilità di riprendere nuovi esami scientifici sulle vestigia dei miracoli eucaristici. Il dott. Ricardo Castañón Gómez èuno psicologo clinico boliviano, esperto in psicosomatica, biochimica e neuropsicofisiologia.

È noto per la sua capacità comunicativa e per le ricerche rigorose condotte con il supporto di una task force internazionale, assieme a Ron Tesoriero e Mike Willesee. I loro studi impiegano strumenti scientifici avanzati e una catena di custodia documentata dei materiali, con il sostegno economico del Grupo Internacional parala Paz, da lui fondato.

È questa la speciale “agenzia” a cui l’arcivescovo Bergoglio affida le indagini sui fatti della parrocchia di Santa Maria. Il 5 ottobre 1999, davanti a testimoni e alle telecamere, il dott.

Castañón preleva due campioni.

  • Un primo, piccolissimo campione, dalla crosticina essiccata e tuttora visibile a Buenos Aires, che rimanedal primo evento del 1992. Sull’etichetta che accompagna la provetta sterile e sigillata è scritto: «8 de mayo de 1992 Muestra 5 de octobre de 1999».
  • Un secondo campione viene ottenuto da quanto rimane dei fatti del 1996: materiale semisolido bruno, in acqua Sull’etichetta, analogamente, è scritto: «26 de agosto de 1996 Muestra humeda 5 de octobre de 1999».

Come da iter di custodia, le due provette vengono consegnate personalmente il 21 ottobre 1999 dallo stesso Tesoriero alla Forensic Analytical di San Francisco, in California. Nei referti datati 1 maggio 2000 e firmati Vanora M. Kean, Ph.D.., dell’analisi 19990441 condotta sui due campioni si può leggere quanto segue:

L’item #1-1, il campione secco del 1992, è stato esaminato con uno stereo-microscopio: si tratta di materiale non identificato, di colore scuro, bruno-rossiccio; ad una estremità sembra essere adeso un pelo o una porzione di pelo. Viene eseguito un test preliminare all’ortotolidina per ricercare la presenza di sangue, che dàesito negativo. Dal frammento originale, di 3 x 5 mm, si estrae una porzione di 2 x 3 mm, escludendo la sospetta formazione pilifera, che viene avviata allo studio del DNA. Infatti, si rileva una piccolaconcentrazione di DNA umano; tuttavia le successive analisi per la ricerca di STR mediante PCR daranno esito negativo.

  • Anche l’item #1-2, il campione del 1996, viene studiato allo stereo-microscopio. Mentre il preparato èancora umido, si osserva la coesistenza di materiale fibroso biancastro e di una sostanza bruno-rossiccia, che a questo aderisce, senza riconoscervi caratteristiche morfologiche note. Seccandosi, diventano evidenti particelle di colore più scuro; su di queste si esegue un test all’ortotolidina, con esito negativo. Si seleziona un terzo di tutto il campione, da avviare alla tipizzazione del DNA. Anche qui si rileva una piccola concentrazione di DNA umano, che, all’ elettroforesi, verrà precisato possedere un alto peso molecolare, indice di buona qualità. Ma anche nella muestra humeda #1-2 la ricerca di 10 marcatori genetici standard, nove STR e uno per le amelogenine X e Y, con tecnica PCR, non darà, inspiegabilmente, nessun risultato.

Il 2 marzo 2000, campioni di tessuto risalente al 1996 vengono inviati al dott. Robert Lawrence, medico legale della Delta Pathology Associates di Stocktonin California. Analizzandoli, Lawrence rileva una fortepresenza di leucociti attivi e vivi, fatto inspiegabile poiché il tessuto era stato conservato per oltre tre anni in acqua distillata, un ambiente ostile alla sopravvivenza cellulare.

Il tessuto appare infiammato e difficile da identificare: Lawrence ipotizza si tratti di pelle (epidermide) infiammata. Altri esperti confermano l’origine epidermica, mentre alcuni, come il prof. Linoli (studioso del miracolo di Lanciano), suggeriscono possa trattarsi di tessuto miocardico

C’è bisogno di un parere più autorevole e definitivo. Il gruppo di ricerca decide allora di rivolgersi al Prof. Frederick Zugibe, primario di medicina legale e cardiologo della Columbia University di New York nella Rockland County a New York. Il suo profilo accademico, fatto di scoperte scientifiche e di numerosissime pubblicazioni, unito alla trentennale esperienza su 10000 autopsie, è impressionante. Il 20 aprile 2004 il gruppo di ricerca si trova nello studio del Professor. Zugibe, il quale vorrebbe conoscere la provenienza del materiale da studiare, ma i due australiani tacciono. Zugibe insiste; Willesee spiega che è meglio così per lui e per l’inchiesta. Zugibe scruta il microscopio; le sue parole sono registrate. Esordisce con:

«Sono uno specialista del cuore. Il cuore è il mio ambito (my business, in inglese). Questo è tessuto muscolare cardiaco, proveniente dal ventricolo sinistro, vicino ad un’area valvolare». Guarda meglio e specifica: «Questo muscolo cardiaco è infiammato, ha perso le striature ed è infiltrato da leucociti. I leucociti normalmente non sono nel cuore, ma fuoriescono dal sangue e si dirigono nella sede di un trauma o di una ferita.

Il cuore di questa persona è stato ferito e ha sofferto un trauma. È compromesso il flusso sanguigno e parte del miocardio è andata incontro a necrosi. Somiglia a quello che vedo negli incidenti stradali, quando il cuoreviene sottoposto a prolungate manovre di rianimazione, oppure somiglia a quello che trovo quando qualcuno è stato picchiato severamente nel torace».

Tesoriero e Willesee provano un brivido quando Zugibe parla della presenza dei leucociti: la reazione immunitaria si sviluppa secondo una sequenza ordinata e si possono ritrovare leucociti solo se nutriti da un organismo ancora vivente. Afferma: «Questo campione era vivo al momento in cui è stato prelevato!».

Dopo un momento di silenzio per ricomporsi, Willesee azzarda: «Ma quanto sopravvivrebbero questi leucociti se il tessuto venisse posto in acqua?». La risposta riecheggia quella del dott.

Lawrence di quattro anni prima: «Si dissolverebbero in pochi minuti e non esisterebbero più». A questopunto sono i due australiani a turbare il professore rivelandogli che il vetrino proviene da un tessuto tenuto un mese in acqua di rubinetto e tre anni in acqua distillata: «Assolutamente incredibile!

Inspiegabile per la scienza!». Più tardi preciserà che dopo un periodo così lungo in acqua, non solo sparirebbero i globuli bianchi, ma qualunque cellula umana perderebbe qualunque morfologia riconoscibile. L’autorità del prof. Zugibe è così forte che cinque anni dopo, il 28 febbraio 2008, ad un meeting a San Francisco, il dott. Lawrence dichiara di essersi sbagliato e riconosce che il tessuto è, definitivamente, miocardio infiammato.

MIRACOLO EUCARISTICO DI TIXTLA:

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

22 ottobre 2006: Il miracolo eucaristico di Tixtla è avvenuto nell’omonima località messicana quando durante la messa, mentre una suora distribuiva la comunione, un’ostia consacrata contenuta nella pisside sarebbe apparsa macchiata di sangue.

  • ANALISI

Il 27 ottobre 2009 è il dott. Castañón stesso a prelevare tre millimetrici frammenti di ostia apparentemente macchiata di sangue. Comincia una serie di indagini che si potranno definire concluse solo il 25 febbraio 2013. L’associazione del dott. Castañón si rivolge a diversi laboratori specializzati in medicina forense, in immunoistochimica e in genetica: in Messico, Guatemala, Bolivia e Stati Uniti. Spesso lo stesso accertamentoè verificato più volte, talora con metodiche complementari, da studiosi diversi, all’insaputa l’uno dell’altro e in condizioni di “cieco”, cioè senza conoscere l’origine del materiale. Come sempre, le spese sono a carico del Grupo Internacional para la Paz.

  1. Il laboratorio “Gene-Ex” di La Paz in Bolivia documenta la presenza di L’emoglobina, loricordo per i non addetti ai lavori, è la proteina contenente uno ione ferro, necessaria per il trasporto di ossigeno e anidride carbonica nell’organismo, e contenuta all’interno dei globuli rossi del sangue (e in nessun’altra cellula). Nel video della conferenza di presentazione al minuto 21:02, è possibile rivedere la dott.ssa Susana Pinell mentre esegue per la prima volta il test di immunocromatografia capillare specifica per emoglobina umana. Vediamo l’istante in cui un frammento del materiale in esame viene a contatto con il kit e, trascorsi alcuni secondi, la reazione positiva che ne consegue. È importante segnalare che l’emoglobina èpresente negli eritrociti, cioè nei globuli rossi, di tutti i vertebrati, ma che il test è specifico per l’emoglobina della specie umana.
  2. nei vetrini istologici, colorati con la classica metodica del-l ‘ematossilina-cosina, ottenuti sia dal dott. Juan Ruben Chavez Hernandez per il “Corporativo Médico Legal” del Messico che dal OrlandoRodas Pernillo per i laboratori “PatMed” del Guatemala, si riconoscono globuli rossi. Più precisamente, ci sono aree di accumulo di materiale acidofilo che ricordano eritrociti in fase di autolisi, cioè in corso di degradazione

spontanea; a tratti il materiale è più amorfo e meno distinguibile. Tali accumuli sono compatibili anche con fenomeni di frombosi, cioè gli eritrociti potrebbero fare parte di un coagulo. Tra di loro si riconoscono anche alcuni globuli bianchi, cioè leucociti, appartenenti a popolazioni diverse: neutrofili, macrofagi, basofili.

Interessante

  1. Nel laboratorio “Corporativo Médico Legal”.il Eduardo Sánchez Lazo ha sottoposto i vetrini a testdi immunoistochimica; ha cioè testato la reattività dei tessuti ad alcuni anticorpi, per riconoscere più precisamente la presenza di sostanze specifiche. Ha documentato così la presenza di mieloperossidasi e di glicoforina A. La mieloperossidasi è un enzima presente solo in alcuni globuli bianchi, cioè neigranulociti e nella serie mieloide. La glicoforina A è una glicoproteina presente solo sulla membrana dei globuli rossi (determinandone il gruppo sanguigno minore MN). Nel complesso si tratta di un dato molto specifico che ulteriormente conferma la presenza di cellule del sangue nei tessuti esaminati.
  2. Il sangue è di gruppo sanguigno AB.

Due laboratori separatamente, il “Corporativo Médico Legal”

in Messico e “Gene-Ex” in Bolivia, dimostrano, con tecniche di immunoistofluorescenza, la presenza diantigeni A e B nei tessuti esaminati. Nel referto boliviano, delle fotografie a colori documentano il risultato. Ma c’è dell’altro: il laboratorio “Gene-Ex”, per la prima volta al mondo in un’indagine su questo tipo di tessuti “misteriosi”, stabilisce anche il gruppo sanguigno Rh. Il gruppo Rh è negativo. Torneremo su questo aspetto in un capitolo dedicato.

  • Vi sono fibre cellulari di verosimile natura muscolare

I vetrini istologici sono ancora quelli ottenuti separatamente nei laboratori “CML” e “PatMed” di cui al punto1. Sono presenti abbondanti fasci di fibre allungate e ben colorate dall’ematossilina cosina. Va premesso che, come pure negli altri miracoli eucaristici che abbiamo incontrato, anche in questo caso non è stato agevole stabilire la natura cardiaca del tessuto: le fibre sono particolarmente degradate da fenomeni di autolisi e disofferenza.

Mancano le striature e i dischi intercalari, i nuclei non sono sempre chiaramente in posizione centrale. Tuttavia, la morfologia complessiva di tali fibre, allungate, prevalentemente parallele, con numerose biforcazioni che subito si anastomizzano, cioè si uniscono, alle fibre vicine, non può che richiamare la morfologia del tessuto cardiaco. Il Dott.Sánchez Lazo, nel referto conclusivo del laboratorio “CML” affermache le prove immunoistochimiche confermano la natura cardiaca del tessuto, ma non fornisce ulteriori dettagli. Il dott. Carlos Parellada, al minuto 1:12:35 del video della conferenza di presentazione, invece, documenta la mancata captazione dei marcatori per desmina e per miosina nei vetrini “PatMed”, come invece dovrebbe

succedere nei tessuti muscolari, e mette in conto tale dato alla avanzata autolisi e degenerazione delle sospette

fibre muscolari.

  1. Sono presenti agglomerati di cellule
  2. Nei vetrini studiati in California dal John Compagno, si identificano strutture proteiche degradateche sembrano appartenere a cellule mesenchimali.
  3. Sono presenti ovviamente anche cellule vegetali riconoscibili per la tipica spessa parete poco
  4. Sono presenti ovviamente anche cellule vegetali riconoscibili per la tipica spessa parete poco
  5. È presente DNA umano, ma non è possibile ricavare un profilo

Due laboratori distinti, il CML. (Corporativo Médico Legal) del dott. Sánchez Lazo in Messico e Il 120B3 (Instituro de Investigaciones Químicas Biológicas Biomédicas y Biofísicas) della biologa Eyda de Campollo dell’Università Merlano Gálvez in Guatemala, si sono occupati dello studio del DNA di due campioniconservati in paraffina giungendo alle stesse conclusioni.

Nel referto messicano si specifica che era presente materiale genetico ma che non se ne poterono né estrarre sequenze proteiche né amplificare i marcatori utili per stabilire un profilo genetico da poter impiegare in uno studio di parentela.

Analogamente, in Guatemala, il report datato 9 novembre 2012 dichiara di non aver potuto ottenere un profilo genetico completo provando ad amplificare le abituali 15 sequenze di STR e l’amelogenina. Se ne adduce la colpa alla qualità stessa del DNA, considerato degradato e frammentato.

Nel febbraio 2010, l’esperto in immagini ing. Fernando Rodríguez Pérez, su mandato del Grupo Internacional para la Paz, si trova a Tixtla, nella cappella in cui è custodita l’ostia che conosciamo.

A pochi metri dall’altare può dispiegare i suoi strumenti, Tra cui un microscopio digitale ad alta potenza e ad emissione di luce bianca ultra brillante e luce ultravioletta. Il suo studio rivela che nella parte macchiata della particola, al di sotto di uno strato superiore costituito da evidente sangue coagulato, alla scansione microscopica è presente sangue ancora fresco. E un dato impressionante, tenendo conto che sono passati più di tre anni dall’effusione miracolosa!

Il sangue è scaturito dall’interno dell’ostia.

Sono due le indagini che, con metodiche diverse, arrivano alla stessa conclusione.

Da una parte il dott. Sánchez Lazo analizza gli aspetti macroscopici, microscopici e strutturali della macchia bruna e della particola, oltre che il loro reciproco rapporto spaziale. Lo si può ascoltare parlare proprio di questo al minuto 45:50 della conferenza di presentazione, disponibile in rete. Nella sua perizia scarta l’ipotesi

che il sangue abbia potuto bagnare la superficie dell’ostia dall’esterno, perché così avrebbe dovuto attraversaree inzuppare tutto lo spessore del pane sottostante. Viceversa, in una sezione ideale della particola di Tixtla, vediamo il sangue formare un’immagine come quella di un sottile “cono inverso” che attraversa il pane da parte a parte solo in un punto centrale, si allarga leggermente prima di raggiungere l’esterno e poi si espande sulla superficie stessa dell’ostia senza più bagnarla.

Ii Dott.Castafón, nel suo testo, da poi conto di un’altra indagine, che ha studiato lo spessore della particola con una tecnologia ai raggi infrarossi e che è giunta alla stessa conclusione: il sangue proviene dall’interno mostrando poi alcune fotografie.

MIRACOLO EUCARISTICO DI SOKOLKA:

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

12 ottobre 2008 durante la Messa un’ostia consacrata cadde accidentalmente a terra: dopo essere stata recuperata dal celebrante, don Filip Zdrodowski, fu posta nell’acquamanile (contenente l’acqua per il lavaggio delle dita dopo la distribuzione della comunione), come è consuetudine in questi casi[1]. Al termine della messa, suor Julia Dubowska ripose il tutto in cassaforte. Domenica 19 ottobre la suora riaprì la cassaforte e notò che, al centro dell’ostia quasi sciolta, si era formato come un coagulo rosso, simile a sangue. L’Arcivescovodi Bialystok, mons. Edward Ozorowski, interpellato dal parroco, lo invitò a prelevare l’ostia residua, insieme al coagulo, ed a posarla su un corporale bianco chevenne chiuso nel tabernacolo.

  • ANALISI

La curia chiede massima serietà, urgenza e segretezza totale e si affida a due esperti dell’Università di Biatystok: sono il prof. Stanistaw Sulkowski e la prof.ssa Maria Elzbieta Sobaniec-Lotowska. Entrambianatomo- patologi, lavorano nella stessa università, pur se in dipartimenti diversi, e hanno curriculum scientifici di tutto rispetto.

Il 7 gennaio, a Sokólka, viene aperto il tabernacolo e la prof.ssa Sobaniec-Lotowska può eseguire un piccolo prelievo di materiale da quello che a lei, a prima vista, sembra un coagulo di sangue. Nel prelievo è presente anche parte dell’ostia bianca, non separabile. Il materiale viene diviso con il prof. Sulkowski, che quel giorno non è presente e che è all’oscuro dell’origine del campione. Nelle settimane successive il materiale viene preparato e studiato al microscopio ottico e al microscopio elettronico a trasmissione. Questi, in sintesi, i risultati che i due studiosi ottengono,

separatamente.

Si tratta di tessuto miocardico; nella relazione conclusiva i due professori così si esprimono:

  • E’ tessuto miocardico, o almeno, tra tutti i tessuti di un organismo vivente, è il miocardio quello più somigliante. Le fibre, infatti, presentano nuclei in posizione centrale e, al microscopio elettronico, siriconoscono abbozzi dei dischi intercalari, come pure fasci di delicate microfibrille.
  • Il materiale analizzato è omogeneamente costituito da tale tessuto muscolare miocardico nella sua interezza.
  • Sono presenti, nelle fibre, segni di sofferenza come segmentazione e frammentazione. La segmentazione è il distacco delle fibre muscolari dalla stria intercalare a cui dovrebbero connettersi; si tratta di un fenomeno dovuto ai rapidi spasmi a cui vanno incontro le fibre stesse, ancora viventi, in prossimità della Utile ribadire che non si tratta di una degenerazione successiva alla morte: la segmentazione puòavvenire solo in una cellula vivente, anche se agonizzante e prossima alla morte. Analogo significato presenta il fenomeno della frammentazione, cioè la presenza di fibre spezzate in modo netto, a prescindere dall’intersezione con la stria intercalare.
  • Alcune fibre presentano immagini compatibili come

“bande di contrazione” cioè affastellamenti delle fibre stesse lungo il loro asse corto, che si ritrovano, come vedremo, nella cardiomiopatia da stress o nella riperfusione che può seguire un infarto miocardico.

  • Le fibre miocardiche e la struttura del pane dell’ostia sono unite tra loro in modo inspiegabile. Il contattoreciproco tra i due tessuti avviene ad un livello microscopico tale che ad oggi, nessuno strumento, nessuna metodica umana potrebbe riprodurre una compenetrazione così profonda.

Per la prof.ssa Sobaniec-Lotowska è un dato sconvolgente, che esclude la possibilità di un artefatto umano. Infine, come già in altri miracoli eucaristici, è inspiegabile la persistenza del tessuto miocardico, come puredel pane azzimo che costituisce l’ostia: ancora integri, senza segni di corruzione o di degradazione, dopo tutto il tempo trascorso prima in acqua e poi all’aria, per mesi (e ora, per chi va in pellegrinaggio a Sokótka, peranni) e senza nessun conservante.

MIRACOLO EUCARISTICO DI LEGNICA:

  • BREVE RIASSUNTO DELL’ACCADUTO.

Natale del 2013, durante la messa, un’ostia consacrata cade accidentalmente a terra: dopo essere stata recuperata viene posta in un calice di metallo contenente acqua di rubinetto, per potersi sciogliere secondo la procedura prevista in questi casi, e il tutto è riposto nel tabernacolo. Il 5 gennaio 2014 il sacerdote più anziano della comunità controlla il calice, e si accorge che una piccola porzione dell’ostia si è distaccata e si è colorata di rosso. Dopo due settimane, la porzione colorata di rosso è ancora presente sulla superficie dell’acqua, mentre il resto della particola si è sciolto. Il vescovo di Legnica, monsignor Stefan Cichy, al corrente dei fatti, decide di istituire una commissione di quattro esperti per lo studio del fenomeno.

  • ANALISI

Nel 2017, a cura della diocesi di Legnica, è stato approntato un testo di riferimento che comprende le testimonianze originali e abbondante materiale iconografico.

Posso ora aggiungere qualche dettaglio sulle indagini scientifiche, comunicatomi personalmente dalla dott.ssa Barbara Engel, primario della Cardiologia di Legnica e membro della Commissione di studio istituita da mons. Cichy, e dalla dott ssa Anna Engel.

I campioni prelevati dal frammento di ostia erano quindici. le procedure di prelievo sono state eseguite alla presenza di testimoni e documentando fotograficamente ciascun passaggio. Si prepararono pure dei campioni di controllo con ostie e vino non consacrati e acqua di rubinetto. Si ebbe cura di impiegare ostie dello stesso lotto di produzione da cui proveniva la particola consacrata oggetto di esame. Inizialmente si fece riferimento all’Istituto di Medicina Legale della vicina Breslavia, e dalle analisi si stabilì quanto segue:

  • Si trattava di materiale degradato da importante autolisi e da prolungata permanenza in acqua; tuttavia, la morfologia meri al microscopio ricordava quella di un tessuto muscolare L’importante degradazionenon consentiva di ottenere una conferma con i marcatori immunoistochimici specifici per il tessuto muscolare.
  • Tale tessuto non era costituito da batteri. I batteri presenti rappresentavano solo una trascurabile contaminazione loca-le; in particolare non erano presenti batteri noti per produrre sostanze coloranti (ci siriferisce evidentemente alla Serratia marcescens).
  • Non era presente una significativa contaminazione fungina: infatti la colorazione argentica con ilmetodo di Grocott, specifica per funghi, lieviti, alghe e spore, dava esito nega-tivo.
  • Non si ottennero amplificazioni di DNA.
  • Tuttavia la trasformazione di un’ostia in un tessuto come quello descritto restava semplicemente inspiegabile.

Dopo qualche mese, la commissione di studio, non completamente soddisfatta dai risultati parziali di Breslavia, chiese un secondo parere alla Medicina Legale di Stettino, disponibile ad eseguire ulteriori indagini. Furono forniti gli stessi vetrini istologici già preparati e tutti i risultati ottenuti dai colleghi di Breslavia, Rispetto alie

prime indagini, si utilizzarono metodiche istopatologiche differenti e si cercò la presenza di DNA. In sintesi, siè potuto dimostrare ciò che segue.

  • Lo studio microscopico con luce ultravioletta e filo arancio consentiva finalmente di riconoscere l’originemiocardico consentiva finalmente di riconoscere l’origine miocardica del tessuto muscolare , conevidenti segni di frammentazione; le immagini ricordavano molto da vicino quelle ottenute a Sokólka.
  • Anche a Stettino la ricerca con marcatori immunoistochimici diede esito
  • Viceversa, si ritrovarono frammenti di DNA nucleare e mitocondriale, sufficienti per documentare senza dubbio l’origine umana del tessuto. Gli studiosi e la diocesi mantengono uno stretto riserbo sui dettagli, temendo incomprensioni e inopportuni

Come a Sokólka, nonostante l’aspetto macroscopico della reliquia si presenti come un coagulo di sangue, non sono state trovate cellule ematiche, e non e stata indagata l’eventuale presenza di antigeni ABO (in via teorica presenti, lo abbiamo visto a Lanciano, anche in cellule diverse dai globuli rossi

 

VIVO??

Si tratta di un dato veramente sconvolgente: tranne forse a Lanciano, dove il tessuto antico appare oggi come misteriosamente mummificato, gli altri quattro tessuti, nonostante la coesistenza di fenomeni di degradazione e di autolisi, presentano caratteristiche di indubbia vitalità. Vediamo di approfondire. In un’intervista registrata del 7 dicembre 2000, il dott. Lawrence, che sta studiando il campione di Buenos Aires del 1996, spiega che, in particolare, il suo vetrino ha fissato leucociti attivi e vivi al momento del prelievo. Aggiunge, fra l’altro, che è semplicemente inspiegabile come questi leucociti possano essere sopravvissuti per tre anni in acqua, senza dissolversi, quando normalmente questo avviene già dopo qualche minuto, al massimo un’ora, una volta separati dall’organismo vivente da cul provengono o dopo la morte di questo. Quattro anni dopo, di fronte allo stesso vetrino, abbiamo visto anche il prof. Zugibe esprimere lo stesso concetto. Commenta l’infiltrazione dei leucociti: «[che] normalmente non sono nel cuore, ma fuoriescono dal sangue e si dirigono nella sede di un trauma o di una ferita». Poi aggiunge: «Questo campione era vivo al momento in cui è stato prelevato!». Alla domanda «Ma quanto sopravvivrebbero questi leucociti se il tessuto venisse posto in acqua?» la risposta è la stessa del dott. Lawrence: «Si dissolverebbero in pochi minuti e non esisterebbero più». Più tardi preciserà che dopo un periodo così lungo in acqua, non solo sparirebbero i globuli bianchi, ma qualunque cellula umana perderebbe qualunque morfologia riconoscibile. A Tixtla un macrofago è colto addirittura in un momento in cui è attivo, e cioè mentre sta, come suo dovere, fagocitando materiale lipidico! La preparazione del vetrino ha interrotto proprio in quel momento la vita del macrofago e ne ha fissato per sempre l’aspetto dinamico e vitale: il citoplasma è ripieno di vacuolizzazioni lipidiche appena fagocitate. Va inoltre considerato che una reazione infiammatoria, così come la vediamo nei tessuti di Buenos Aires e Tixtla, è espressione di un organismo ancora vivente e in grado di coordinare una complessa cascata di eventi che coinvolgono diverse popolazioni cellulari opportunamente stimolate e attivate. Il miracolo, quindi, non consiste solo nella comparsa “dal nulla” di un particolare tessuto, nel nostro caso il miocardio, isolato e fuori contesto: il tessuto è vivente e funzionale perché misteriosamente collegato ad un organismo completo, anche se invisibile ai nostri occhi! I globuli bianchi, infatti, non vengono prodotti in loco, nel tessuto infiammato, ma arrivano da altrove, utilizzando una circolazione sanguigna funzionante, attratti dalla risposta infiammatoria. I leucociti ci parlano di un intero organismo che è vivo e che sta provvedendo a riparare un proprio tessuto infiammato e lesionato.

Sono evidenti, soprattutto a Sokólka e Legnica, dove i miociti sono meglio conservati, segni di frammentazione e segmentazione delle cellule miocardiche si descrivono nelle fibre anche bande di contrazione di necrosi;

È presente, a Buenos Aires e Tixtla, nella compagine del tessuto miocardico, una notevole infiltrazione leucocitaria.

A Lanciano, nonostante la mancata colorazione dei nuclei e l’assenza di striature, l’antico tessuto è chiaramente di natura mesodermale e presenta unioni sinciziali che le fibre realizzano (cito dal referto originale del prof. Odoardo Linoli) attraverso biforcazioni e reciproci congiungimenti, come è tipico delle cellule miocardiche. Un ulteriore reperto di pertinenza miocardica è la presenza di un lobulo di tessuto adiposo attraversato da fibre (cito ancora) che in esso si diramano, disperdendosi ed esaurendosi fra i lipociti. Ma non è solo l’aspetto microscopico che a Lanciano richiama il muscolo cardiaco: è l’intera struttura macroscopica della Carne che ricorda una sezione intera di cuore, completa di vasi arteriosi, venosi, nervo vago e parete endoteliale rivolta verso il lume interno. Il prof. Linoli condivide con il prof. Ruggero Bertelli di Siena la definitiva diagnosi di certezza: è cuore umano (lareazione immunologica di Uhlenhuth ne conferma l’appartenenza alla specie umana).

 

RISORTO?!

Nel 2023 il Dott.Serafini è  stato contattato da due tra i massimi esperti al mondo nel campo ultraspecialistico delle lesioni da folgorazione elettrica. Il prof. Giovanni Pierini e la prof.ssa Tiziana Balbi dell’Università di Bologna, medico legale lui e anatomo-patologa lei. Erano capitati casualmente sul libro, in un’edizione precedente, e qualcosa nelle immagini riprodotte dei vetrini istologici aveva prepotentemente attirato la loro attenzione. Non potevano credere ai loro occhi: nei campioni ottenuti dai miracoli eucaristici si possono cogliere alterazioni compatibili con i danni da elettrocuzione che normalmente si possono ritrovare nelle autopsie di chi ha subito uno shock elettrico. Sulle cellule muscolari, come quelle cardiache, l’effetto è quello dell’alternanza di aree di pallore del sarcoplasma (l’interno della cellula) alternate ad aree di acidofilia (quando i tessuti sono preparati per il microscopio), frammentazione e allungamento delle cellule stesse, presenza di bande di ipercontrazione, necrosi coagulativa e soprattutto ipercromia nucleare (accentuazione della colorazione dei nuclei delle cellule). E nei vetrini, in particolare di Buenos Aires e di Lanciano, l’occhio dell’esperto riconosce questi aspetti. Aspetti che nessuno aveva descritto in precedenza, poiché è di buon senso ammettere che si “vede” quello che si conosce e finora nessun esperto di lesioni elettriche aveva visionato queste immagini. Un meccanismo chiamato in causa nella deformazione delle cellule, con un loro forte allungamento fino ad assumere un aspetto aghiforme, è quello della perdita del calcio intracellulare. “tutto o niente” che, per esempio, colpisce una cellula, ma risparmia le cellule immediatamente adiacenti. Ciò potrebbe giustifica-re, in maniera originale, l’altrimenti inspiegabile eccesso di ione calcio nel sangue di Lanciano, come se questo calcio fosse proveniente dall’interno delle cellule sofferenti, beninteso invisibili. di quel Corpo. Sto pensando a cellule che dovevano essere lambite da quel Sangue per potervi riversare calcio… Vi è un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato. Tipica delle lesioni da elettrocuzione è la misteriosa e non lineare “scomparsa” di microscopiche aree di tessuto. Un intenso campo elettromagnetico può produrre cioè dei veri e propri “buchi” di assenza di materia delle dimensioni anche di un millimetro cubo. Al microscopio si riconosceranno, quindi, aree otticamente vuote, ma circondate, con contorni netti, da tessuto assolutamente indenne! I proff. Pierini e Balbi non hanno difficoltà a riclassificare aree descritte a Tixtla o a Lanciano come aggregati di cellule adipose come in realtà fenomeni di questa sfuggente, ma patognomonica, perdita puntiforme di sostanza. Ho passato parecchie ore con gli amici Giovanni e Tiziana a discutere di tutto questo. Ho potuto mostrare loro anche molte altre immagini, non pubblicate in questo volume, che hanno ulteriormente rafforzato il loro convincimento della coesistenza di segni di lesioni da folgorazione nei tessuti provenienti dai miracoli eucaristici. Ma perché, si starà chiedendo il lettore, nei tessuti dei miracoli eucaristici dovrebbero esserci questi segni di avvenuta elettrocuzione? Che cosa significano? Ricordo che nella sindonologia moderna si ipotizza che la formazione dell’immagine del Sacro Lenzuolo di Torino, ad oggi misteriosa e irriproducibile, sia da ricondurre a un qualche tipo di scarica di energia elevatissima e istantanea, coincidente con il ritorno alla vita dell’Uomo avvolto dal lenzuolo stesso.

 

 

 

i Vangeli secondo la scienza

i Vangeli secondo la scienza

In questo articolo analizzeremo in modo rigoroso il motivo per cui i Vangeli canonici sono riconosciuti come autentici dalla Chiesa e dalla comunità scientifica. Esamineremo come essi siano stati redatti da autori vissuti a stretto contatto con Gesù o con testimoni oculari della sua vita: persone che parlavano la stessa lingua, conoscevano i luoghi, le usanze, il contesto storico e religioso del tempo. Approfondiremo inoltre perché i Vangeli apocrifi non possono essere attribuiti a discepoli diretti né a figure realmente vicine agli eventi narrati. Grazie a studi filologici, storici, linguistici e a moderne metodologie scientifiche, vedremo come questi testi risultino nettamente più tardivi, distanti dai fatti e privi di continuità con la tradizione cristiana delle origini. Questo percorso ci permetterà di comprendere la solidità storica, la coerenza interna e l’affidabilità teologica dei quattro Vangeli, distinguendoli nettamente dalla letteratura apocrifa, che nasce secoli dopo con scopi diversi e non apostolici. Precisiamo che questo articolo costituisce un riassunto fedele e rispettoso del lavoro presentato nel volume “Gesù di Nazaret, una storia vera? I Vangeli alla prova della scienza” del Dott. Marco Fasol, al quale va un particolare ringraziamento: il suo contributo scientifico, storico e divulgativo ha reso possibile una sintesi chiara e comprensibile dei temi affrontati. Desideriamo anche rivolgere un invito sincero e trasparente ai lettori: chi volesse approfondire in modo completo molti altri temi affascinanti e complessi, troverà nel testo integrale del Dott. Fasol una fonte di studio estremamente ricca. Non siamo stati in alcun modo pagati o incentivati a suggerire il libro: la nostra intenzione è unicamente quella di offrire al lettore gli strumenti più validi per informarsi in modo approfondito, competente e serio.

 

I VANGELI E GLI AMANUENSI

È noto che i quattro Vangeli, di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, sono considerati le principali fonti storiche su Gesù di Nazaret e quindi la nostra ricerca scientifica deve partire proprio da questi testi, detti “canonici”. Le prime comunità cristiane hanno definito un canone, cioè una “regola” che individuava i testi conformi alla predicazione originaria. Vedremo che anche i vangeli apocrifi, scoperti soprattutto negli ultimi due secoli, costituiscono un’ulteriore fonte storica, che tuttavia non soddisfa i criteri di attendibilità scientifica. Approfondiremo la questione degli apocrifi e della definizione del canone nel settimo capitolo, mentre affrontiamo ora, in primo luogo, lo studio dei Vangeli canonici, dal momento che ormai gli studiosi sono concordi nel riconoscerli come le fonti storiche più antiche e attendibili. Una prima domanda riguarda l’antichità di composizione dei quattro Vangeli canonici e degli altri testi del Nuovo Testamento: Atti degli Apostoli, quattordici lettere attribuite tradizionalmente a Paolo, due lettere di Pietro, tre di Giovanni, la lettera di Giacomo, la lettera di Giuda Taddeo, l’Apocalisse, in tutto ventisette scritti.

Fino agli inizi del secolo scorso, alcuni storici pensavano che i Vangeli fossero stati scritti anche duecento anni dopo gli eventi. Questi studiosi parlavano dunque di favole popolari leggendarie, deformate dalla fantasia delle prime comunità ellenistiche, come affermavano, per esempio, Rudolf Bultmann o Martin Dibelius. Esamineremo più in dettaglio le loro teorie nel quinto capitolo, comunque è chiaro che le recenti scoper. te papirologiche e l’analisi linguistica del greco dei Vangeli hanno imposto invece una datazione anteriore, molto vicinaagli eventi.

La morte di Gesù è avvenuta per crocifissione, presso Gerusalemme, probabilmente nell’anno 30. Su questo dramma non ci sono dubbi tra gli studiosi, anche non credenti. Può esserci un’oscillazione cronologica di qualche anno perché erano in uso calendari diversi, ma questo evento è attestato sia da tutti gli scritti del Nuovo Testamento sia da storici laici, come Tacito e Giuseppe Flavio, sia da tutti gli scrittori cristiani dei primi due secoli, quali Giustino di Sichem, Papia di Gerapoli, Ignazio di Antiochia, Ireneo di Lione… Dopo questo evento la comunità dei credenti ha diffuso il lieto annuncio, a partire da Gerusalemme per poi raggiungere Antiochia, Damasco, Atene, Roma, Alessandria d’Egitto e altre città del Mediterraneo.

È questa la fase della sola predicazione orale, tipica delle civiltà antiche. Possiamo dire che la biblioteca dell’uomo comune era la memoria, aiutata da alcune tecniche che la facilitavano. nel giudaismo dell’epoca la tradizione orale veniva tramandata seguendo

regole precise e rigorose di fedeltà. E quindi verosimile che anche le prime comunità cristiane abbiano rispettato questa prassi di trasmissione fedele delle parole del maestro, sotto la guida dell’autorità degli Apostoli. La struttura linguistica dei Vangeli, come vedremo, lo conferma.

 

PAPIRI, CODICI E PERGAMENE

Nel mondo greco-romano le opere letterarie erano generalmente trascritte su un rotolo di papiro (palma egizia) o su pergamena (cartapecora) e quasi tutti i manoscritti del Nuovo

Testamento ci sono pervenuti su questi.

Le prime copie dei Vangeli sono state trascritte su papiri che venivano arrotolati su un bastoncino (di qui il nome di volumen, “ciò che si svolge e si riavvolge”).

già dalla fine del I secolo, si cominciò a scrivere anche su fogli di pergamena, detta anche cartapecora. Era ricavata da pelle di pecora, capra, vitello…. Si capì che rispetto al rotolo (volumen) era più comodo e maneggevole consultare un testo se era scritto su fogli di formato quadrato o rettangolare da collocare poi l’uno accanto all’altro ripiegando in due o in quattro. Nacquero così i cosiddetti quaderni (parola che deriva da quaternio, un foglio più grande ripiegato in quattro parti).

Nelle prime comunità cristiane il lavoro degli amanuensi era una delle occupazioni più importanti, perché la trascrizione frequente dei testi sacri era necessaria, dal momento che il papiro si sbriciolava facilmente e anche la pergamena si deteriorava per l’uso quotidiano. Si deve aggiungere che nei primi tre secoli di persecuzioni, i cristiani non solo venivano uccisi, ma venivano spesso anche costretti a consegnare i manoscritti dei testi sacri, che venivano bruciati o distrutti. Era dunque necessario preparare sempre nuove copie di questi libri preziosi.

La produzione di copie dei libri del Nuovo Testamento si moltiplicò soprattutto dopo l’editto di Costantino, che permetteva la libertà per i cristiani. Si diffusero dunque i laboratori librari commerciali o scriptoria. Alcuni amanuensi, seduti nella sala di lavoro dello scriptorium, muniti ciascuno di pergamena, penne e inchiostro, scrivevano una copia del libro da ripro-durre, mentre il lector leggeva lentamente ad alta voce il testo dal suo esemplare. È chiaro che gli errori di trascrizione erano inevitabili. C’erano comunque i correttori, persone incaricate di rileggere il testo per rettificare gli errori di copiatura; spesso con annotazioni in calce al manoscritto.

 

IL TESTO ANTICO PIÙ DOCUMENTATO

A questo punto ci domandiamo quanti siano i manoscritti pervenuti a noi, sopravvissuti alle traversie della storia: distruzioni, saccheggi, incendi, alluvioni… È chiaro che quanto maggiore è il numero di manoscritti, tanto più si dice che il testo è ben documentato. Per esempio, dell’Iliade e dell’Odissea ci sono rimasti circa seicento manoscritti. È un record! Infatti, tutti gli altri testi antichi extrabiblici hanno un numero molto inferiore di manoscritti, generalmente nell’ordine di alcune decine. Le opere di numerosi autori antichi sono conservate con un esilissimo filo di trasmissione, per esempio per i primi sei libri degli Annales di Tacito abbiamo un solo codice risalente al IX secolo.

E quanti sono i manoscritti del Nuovo Testamento? Una quantità straordinaria! Abbiamo infatti più di 5.300 manoscritti greci, ottomila manoscritti latini, almeno duemila o tremila traduzioni in lingue antiche quali armeno, siriaco, copto… (deve ancora essere completata la catalogazione, perché spesso queste ultime versioni erano in territori dell’ex Urss, a cui per motivi ideologici era impedito l’accesso agli studiosi).

Complessivamente, dunque, più di quindicimila manoscritti.

Per quanto riguarda i manoscritti greci possiamo distinguere, per la precisione, i seguenti dati: 125 Papiri antichi, 274 Codici onciali (generalmente sono i più antichi, scritti in lettere maiuscole = onciali), 2.795 Codici in minuscola, 2.209 Lezionari

Questi manoscritti sono conservati in diverse biblioteche del mondo. La raccolta più ricca è quella del Monte Athos (dispersa però in diversi monasteri), che comprende più di cinquecento codici, molti dei quali sono piuttosto recenti. Seguono poi le biblioteche di Atene, con 419 codici, Parigi con 373, Roma (specialmente la Biblioteca Vaticana) con 367 co-dici, Londra con 271, San Pietroburgo con 233 e il monastero del Monte Sinai con 230. 158 sono conservati a Oxford e 146 a Gerusalemme.

A questo punto un lettore contemporaneo potrebbe obiettare: «Gli amanuensi erano spesso monaci benedettini, allora chissà quanti miracoli o racconti leggendari si sono inventati per suggestionare il popolo ignorante!». Gli studiosi che hanno consultato migliaia di manoscritti possono ribattere facilmente: «Dove sono mai le presunte manipolazioni, aggiunte,

rifacimenti di cui parlano certi giornalisti come Corrado Auias, se tutti i manoscritti riportano lo stesso testo, parola per parola?».

Gli amanuensi, infatti, hanno voluto rispettare con la massima fedeltà il testo originale, senza aggiungervi niente. Evidentemente, erano consapevoli dell’importanza decisiva di quello che scrivevano per le generazioni future. Notate poi che gli amanuensi non avevano certo a disposizione le moderne tecniche comunicative! Non potevano certo telefonarsi per concordare aggiunte o manipolazioni! Lavoravano chiusi nelle loro stanze (scriptoria), in luoghi diversi, come Roma, Atene, Antiochia, Alessandria d’Egitto, Damasco… in epoche diverse e hanno copiato i testi con una fedeltà straordinaria.

Ciascun manoscritto conferma ed è confermato da tutti gli al-tri. Questo rispetto rigoroso nella trasmissione scritta è una conferma dell’analogo rispetto rigoroso nella trasmissione orale, che approfondiremo nel prossimo capitolo. Se nessuno, dunque, ha mai dubitato sull’autenticità di Platone o di Tacito, a maggior ragione nessuno dovrebbe dubitare sulla fedeltà di trasmissione dei testi evangelici, che hanno migliaia e migliaia di copie manoscritte. Si noti inoltre che ai più di quindicimila manoscritti neotestamentari si devono aggiungere tutte le citazioni degli scrittori cristiani dei primi tre secoli (Giustino, Ireneo, Clemente romano e Clemente alessandrino, Origene, Tertulliano ecc.), diffuse in tutto il mondo antico, dall’Europa al Nord Africa, all’Asia occidentale: più di ventimila citazioni! Al punto che sarebbe possibile ricostruire quasi tutto il nuovo Testamento semplicemente raccogliendo insieme queste citazioni antiche.

 

L’ANTICHITA’ DEI MANOSCRITTI

Per lo stesso Dante, che è un autore molto più recente, non possediamo il manoscritto autografato completo della Divina Commedia. Comunque, questa perdita è per il nostro caso di scarsa rilevanza, perché con quindicimila manoscritti tutti concordanti non possiamo aver dubbi sulla fedeltà di trascrizione dall’autografo originale.

Se si escludono i Vangeli, l’autore classico del quale ci è pervenuto il manoscritto più antico è Virgilio, di cui ci è rimasto un brevissimo frammento copiato circa 350 anni dopo la morte del poeta. Per tutti gli altri autori classici la distanza tra l’originale e il manoscritto più antico è di almeno cinque o sei secoli, per Aristotele e Platone supera i mille anni di distanza.

Per i Vangeli questa distanza si riduce a pochi decenni per i manoscritti più antichi! Possediamo infatti frammenti di papiro già a partire dal II secolo d.C., cioè circa trenta-cin-

quant’anni dopo la scrittura del Quarto Vangelo.Il manoscritto più antico dei Vangeli è probabilmente il Papiro Rylands (P 52), un frammento delle dimensioni di una carta di credito, conservato nella J. Rylands Library di Manchester, pubblicato nel 1934. Contiene 114 lettere greche, che riportano il testo di Gv 18, 31-33 (recto) e Gv 18, 37-38 (verso) e risale al 125 circa d.C. secondo la datazione dell’autorevole prof. Colin H. Roberts. È stato ritrovato in Egitto, tra i bagagli di un soldato, che portava con sé il Vangelo di Giovanni in formato tascabile. Il papiro attesta che il Quarto Vangelo fu composto alla fine del I secolo, perché per arrivare da Efeso – dove fu scritto l’originale – all’Egitto dovette intercorrere circa una generazione. Il testo riportato in questo frammento corrisponde perfettamente, parola per parola, al testo del Vangelo di Giovanni che leggiamo noi oggi. Quindi questo Vangelo non poteva esser stato scritto dopo duecento anni dagli eventi, come sostenevano gli inventori dell’ipotesi mitica e delle “leggende popolari”

Altro manoscritto antichissimo è il Papiro Bodmer II (P

66), pubblicato nel 1956. Contiene quasi per intero il Vangelo di Giovanni, in 104 pagine di cm 11 x 14. La pubblicazione di questo papiro ha suscitato grande interesse da parte degli studiosi perché, secondo la datazione del papirologo Herbert Hunger di Vienna, il frammento risale a non oltre le metà del Il secolo. Anche questo testo concorda perfettamente con i manoscritti maggiori del IV secolo (Codice Vaticano, Sinaitico, Alessandrino ecc.) e dimostra pertanto la fedeltà degli amanuensi di cui abbiamo parlato.

Un testo più controverso è il celebre Papiro 7Q5, scoperto nella grotta settima di Qumran, nel 1955 e conservato nella Rockfeller Library di Gerusalemme. Ha le dimensioni di un francobollo e contiene solo undici lettere alfabetiche complete e altre otto parziali, disposte su cinque righe. È stato il papirologo spagnolo José O’ Callaghan, nel 1972, a formulare l’ipotesi di decifrazione del testo. La scienza informatica ci ha dato poi una mano! Nel Thesaurus Linguae Graecae dell’Università Irvine della California, infatti, sono state informatizzate le opere della letteratura greca, complessivamente 91 milioni di parole. Confrontando la disposizione delle lettere del papiro

705 con questo Thesaurus risultava compatibile solo il testo di Mc 6, 52-53. Il 705 risale al 50 d.C., in base allo stile paleografico, il cosiddetto ornato erodiano. tutti i manoscritti di Qumran, il 7Q5 non può essere posteriore al 68 d.C., anno in cui la comunità essena venne massacrata dalla legione romana Fretensis, durante la guerra giudaica.

MANIPOLAZIONI DEGLI AMANUENSI?

Abbiamo già visto che gli studiosi dei manoscritti hanno categoricamente smentito le ipotesi di aggiunte o manipolazioni, dal momento che possediamo migliaia di codici evangelici, che concordano tutti nel riportare lo stesso testo. È chiaro che, confrontandoli, riscontriamo errori di copiatura. Infatti, la riproduzione a mano, lettera per lettera, comportava immancabilmente errori umani, momenti di stanchezza, sviste, difetti nell’audizione, se il testo veniva dettato. Così avveniva che uno scriba saltasse, per esempio, da una parola simile a un’altra scritta subito dopo (errore di omoteleuto). Oppure che scambiasse il suono della vocale “e” con la vocale “i” (errore di itacismo). O che confondesse due consonanti dentali, scambiando la lettera “d” con la lettera “i” (errore di disortografia).

Pertanto, i manoscritti antichi non sono mai del tutto perfettamente identici. Un buon amanuense fa mediamente un errore ogni venti righe. Se i manoscritti sono migliaia, è chiaro che ci saranno migliaia di errori e di varianti. Ma questi errori – questo è decisivo e non intaccano mai i contenuti essenziali, che sono sempre gli stessi. Gli amanuensi trascrivevano a Roma, Atene, Antiochia, Damasco, Alessandria d’Egitto… non potevano certo mettersi d’accordo su manomissioni o aggiunte.

Questa concordanza dei codici ha permesso agli studiosi di definire il testo standard del Nuovo Testamento!

Gli studiosi di critica testuale neotestamentaria sono giunti a conclusioni radicalmente opposte. I filologi Kurt e Barbara Aland, considerati tra i massimi esperti a livello mondiale, nell’opera che riassume la loro vita di studiosi, Il Testo del Nuovo Testamento, hanno confrontato le sette versioni del Nuovo Testamento pubblicate negli ultimi cento anni. Sui 7.947 versetti del Nuovo Testamento, almeno cinquemila sono perfettamente identici.

ANALISI FILOLOGICA DI: Joachim Jeremias, James Dunn, Pierre

Grelot, John Paul Meier.

Una prima evidenza immediata di questo substrato è costituita dalle parole aramaiche o ebraiche che sono rimaste non tradotte nel testo greco. Erano parole-chiave rimaste indelebili nella memoria dei discepoli di madrelingua semitica, al punto che le ricordavano anche a trenta o quarant’anni di distanza e non hanno voluto tradurle perché risuonassero tali e quali in tutto il mondo antico. Jeremias ha conteggiato almeno ventisei parole aramaiche senza includere i nomi propri.

Tra le parole aramaiche, forse la più importante è l’invocazione con cui Gesù si rivolgeva al Padre, chiamandolo Abbà (papà, babbo) (Mc 14, 36). Nessuno mai, nell’immenso patrimonio delle preghiere liturgiche e private dell’ebraismo del I millennio, aveva osato rivolgersi a Dio con la confidenza e fiducia filiale del bambino che lo chiamava Papà. Come scrive Jeremias:

“Per la sensibilità giudaica sarebbe stato indecoroso e inammissibile rivolgersi a Dio con questo vocabolo familiare. Gesù ha portato un’innovazione assoluta, ha parlato a Dio come il fanciullo parla con suo padre, con la stessa semplicità, la stessa intimità, lo stesso abbandono fiducioso”.

Morfo-sintassi dei vangeli, un segno che siano stati scritti da persone madrelingua semitica:

  • Parallelismi antitetici: due frasi che ripetono lo stesso messaggio, formulato prima in forma negativa e poi in forma positiva. Es. «Non sono venuto per essere servito // ma per servire».
  • Parallelismi sinonimici: la stessa idea viene ripetuta “in parallelo” con due proposizioni affermative«Chiedete e vi sarà dato // cercate e troverete / bussate e vi sarà aperto».
  • Passivi teologici: morfologica originale e innovativa: oltre cento passivi teologici. «coloro che piangono…saranno consolati»
  • Costruzione paratattica e ridondante: si intende una sequenza di proposizioni coordinate, tutte sullo stesso piano, quasi recitative, collegate tra di loro con semplici congiunzioni copulative o addirittura senza congiunzioni (per asindeto): «Beati i pove-ri… Beati gli affamati di giustizia… Beati..›.
  • Le parabole: Le parabole narrative sono un’altra prova della fedeltà alla predicazione originale del Maestro che ha creato uno stile codianti, tipica dell’oralità semitica, nella descrizione del padre che accoglie il ritorno del figlio: «Quando [il figlio] era ancora lontano, suo padre lo vide, si commosse, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,) Con cinque verbi, in sequenza paratattica, il Maestro è riuscito a imprimere nei discepoli un’immagine di straordinaria efficacia.

CONCLUSIONI SUL CRITERIO LINGUISTICO

Si deve infine osservare, da un punto di vista della struttura del periodare evangelico, che i discorsi (logia) di Gesù sono strutturati per la maggior parte in una forma breve, la forma preferita dai rabbini, che ritenevano giustamente che una frase sintetica fosse più facilmente memorizzabile.

l’annuncio della risurrezione non avrebbe potuto reggere neppure un pomeriggio se non ci fosse stato davvero il sepolcro vuoto, visibile a tutti, la Sindone e il Suda-rio, e se non ci fossero state davvero le apparizioni del Risorto.

E così i miracoli pubblici della moltiplicazione dei pani, della guarigione del cieco nato presso il Tempio di Gerusalemme, della risurrezione di Lazzaro, nonché i miracoli compiuti dagli Apostoli dopo la risurrezione, descritti nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Erano tutti eventi che i contemporanei avrebbero potuto facilmente smentire, coprendo di ridicolo gli evangelisti se i loro racconti fossero stati falsi o inventati. Gli stessi oppositori di Gesù riconoscevano le sue opere miracolose e lo accusavano di compierle in nome di Beelzeboul, il capo dei demoni (Mt 12, 24. Cfr Mc 3, 22 e Lc 11, 15. 18).

Abbiamo così esaminato i primi due pilastri dell’attendibilità dei Vangeli, cioè la certezza che i testi che leggiamo oggi sono veramente quelli scritti alle origini del cristianesimo e la conferma filologica che gli autori dei Vangeli hanno riferito fedelmente i fatti con uno stile linguistico originale. Queste due argomentazioni vengono anche definite come “criteri esterni” di attendibilità storica, nel senso che non entrano all’interno dei contenuti narrati, ma si limitano a considerare gli elementi esterni alla narrazione. Riguardano infatti la fedeltà di trasmissione dei manoscritti, l’analisi filologica nel contesto delle lingue parlate in quell’epoca e in quell’ambiente.

Vedremo ora i “criteri interni”.

INDAGINE LAICA SULLA RESURREZIONE

Prima certezza storica: la crocifissione. Cerco di chiarire la metodologia di questa ricerca “laica”. In ogni indagine storica, il ricercatore ha a disposizione una molteplicità di documenti che deve selezionare e correlare allo scopo di individuare le cause e le conseguenze degli eventi. Lo storico, dunque, non è mai un registratore passivo di eventi, ma un elaboratore originale di connessioni causali. Ha a disposizione un mare immenso di documenti, tra i quali cerca di individuare un filo rosso di connessioni che rendano comprensibile la successione degli eventi. Questa elaborazione può dirsi oggettiva e non ideologizzata, se seleziona eventi e documenti di ragionevole certezza storica. In altre parole, l’indagine può dirsi “laica” se prescinde dai pregiudizi, dalle ideologie, dalla fede personale, per fondarsi esclusivamente su eventi storici oggettivi, attestati da documenti unanimemente riconosciuti, contestualizzati nella cornice culturale dell’epoca.

Iniziamo dunque la ricerca da una certezza storica riconosciuta all’unanimità da tutte le fonti a nostra disposizione:

Gesù Cristo è morto in croce. Lo attestano i quattro Vangeli, tutte le lettere di san Paolo e tutti gli altri libri del Nuovo Testamento. Ne parlano anche fonti non cristiane quali Giuseppe Flavio e Tacito. E in generale tutti gli autori cristiani, a partire dai più vicini all’evento. Che Gesù sia stato crocifisso è uno degli eventi più sicuri della storia antica.

L’IDEA VERGOGNOSA DELLA CROCIFISSIONE

san Giustino, uno dei primi autori cristiani, nel Dialogo con Trifone, 89.90 D.C, scrive che ovunque vi fossero ebrei la croce veniva considerata uno scandalo. I pagani la consideravano invece una “pazzia”, perché le divinità avevano poteri sovrumani e non si lasciavano certo schiacciare dai potenti della terra. La croce era segno di impotenza e diventava oggetto di derisione. La filosofia greca, da Platone ad Aristotele, a Epicuro… considerava ovvia l’idea dell’impassibilità degli dèi, che Aristotele ed Epicuro consideravano estranei alla vita degli uomini, per cui l’idea cristiana del Figlio di Dio morto in croce era del tutto incredibile. Infatti credere che il Figlio unico e preesistente di Dio, unico e vero mediatore della creazione e Salvatore del mondo, era nato in tempi recenti, in una regione sperduta della Galilea, membro dell’oscuro popolo dei giudei, e, peggio ancora, aveva subito la morte come un volgare criminale […] era una fede che veramente non poteva essere considerata se non come segno di follia. Le divinità della Grecia e di Roma si distinguevano dagli uomini mortali perché erano immortali, non avevano assolutamente nulla in comune con la croce. segno di infamia […]. Un Messia crocifisso non poteva che rappresentare una contraddizione in termini per chiunque fosse invitato a credere in un simile messaggio

L’archeologia e la storia dell’arte confermano questo scandalo della croce. Bisogna infatti arrivare all’inizio del IV secolo, con il ritrovamento della croce da parte di sant’ Elena,

madre di Costantino, perché la croce venga valorizzata e diventi segno di vittoria per Costantino. Ed è sorprendente che il Crocifisso venga rappresentato per la prima volta solo ne. 450 circa.

Naturalmente, mentre la morte in croce è un evento naturale che quindi non crea problemi di credibilità; invece, la risurrezione implica l’irruzione nella storia di un intervento soprannaturale, unico in assoluto. Quindi il giudizio di certezza storica riguarda solo la documentazione scritta e rimane distinto dalla libera scelta personale, che può ritenere insufficiente questo criterio. Diventano allora importanti gli altri criteri.

criterio di discontinuità/continuità: sul quale vi è pure un consenso unanime tra gli studiosi dei Vangeli. Si può formulare così: quando un evento, un racconto o un discorso risulta in continuità con il contesto storico e culturale dell’epoca e nel contempo rivela elementi di novità e originalità rispetto a questa tradizione, allora è storicamente attendibile.

criterio dell’imbarazzo: molto valorizzato ad esempio da Meier, che lo cita addirittura come il primo criterio di attendibilità storica. Come abbiamo già notato, infatti, i Vangeli ci raccontano anche le colpe e i difetti degli autori stessi. Gli evangelisti hanno raccontato anche fatti imbarazzanti che avrebbero potuto tacere per rendere umanamente più verosimile il racconto. Es” hanno descritto il pianto di Cristo,

¡ loro difetti personali e le loro colpe, come il chiedersi chi fosse il più grande di loro, il rinnegamento di Pietro, la loro mancanza di fede durante la passione, hanno fatto conoscere le sofferenze e le umiliazioni del Maestro… Hanno scritto che le prime testimoni della risurrezione furono le donne, benché la testimonianza femminile non fosse giuridicamente accettata in quell’epoca.” Gli evangelisti non volevano, insomma, adattare il racconto agli ascoltatori per renderlo più umanamente accettabile, ma hanno deciso di raccontare i fatti per quello che erano,

criterio di coerenza narrativa: Prendiamo in considerazione il racconto dei Sinottici. Se cancellassimo i miracoli, non si capirebbe la fede degli Apostoli e dei discepoli in Gesù, né l’esaltazione delle folle che lo acclamarono come Messia, né lo scontro con il ceto dirigente e con il Sinedrio, invidioso per il successo di Gesù, e neppure la polemica sui miracoli compiuti in giorno di sabato. Inoltre, si deve tener presente che il popolo ebraico aveva una concezione così elevata di Dio da non poter mai riconoscere come Dio un uomo, se non davanti a segni veramente miracolosi. Senza i miracoli il racconto dei Sinottici sarebbe dunque incomprensibile.

LO SCONVOLGENTE CAPOVOLGIMENTO

Come già sappiamo «La croce continuò a essere di imbarazzo per i cristiani anche dopo l’esperienza pasquale e per lungo tempo».

La comunità dei discepoli inizia a vivere il messaggio morale di Gesù, nell’amore fraterno, nella condivisione dei beni, nella preghiera comune di lode (At 4, 32). Lo scoraggiamento della croce viene sostituito dalla fiducia e dall’adorazione del   Maestro risorto che viene proclamato come Kyrios, il Signore, il Figlio di Dio. Le profezie, che sembravano incomprensibili e smentite, vengono invece spiegate nei primi discorsi di Pietro, riferiti nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli. Le tre grandi direttive profetiche che preannunciavano il Messia come figlio di Davide.

Il Risorto dimostra la vittoria dell’amore donativo (agape) che si sacrifica per convertire il peccatore. Non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Come ricordavo nel terzo capitolo, noi che veniamo dopo duemila anni possiamo comprendere lucidamente il senso di queste profezie: i potenti di allora, Pilato, Caifa, Erode, Tiberio…, sono stati sconfitti dalla storia, mentre il Crocifisso, il servo sofferente di Dio, è

otra di Dai.

da duemila anni il vincitore! Solo ora possiamo capire in che senso il Messia ha «frantumato come vaso d’argilla»» (Sal 2,9) i re della terra.

E come hanno potuto capirlo i discepoli, duemila ani fe, dopo che il Maestro era stato umiliato e crocifisso? La sola spiegazione possibile è che abbiano visto davvero che il Crocifisso era risorto e abbiano ascoltato le sue spiegazioni (Le24, 45).

Negare dunque l’evento delle apparizioni del Risorte significa non solo andare contro tutti i documenti che ci sono pervenuti, ma anche rendere totalmente incomprensibile la svolta epocale che ne è seguita.

Scrive Martin Dibelius, collaboratore di Bultmann:

“Deve essere subentrato qualcosa che in breve tempo non solo cambiò completamente lo stato d’animo dei discepoli, ma li rese anche capaci di svolgere una nuova attività e di fondare la primitiva comunità cristiana. Questo qualcosa è il nucleo storico della fede pasquale.”

Il gesuita australiano Gerald O’ Collins, docente universitario a Boston, Melbourne e Roma, coordinatore di un Convegno ecumenico sulla risurrezione, precisa:

“Si deve aggiungere a quanto dice M. Dibelius, che Gesù mori di una morte vergognosa e scandalosa. In seguito, nonostante la crocifissione, i discepoli cominciarono a diffondere il cristianesimo nel nome di colui che era stato così ignobilmente sconfitto. “

Anche Hans Küng cerca di rendere giustizia al rovesciamento veramente straordinario che avviene nell’atteggiamento dei discepoli.”

Lo storico Giorgio Jossa, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Napoli, dichiaratamente laico, scrive:

“ È successo qualcosa dopo la morte di Gesù. Per il credente, Gesù è resuscitato. Lo storico non può affermarlo. Può dire:

«I discepoli hanno avuto un’esperienza straordinaria; si è verificato un evento che ha ridato senso alla loro missione».

Abbiamo già visto nel terzo capitolo l’analoga opinione della storica Paula F. Fredriksen, dell’Università ebraica di Gerusalemme, il riconoscimento di David Flüsser, pure docente nella stessa Università ebraica, e la testimonianza dello storico

ateo Gerd Lüdermann.

 

I VANGELI APOCRIFI E GNOSTICI

Un primo criterio laico di attendibilità storica è l’antichità della fonte. È chiaro che una fonte più antica è più vicina agli eventi e più difficile da manipolare o alterare. I Vangeli canonici sinottici sono stat scritti in un periodo compreso tra i venti e i cinquant’anni dagli eventi, quando molti testimoni oculari erano ancora in vita e quindi avrebbero potuto smentirli. Al contrario, i manoscritti dei vangeli gnostici di Nag Hammadi sono del IV secolo, quindi sono stati scritti a più di trecento anni di distanza! Questo criterio dell’antichità è stato messo in discussione da alcuni storici, perché può essere che la stesura dell’autografo originario sia antecedente al manoscritto più antico che ci è rimasto. Per esempio, alcuni storici fanno risalire una parte dei detti del vangelo apocrifo di Tommaso anche alla fine del I secolo. Per questo diventa importante ricorrere anche agli altri criteri.

Un secondo criterio laico di attendibilità storica è quello dell’analisi linguistica. In questo capitolo intendo approfondire proprio questo aspetto filologico che mi sembra decisivo per chiarire i motivi per cui i vangeli apocrifi sono stati esclusi dal canone. Come abbiamo visto nel secondo capitolo, i Vangeli canonici hanno lessico e strutture sintattiche di origine ebraica o aramaica. Ricordiamo le ventisei parole aramaiche, i centotrenta parallelismi antitetici, i parallelismi sinonimici, i cento passivi teologici, la frequente struttura paratattica, le ripetizioni per favorire la memoria e altri semitismi. I Vangeli canonici furono dunque pensati in aramaico, fedeli alla predicazione nella madrelingua del Maestro.

Negli apocrifi, invece, non troviamo niente di tutto questo. Soprattutto nei vangeli gnostici, scritti in lingua copta, ma anche negli altri apocrifi, emerge un lessico neoplatonico, assolutamente estraneo all’aramaico. Troviamo termini come sizigie, emanazioni, eoni, camera nuziale, arconti, regno di Barbelo e altre divinità egizie… Vengono addirittura divinizzate le stelle con nomi propri assolutamente estranei all’ebraico, considerati blasfemi per l’ebraismo. Inoltre, mancano quei parallelismi che abbiamo visto essere una traccia tipica della predicazione del Maestro.

Anche ‘analisi lessicale dei nomi propri di persona ci offre un’altra informazione molto importante. Negli apocrifi mancano i riferimenti ai grandi protagonisti dell’Antico Te-

stamento. Nei vangeli gnostici, incredibile a dirsi, non troviamo alcun riferimento alla storia della salvezza. Il confronto è sconfortante per i difensori degli apocrifi: nei Vangeli canonici vengono citati in continuazione i grandi personaggi biblici, imprescindibili per qualsiasi ebreo: Abramo viene citato trentatré volte, Mosè trentasette volte, Davide trentotto volte, Isaia tredici volte. Negli apocrifi, invece, nessuna citazione! Si tratta di una scoperta decisiva per smascherare i veri autori degli apocrifi. Evidentemente non erano ebrei e quindi non potevano essere testimoni diretti della vita e della predicazione del Maestro. Il Gesù degli apocrifi gnostici addirittura non dice una parola sulla storia della salvezza che era il patrimonio più prezioso per ogni ebreo. Il Gesù degli apocrifi è una finzione letteraria, una contraffazione elaborata da autori estranei al giudaismo, con una filosofia che, come vedremo, è astorica, atemporale, agli antipodi dell’ebraismo e del cristianesimo.

Un terzo criterio laico di attendibilità storica è quello della molteplice attestazione. Le notizie sono più attendibili se riportate da più fonti indipendenti. Numerosi racconti favolosi e leggendari degli apocrifi si trovano solo in qualche manoscritto isolato. Invece, gli eventi centrali della vita di Gesù sono attestati da tutti i libri del Nuovo Testamento, dagli scrittori dei primissimi secoli e anche da parecchi apocrifi. E non dimentichiamo che gli apocrifi hanno spesso un solo manoscritto e per di più incompleto, ovviamente di diffusione molto circoscritta. I Vangeli canonici hanno più di cinquemila manoscritti greci e ottomila manoscritti latini e tutti concordanti, come abbiamo visto nel primo capitolo, e diffusi in tutto il mondo antico, da Roma ad Atene, Alessandria, Antiochia…

Infine, un quarto criterio laico di attendibilità storica è l’analisi dei contenuti culturali. Gli apocrifi gnostici manifestano chiaramente una visione del mondo, una filosofia, assolutamente estranea all’ebraismo. La concezione gnostica è politeista,

astorica, critica nei confronti della materialità, completamente estranea e anzi incompatibile con il contesto culturale e lessicale dell’ebraismo, che ha invece una concezione storica, non dualistica, quindi valorizzante anche la corporeità dell’essere umano. L’etica gnostica è decisamente intellettualistica, per cui pone la piena realizzazione dell’essere umano nella conoscenza della mitologia gnostica, accessibile solo a una ristrettissima cerchia di iniziati. Al contrario, l’etica cristiana pone la salvezza, ossia la piena realizzazione di sé, nell’amore e nella buona volontà e quindi rende accessibile a tutti la santità morale, indipendentemente dalla cultura. Ancora: nella gnosi la femminilità viene addirittura disprezzata.