San Leopoldo Mandić

San Leopoldo Mandić

Breve storia

 Bogdan Mandić nacque il 12 maggio 1866 a Castelnuovo di Cattaro (oggi Herceg Novi, in Montenegro), in una famiglia cattolica di origine croata. Fin da bambino manifestò una profonda sensibilità spirituale e un desiderio ardente di diventare sacerdote per favorire la riunione dei cristiani d’Oriente e d’Occidente, divisi da secoli.

A sedici anni entrò tra i Frati Cappuccini a Padova, assumendo il nome di Leopoldo di Castelnuovo. Era di statura molto piccola, di salute fragile e balbettava, ma la sua anima era grande: colma di amore, pazienza e umiltà.

Per oltre quarant’anni visse quasi sempre nello stesso convento di Padova, dedicandosi totalmente al ministero della confessione. Trascorreva anche dodici ore al giorno nel suo piccolo confessionale, accogliendo chiunque con infinita dolcezza e compassione. Amava ripetere:

«Io non posso negare il perdono a chi lo chiede.

Se il Signore lo fa, perché non dovrei farlo io?»

Per questo molti lo chiamavano “il santo della misericordia” o “il confessore della bontà di Dio”. Non giudicava mai nessuno: ascoltava, consolava, incoraggiava e restituiva speranza alle anime più ferite.

Leopoldo desiderava partire come missionario nei Paesi dell’Est per lavorare all’unità dei cristiani, ma la sua salute glielo impedì. Accettò questa rinuncia con umiltà, dicendo:

«Il mio Oriente è qui, in confessionale.»

E proprio in quella piccola stanza povera realizzò una missione immensa: diventare un ponte di misericordia tra Dio e gli uomini.

San Leopoldo morì il 30 luglio 1942, dopo aver detto ai confratelli:

«La Madonna verrà a prendermi; sto per andare verso la casa del Padre.»

Pochi mesi dopo la sua morte, durante i bombardamenti di Padova, il convento venne distrutto, ma la sua cella-confessionale rimase intatta, segno per molti della protezione divina e della permanenza della misericordia.

La beatificazione

Due miracoli riconosciuti

1. Guarigione di Elsa Raimondi

Elsa Raimondi nacque a Cavazzana di Lusia (Rovigo) il 30 giugno 1922. Il 6 giugno 1944 fu operata di appendicite ed ernia inguinale all’ospedale di Lendinara. In seguito a febbre persistente e dolori continui, il 16 aprile 1946 venne sottoposta a un nuovo intervento, che rimase solo esplorativo perché si rivelò una grave peritonite tubercolare. Fu dimessa con prognosi infausta, costretta all’immobilità a letto.

Il parroco del paese le parlò di padre Leopoldo e la esortò a pregare. Il 30 luglio, insieme ad altre persone, iniziò una novena chiedendo la guarigione per intercessione di padre Leopoldo presso la Madonna del Pilastrello, venerata nel vicino santuario di Lendinara, la cui festa cade il 12 settembre.

Al termine della novena, Elsa affermò di aver visto padre Leopoldo che, alla sua domanda se sarebbe guarita il 12 settembre, rispose:

«Sì, sì, sì.»

Fino a quel giorno le sue condizioni peggiorarono e anche un pellegrinaggio al santuario non portò sollievo. Ma la sera del 12 settembre, Elsa udì una voce interiore che le ordinava di scendere dal letto. Obbedì e disse ai presenti:

«Non ho più male, non ho più male: sono guarita! Avete visto padre Leopoldo?!»

Il medico giunto immediatamente rimase sconcertato: la visitò e la trovò clinicamente guarita. Elsa consacrò poi tutta la sua vita all’assistenza dei bambini nella “Piccola casa di padre Leopoldo” a Rovigo.

2. Guarigione di Paolo Castelli

Paolo Castelli nacque a Pagnano di Merate (Como) il 2 marzo 1902. Il 4 marzo 1962 fu colpito improvvisamente da forti dolori addominali. Ricoverato d’urgenza all’ospedale di Merate, venne operato con l’ipotesi di una perforazione gastrica. I chirurghi riscontrarono invece una trombosi della mesenterica superiore, con un esteso infarto dell’intestino tenue, e sospesero l’intervento: la situazione appariva senza speranza.

La moglie, devota di padre Leopoldo, prima dell’ingresso in sala operatoria gli appuntò una medaglietta del Servo di Dioe iniziò a pregare con fiducia. Contro ogni previsione, Paolo rimase in vita, pur in condizioni gravissime.

La quarta notte di degenza, mentre la moglie pregava accanto al letto, Paolo si agitò dicendo:

«Sto male, sto male, muoio!»

Poco dopo spalancò gli occhi, emise un rantolo e sembrò morire. La moglie esclamò:

«Signore, sia fatta la tua volontà!»

In quell’istante Paolo riaprì gli occhi, iniziò a muovere le mani e disse:

«Sono guarito, non ho più niente!»

Il medico, la mattina seguente, constatò la perfetta guarigione clinica.

La canonizzazione

Guarigione di Elisabetta Ponzolotto

Elisabetta Ponzolotto nacque a Ronchi di Ala (Trento) il 20 agosto 1925. Affetta da una grave cardiopatia, il 15 marzo 1977 venne ricoverata all’ospedale di Ala a causa di un peggioramento delle condizioni dopo un’influenza.Il 24 marzo, mentre camminava nel corridoio del reparto, avvertì un dolore violentissimo al piede sinistro e non riuscì più a muoversi. La gamba divenne rapidamente bluastra e gonfia. I medici diagnosticarono una ischemia post-embolica dell’arto inferiore sinistro e, per l’insorgere della cancrena, decisero di procedere all’amputazione per salvarle la vita.

Elisabetta testimoniò:

«Quando i medici mi dissero che, per salvarmi, dovevo sottopormi all’amputazione della gamba, risposi che non avrei accettato l’intervento fino al mattino seguente, perché aspettavo la risposta di un mio “confidente”: il beato Leopoldo.»

Intensificò la preghiera, tenendo l’immagine e la reliquia del beato Leopoldo sulla gamba dolorante, ripetendo:

«Padre Leopoldo aiutami, aiutami.»

Rimasta sola nella stanza, vide entrare un frate cappuccino, piccolo, con la barba bianca. Lo riconobbe subito:

«Era padre Leopoldo.»

Il frate fece il giro del letto, osservò la gamba e disse:

«So che soffri molto, ma la gamba sarà salva.»

Poi sorrise e uscì lentamente. Elisabetta scoppiò in lacrime, mentre il dolore scompariva e la gamba riprendeva calore, permettendole di muoverla. Il mattino seguente i medici constatarono la perfetta guarigione, annullando l’amputazione.