La perfezione dell’universo

Uno dei risultati più rilevanti della cosmologia moderna è l’affermazione che l’universo non è eterno.

Le osservazioni astronomiche — in particolare l’espansione delle galassie, la radiazione

cosmica di fondo e la distribuzione degli elementi primordiali — indicano che l’universo ha avuto

origine circa 13,8 miliardi di anni fa con l’evento noto come Big Bang.

Questo dato ha profonde implicazioni filosofiche: spazio, tempo, materia ed energia hanno avuto

un inizio comune. La scienza descrive ciò che accade dopo questo inizio, ma non è in grado di

spiegare perché l’universo esista né quale sia la causa ultima della sua origine.

La dottrina cristiana della creatio ex nihilo afferma che Dio ha creato l’universo dal nulla, non a

partire da una materia preesistente. Il Big Bang non dimostra questa dottrina, ma la rende

plausibile dal punto di vista razionale, poiché descrive un universo che nasce nel tempo.

Il racconto biblico della Genesi, pur non essendo un testo scientifico, afferma chiaramente un inizio

assoluto:

“In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1)

Questa visione si distingue dai miti antichi che concepivano il cosmo come eterno o ciclico.

SPIEGAZIONE SCIENTIFICA DEL BIG BANG:

Quella del Big Bang è la teoria scientifica sull’origine del cosmo attualmente più accreditata:

postula che il nostro universo abbia avuto origine circa 13,8 miliardi di anni fa da uno stato

estremamente caldo e denso, e che da allora si sia espanso in modo sostanzialmente continuo. La

teoria del Big Bang si è imposta all’attenzione della comunità scientifica nel corso dello scorso

secolo, quando una serie di osservazioni sperimentali hanno messo progressivamente in crisi i

modelli di universo stazionario, molto in voga fino almeno alla metà del Novecento, che

prevedevano un cosmo immutabile nello spazio e nel tempo.

Come detto poc’anzi, le due prove decisive a favore della teoria del Big Bang furono l’osservazione

dell’espansione dell’universo, grazie alle misurazioni raccolte dall’astronomo Edwin Hubble negli

anni venti, e la scoperta della radiazione cosmica di fondo: quest’ultima è una sorta di “eco” del big

bang che tuttora permea l’intero universo, osservata per la prima volta in modo accidentale nel

1965 dai radioastronomi Arno Penzias e Robert Wilson. In mezzo, è importante citare anche il

lavoro del fisico George Gamow, che nell’immediato dopoguerra fornì solide basi teoriche alla

teoria del big bang e previde la radiazione di fondo. Osservazioni cosmologiche più recenti

realizzate da diverse sonde spaziali (tra cui il satellite Planck dell’Agenzia Spaziale Europea) hanno

permesso di mappare in modo estremamente preciso la distribuzione della radiazione cosmica di

fondo, le cui piccole disomogeneità (lievi fluttuazioni di temperatura e densità) sono il segno delle

fluttuazioni da cui si pensa si siano originate le strutture dell’universo attuale. La teoria del Big

Bang è tuttora messa alla prova da ricerche teoriche e osservative sempre più dettagliate, che

indagano le molte questioni ancora aperte sulle origini dell’universo.

L’EVOLUZIONE DELL’UNIVERSO E IL SUO DESTINO

Dallo stato iniziale estremamente caldo e denso, immediatamente successivo al big bang,

l’universo ha attraversato una serie di trasformazioni che hanno portato alla graduale formazione

di particelle, atomi, pianeti, stelle, galassie e strutture via via più complesse. Le varie fasi che hanno

caratterizzato l’evoluzione dell’universo sono state ricostruite con grande precisione nel contesto

del modello cosmologico standard, l’impalcatura teorica (fondata sull’ipotesi del big bang) che a

oggi descrive nel modo più efficace e preciso la storia del cosmo. Tuttavia, restano sullo sfondo

molti problemi aperti, su cui si concentrano le attuali ricerche teoriche e sperimentali nel campo

della cosmologia. Per citarne solo alcuni, la natura della materia oscura, il cui ruolo è stato cruciale

per la formazione delle prime galassie, e dell’energia oscura, associata all’osservazione di

un’espansione accelerata dell’universo. Un altro fenomeno oggetto di dibattito è la cosidetta

inflazione cosmica, una fase di rapidissima espansione che sarebbe avvenuta nei primi istanti di

vita del cosmo, tale da moltiplicare di una quantità enorme il fattore di scala dell’universo: si tratta

di un paradigma largamente accettato nella comunità scientifica, soprattutto perchégiustificherebbe l’attuale omogeneità dell’universo su larga scala; tuttavia, una prova sperimentale

decisiva dell’inflazione è ancora mancante. Anche il futuro e il destino dell’universo sono questioni

aperte, che hanno da sempre affascinato i cosmologi. L’ipotesi più probabile è che l’universo

prosegua la sua espansione indefinitamente (favorita dalla “spinta” dell’energia oscura), arrivando

a una sorta di triste “morte termica” che porterebbe allo spegnimento graduale di tutte le stelle.

Un’ipotesi alternativa è il cosiddetto big crunch, secondo cui a un certo punto l’attrazione

gravitazionale potrebbe prevalere sull’espansione, portando l’universo a collassare su sé stesso, in

una sorta di big bang al contrario (quest’ultima ipotesi è tuttavia oggi considerata improbabile,

soprattutto dopo l’osservazione dell’espansione accelerata dell’universo).

Sin

gol

arit

à

pri

mor

dial

eIL SECONDO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA: L’ENTROPIA

Aumenta sempre: Secondo la seconda legge della termodinamica, l’entropia in un sistema isolato

(o nell’intero universo) aumenta sempre nel tempo, oppure al massimo rimane costante nei

processi ideali. Le cose si consumano, si rompono o si disperdono spontaneamente, ma non

tornano indietro da sole.Energia non utilizzabile: Misura anche l’energia che non è più disponibile

per compiere un lavoro utile. Quando l’energia si disperde sotto forma di calore disperso

nell’ambiente, l’entropia sale

PRINCIPIO ANTROPICO:

Le leggi della fisica e le costanti dell’universo sembrano tarate con una precisione straordinaria per

permettere la vita. Se un solo valore fosse diverso, la vita non esisterebbe. Il principio antropico

dice che questo non deve stupirci: se l’universo fosse diverso, noi non ci saremmo per constatarlo

IL MULTIVERSO… SCAPPATOIA?

Il principio antropico dell’Universo ci mette con le spalle al muro; è impossibile sfuggire alle

questioni metafisiche sollevate da queste regolazioni straordinariamente precise. Come spiegarle?

Hanno forse un responsabile?

Ebbene, per queste domande esistono solo due possibili risposte: o sono l’opera di un dio

creatore, oppure sono il frutto del caso. Nell’ipotesi del caso, è stato calcolato che la probabilità di

ottenere un universo come il nostro corrisponde a non più di una possibilità su 10 alla 60; quindi,

affinché possa verificarsi una cosa tanto improbabile, è necessario supporre l’esistenza di almeno

10 alla 60 ( in numero

1.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000) universi

indipendenti tutti dotati di leggi fisiche diverse, quindi un numero gigantesco di universi che

esisterebbero «altrove», come pure l’esistenza di un meccanismo generatore di universi, di cui

ignoriamo tutto, che sarebbe a sua volta ben regolato (ma da chi?), e che avrebbe naturalmente la

capacità di creare variazioni nelle costanti fondamentali di questi universi scegliendole all’interno

di una fascia adeguata?

Una cifra stratosferica, se si pensa che nel Sahara vi sono soltanto 10alla 23 grani di sabbia…E altri

calcoli, come quello della teoria delle stringhe, arrivano a prevedere piuttosto l’esistenza

di 10alla 500 universi…

Questa ipotesi, per quanto folle e inverificabile possa sembrare, è però stata oggetto di molti

studi. Effettivamente, tranne che ammettere l’esistenza di un dio creatore, non era possibile

alcuna risposta razionale al problema posto dal principio antropico.

Questi modelli non forniscono nemmeno alcuna spiegazione sulla questione dell’inizio

dell’Universo: il problema è semplicemente spostato verso un universo «madre», di cui non si sa

nulla se non che deve avere avuto un inizio in un tempo finito nel passato, secondo il già citato

teorema di Borde-Guth-Vilenkin.

Fred Hoyle (1915-2001), cosmologo e astronomo: «La probabilità che forme di vita complessa

siano nate spontaneamente e per caso sulla Terra è paragonabile a quella di un tornado che,

passando su un deposito di rottami, tiri fuori un Boeing 747 assemblando i materiali li presenti». –

«L’esistenza di Dio è provata dal fatto che la comparsa della vita nell’Universo per la sola azione

del caso corrisponde a una probabilità matematica di una parte su 10 alla 40.000» (ovvero 1

seguito da 40.000 zeri). – «Ho sempre trovato curioso che gli scienziati [atei] fingano di disprezzare

la religione, considerato che questa domina i loro pensieri [in quanto concetto a loro ripugnante]

più di quanto non domini la mente degli uomini di chiesa». – «Non credo che un solo scienziato

che esamini le reazioni nucleari che portano alla formazione del carbonio all’interno delle stelle

possa evitare di arrivare alla conclusione che le leggi della fisica sono state progettate

deliberatamente in funzione delle conseguenze che producono all’interno di questi corpi celesti».LA PERFEZIONE E LE LEGGI CHE SORREGGONO L’UNIVERSO

“Noi non siamo figli del caos su questo non c’è dubbio sennò sarei disoccupato. se la scienza potesse

spiegare questo mondo non sarebbe più scienza. Noi cerchiamo di capire la logica che regge il mondo.

Questa logica deve avere un autore non siamo figli e caos. Una grande conquista della scienza è l’avere

dimostrato che lo spazio-tempo non è un pezzo di spazio e un pezzo di tempo, come il più grande filosofo

dell’era moderna Emmanuel Kant aveva detto.

Se Colui che ha fatto il mondo avesse seguito le idee di Kant non potrebbe esistere la vita; perché esiste la

vita? perché si può trasformare la massa in energia, la famosa equazione di Einstein

E = mc 2 non potrebbe esistere e noi non potremmo essere qui se la massa non potesse trasformarsi in

energia. Se questa formula esiste lo dobbiamo alle caratteristiche dello spazio tempo“

Antonio Zichichi

Dunque, dalle parole del nostro fisico subnucleare, sappiamo per certo che l’universo non può

essere frutto del nulla e del caos.

Ci sono leggi fondamentali che reggono l’universo e sono principalmente le quattro interazioni

fondamentali: forza gravitazionale, forza elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole.

Queste governano la struttura della materia, dalle particelle subatomiche alle galassie, regolando

ogni fenomeno fisico e plasmando l’evoluzione dell’universo dal Big Bang ad oggi.

LA FORZA DI GRAVITÀ REGOLA TUTTO L’UNIVERSO

La forza fondamentale a noi più familiare è la gravità (gravitazione), che spinge due particelle ad

attrarsi l’un l’altra con un’intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e

inversamente proporzionale al quadrato della distanza che le separa. È di gran lunga la più debole

di tutte le forze fondamentali ma, grazie al vastissimo raggio d’azione e al fatto di essere sempre

attrattiva, è l’interazione più importante che si esercita tra corpi separati da grandi distanze, come

per esempio il Sole e la Terra.

La struttura dell’Universo è dovuta principalmente alla forza di gravità, che fa aggregare la materia

fino a formare stelle e pianeti, fa orbitare i pianeti intorno alle stelle, come avviene nel nostro

sistema solare, e fa aggregare le stelle in enormi galassie.

LA FORZA ELETTROMAGNETICA PLASMA LA MATERIA

La forza elettromagnetica, come dice il nome, è la combinazione tra la forza elettrica, che agisce tra

due particelle ferme dotate di carica elettrica, e la forza magnetica, che agisce tra due particellecariche che si muovono l’una rispetto all’altra. Si differenzia dalla forza di gravità per l’intensità,

enormemente più grande, e perché può essere sia attrattiva sia repulsiva. Due particelle che sotto

la sua azione si respingono hanno carica elettrica dello stesso segno. Per esempio, l’interazione tra

due elettroni, che hanno entrambi carica negativa, è repulsiva. Se invece le cariche sono di segno

opposto, come nel caso di un elettrone che interagisce con un protone, con carica positiva, la forza

è attrattiva.

Il fatto che l’interazione elettromagnetica sia attrattiva solo quando le particelle hanno cariche

elettriche di segno opposto ha conseguenze molto importanti per la struttura della materia, perché

porta alla formazione di oggetti con carica totale nulla. Ne sono un esempio gli atomi che hanno un

nucleo centrale, con protoni e neutroni, circondato da tanti elettroni quanti sono i protoni

presenti. Le cariche elettriche degli elettroni e dei protoni sono uguali e di segno opposto, mentre i

neutroni non hanno carica, quindi l’atomo è elettricamente neutro. A dispetto del suo grandissimo

raggio d’azione, pari a quello della forza di gravità, l’interazione elettromagnetica agisce quindi

direttamente tra elettroni e protoni solo all’interno dell’atomo, dove le distanze sono di qualche

centesimo di milionesimo di centimetro. Naturalmente ci sono forze che agiscono tra gli atomi,

facendoli aggregare in oggetti più grandi e complessi. Pur essendo di origine elettromagnetica,

queste forze sono il risultato di meccanismi molto più complicati dell’interazione diretta tra

particelle elementari. Non possono quindi essere considerate forze fondamentali, ma è la loro

azione che determina la struttura della materia che ci circonda.

LA FORZA NUCLEARE FORTE

La forza forte tiene unite le particelle elementari che costituiscono il nucleo dell’atomo. Fino a circa

trent’anni fa si credeva che queste particelle fossero il protone e il neutrone. Oggi sappiamo invece

che protone e neutrone sono a loro volta costituiti da particelle più piccole, alle quali è stato dato il

particolare nome di quark. Esistono sei diverse specie di quark, ma solo due di queste, chiamate up

e down, sono presenti nella materia che possiamo osservare normalmente sulla Terra.

La forza forte, come quella elettromagnetica, può essere attrattiva o repulsiva. La sua azione sui

quark dipende da una proprietà di queste particelle che, per la sua analogia con la carica elettrica,

è chiamata carica di colore. A differenza di quella elettrica, che può essere solo positiva o negativa,

la carica di colore può essere di tre tipi diversi. Come l’interazione elettromagnetica tra elettroni e

protoni porta alla formazione di atomi elettricamente neutri, così l’interazione forte tra i quark

porta alla formazione di aggregati la cui carica di colore totale è zero.

La caratteristica veramente speciale della forza forte agente sui quark che costituiscono protoni e

neutroni consiste nel fatto che all’aumentare della distanza tra le particelle interagenti la sua

intensità, anziché diminuire, aumenta.

L’attrazione tra i quark diventa così forte che essi non possono allontanarsi l’uno dall’altro più di un

milionesimo di milionesimo di millimetro: sono dunque prigionieri all’interno di protoni e neutroni.

A causa di questa proprietà, chiamata confinamento, nella materia che ci circonda non è possibile

osservare direttamente un quark isolato.

LA FORZA FORTE È LA SORGENTE DELL’ENERGIA DELLE STELLE:

La forza che agisce tra protoni e neutroni è anch’essa dovuta all’interazione forte ma, come quelle

che agiscono tra due atomi o due molecole, è prodotta da meccanismi complicati. Le sue

caratteristiche più importanti sono l’intensità molto più grande di quella delle altre forze

fondamentali, che è storicamente all’origine del nome forza forte, e il raggio d’azione piccolissimo,

di appena qualche milionesimo di milionesimo di millimetro. Grazie a queste due proprietà protoni

e neutroni si legano in modo strettissimo l’uno all’altro per formare il nucleo atomico: il volume

che occupano è così piccolo che la densità raggiunge il fantastico valore di cento milioni di

tonnellate per centimetro cubo.Fondendo due nuclei atomici leggeri, come quelli dell’idrogeno (il più leggero di tutti, formato da

un solo protone) o dell’elio (formato da due protoni e due neutroni), si può produrre moltissima

energia. Le reazioni nucleari di fusione sono però molto difficili da realizzare sulla Terra perché i

nuclei atomici, avendo tutti carica elettrica positiva, si respingono per effetto dell’interazione

elettromagnetica.

All’interno delle stelle, invece, per l’altissima temperatura, i nuclei si muovono tanto veloci da

riuscire a vincere la repulsione elettrostatica e avvicinarsi abbastanza per realizzare la fusione. Così,

grazie all’azione della forza forte, nasce l’energia delle stelle.

COME SI È SCOPERTA LA FORZA NUCLEARE DEBOLE

La forza debole, come dice il nome, è molto meno intensa sia della forza forte sia di quella

elettromagnetica e ha un raggio d’azione piccolissimo, simile a quello della forza forte. La sua

esistenza è stata dedotta osservando il decadimento β (beta), una particolare forma di radioattività

naturale.

In questo decadimento, osservato per la prima volta all’inizio del Novecento, uno dei neutroni

presenti nel nucleo si trasforma in un protone e contemporaneamente viene emessa una particella

di carica elettrica pari a quella del protone, ma di segno opposto, cioè negativa. Oggi sappiamo che

questa particella non è altro che un elettrone e, durante il decadimento β, viene prodotta anche

una terza particella, che per le sue caratteristiche è però difficilissima da osservare

sperimentalmente: il neutrino. L’ipotesi che il decadimento β fosse dovuto all’esistenza di una

nuova forza, fino ad allora sconosciuta, fu proposta nel 1933 da Enrico Fermi.

A QUALI LEGGI OBBEDISCONO LE FORZE FONDAMENTALI?

All’inizio del Novecento i sorprendenti risultati di una serie di esperimenti hanno dimostrato che

l’azione delle forze fondamentali, a eccezione della forza di gravità, non si può descrivere usando le

leggi della dinamica di Newton.

Le forze elettromagnetiche, quella forte e quella debole, si possono comprendere solo ricorrendo

alla meccanica quantistica. Secondo questa teoria l’interazione tra due particelle elementari è

dovuta allo scambio di una terza particella, il quanto della forza.

L’interazione elettromagnetica avviene tramite lo scambio di fotoni, particelle prive di massa che

viaggiano alla velocità della luce. I quanti delle forza debole sono le particelle chiamate W e Z,

mentre i quanti della forza forte sono stati chiamati gluoni, dall’inglese glue, cioè “colla”.

La forza di gravità agisce in un modo completamente diverso, descritto dalla teoria della relatività

generale di Albert Einstein. Secondo Einstein l’azione della gravità è dovuta al fatto che la presenza

di una massa provoca una deformazione dello spazio circostante, proprio come un oggetto pesante

appoggiato su un tappeto elastico ne deforma la superficie.

La prima conferma della relatività generale si ebbe con la corretta spiegazione delle anomalie

dell’orbita di Mercurio, dovute al fatto che questo pianeta, essendo molto vicino al Sole, risente

fortemente della curvatura dello spazio generata dal Sole stesso. Pochi anni dopo, nel 1919, le

immagini del bordo del disco solare ottenute durante un’eclisse totale confermarono che, proprio

come predetto dalla teoria di Einstein, nelle vicinanze del Sole la luce delle stelle non viaggia in

linea retta, ma segue anch’essa la curvatura dello spazio.

Gli scienziati hanno sempre cercato di spiegare i fenomeni naturali nel modo più semplice, facendo

ricorso al minor numero possibile di particelle elementari e di forze fondamentali. Per questo si

sono sempre sforzati di unificare le forze esistenti in natura dimostrando che forze all’apparenza

diverse sono in realtà solo aspetti differenti della stessa forza.Il primo importante passo verso l’unificazione è stato compiuto molti secoli fa, quando Isaac

Newton riuscì a dimostrare che la forza di attrazione terrestre e quella che agisce tra i corpi celesti

sono entrambe dovute all’azione della gravità.

Nell’Ottocento gli esperimenti effettuati dai fisici Michael Faraday e André-Marie Ampère misero in

luce l’esistenza di un legame tra elettricità e magnetismo, ponendo così le basi per la teoria

unificata della forza elettromagnetica, formulata qualche anno dopo da James Clerk Maxwell.

Molto più recentemente, tra il 1960 e il 1970, Steven Weinberg, Abdus Salam e Sheldon Glashow

hanno fatto l’ipotesi che la forza elettromagnetica e quella debole potessero a loro volta essere

unificate. Questa ipotesi è stata confermata nel 1984 dagli esperimenti effettuati al Centro Europeo

per le Ricerche Nucleari (CERN) di Ginevra sotto la guida di Carlo Rubbia e Simon van der Meer.

Molti scienziati sono convinti che, proseguendo su questa strada, anche la forza forte potrà essere

riunificata con quella elettro debole.

L’ostacolo principale sulla strada dell’unificazione di tutte le forze fondamentali rimangono le

differenze tra la gravità e le altre tre forze. A partire dal 1915, anno di nascita della relatività

generale, Einstein si dedicò tenacemente al tentativo di unificare gravità ed elettromagnetismo,

senza tuttavia raggiungere il risultato sperato. Oggi molti scienziati pensano che l’unificazione di

tutte le forze fondamentali sarà possibile solo quando riusciremo a spiegare anche la gravità

usando le leggi della teoria quantistica.

https://www.treccani.it/enciclopedia/forze-fondamentali_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/

ANIMALI E VEGETALI:

Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra

frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12 la terra produsse germogli, erbe che

producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo

la propria specie. Dio vide che era cosa buona. Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino

sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21 Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi

che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E

Dio vide che era cosa buona. 22 Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari;

gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23 E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

24 Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche

secondo la loro specie». E così avvenne: 25 Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame

secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 26 E

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli

uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tut t i i rettili che strisciano sulla terra».

In questo paragrafo della genesi vediamo come Dio creò prima la flora e

la fauna e successivamente l’uomo, e la scienza cosa dice? Vediamolo:

La Terra si è formata circa 4,5 miliardi di anni fa. Per centinaia di milioni di anni era un pianeta

inospitale, caratterizzato da intensa attività vulcanica, alte temperature e un’atmosfera priva di

ossigeno. Le prime forme di vita compaiono tra i 3,5 e i 4 miliardi di anni fa: si trattava di organismi

unicellulari molto semplici, simili a batteri. Tra questi, un ruolo decisivo ebbero i cianobatteri,

capaci di compiere la fotosintesi. Attraverso questo processo utilizzavano luce solare, acqua e

anidride carbonica per produrre energia, liberando ossigeno come sottoprodotto.

Questo evento fu rivoluzionario: l’accumulo di ossigeno nell’atmosfera, noto come “Grande

Ossidazione”, rese possibile l’evoluzione di organismi più complessi. In altre parole, senza queste

prime forme di vita fotosintetica — assimilabili alla futura flora — la vita animale non avrebbe

potuto svilupparsi. Gli animali, infatti, hanno bisogno di ossigeno per respirare e dipendono

direttamente o indirettamente dalle piante per il nutrimento.Gli organismi pluricellulari comparvero molto più tardi, circa 600 milioni di anni fa. Poco dopo, nel

periodo Cambriano (circa 540 milioni di anni fa), si verificò una grande diversificazione delle forme

animali marine. Le prime piante terrestri apparvero intorno ai 470–500 milioni di anni fa,

preparando l’ambiente alla colonizzazione da parte degli animali terrestri. Solo in tempi

relativamente recenti, circa 300.000 anni fa, comparve l’Homo sapiens.

Riassumendo l’ordine scientificamente ricostruito: prima la vita unicellulare, poi gli organismi

fotosintetici, successivamente gli animali marini, quindi quelli terrestri e infine l’uomo. Dunque,

scientificamente parlando, la vita di tipo “vegetale” precede quella animale di centinaia di milioni

— e in senso più ampio di miliardi — di anni.

Questo dato mostra che l’evoluzione della vita sulla Terra segue una logica di progressiva

complessità: prima le forme capaci di produrre energia e ossigeno, poi quelle che da esse

dipendono. In questo senso, la scienza descrive un ordine strutturato e coerente nello sviluppo

della vita, fondato su leggi fisiche e biologiche precise.

LA FIRMA VISIBILE DEL CREATORE IMPRESSA SUL UOMO

Siamo Fatti di polvere di stelle!

Il nostro corpo è composto da atomi. Nell’Universo gli elementi si formano a partire da atomi

semplici e via via vengono costruiti elementi sempre più complessi. Ciò che abbiamo è solo in

prestito. Compresi noi. E come noi le stelle si formano e muoiono, arricchendosi durante la vita e

restituendo ciò che di bello hanno prodotto alle generazioni future. Ognuno di noi è composto per

circa il 73% da elementi forgiati all’interno delle stelle, in quella fucina astrale che è l’Universo.

Quando una stella arriva alla fine della sua esistenza espelle gli strati più esterni, quelli che non

servono più, soffiando via parte degli elementi che ha prodotto e ridonando il resto all’Universo

attraverso le esplosioni di supernove, che disperdono il frutto di una vita di reazioni termonucleari

nello spazio. Questi elementi, sospesi nel gas che poi si raffredda, vanno a formare nuove stelle. È il

ciclo della vita. Queste stelle daranno origine a pianeti con parte di questi elementi e, se il caso

vuole, su quel pianeta si svilupperà la vita. Proprio come è successo qui, sulla nostra Terra. Con gli

stessi elementi si è formato anche l’uomo. Le stelle sono dentro di noi: l’azoto nel nostro DNA, il

calcio nei nostri denti, il ferro nel nostro sangue e il carbonio nella nostra torta di mele, i monili

che indossiamo, così come i peli del nostro gatto che poltrisce sul divano, il divano stesso e lo

schermo sul quale state leggendo questa storia. I miliardi di miliardi di atomi che li compongono

sono materia intergalattica che ha percorso centinaia di migliaia di anni luce e infine si è riunita,

compressa dalla sua stessa gravità.

All’interno di noi ci sono alcuni elementi che provengono direttamente dalle prime fasi della storia

dell’Universo. Il nostro corpo ne è formato per il 9,5%, come l’idrogeno, l’elio e il litio. Il 16,5%

della nostra essenza è invece il risultato di atomi prodotti dalla morte di stelle di piccola

dimensione, come il nostro Sole, e dispersi sotto forma di quelle meravigliose nubi di gas che sono

le nebulose planetarie. Infine, l’1% di noi è il risultato dell’esplosione di nane bianche. Anche esse,

alla fine della loro vita restituiscono il loro tesoro al cosmo. Questo processo va avanti da più di 13

miliardi di anni. È curioso come vita e morte siano parte di noi fin da quando nasciamo e come

dalla morte si generi nuova la vita. Sulla Terra come anche nell’Universo.

“allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e

l’uomo divenne un essere vivente.” Gen 2,7-22

L’ENIGMA DELL’ORIGINE DELLA VITA: DAL CASO ALLA COMPLESSITÀ BIOLOGICA

Il salto vertiginoso dall’inerte al vivente

1. L’origine della vita e il problema del «brodo primordiale»

Uno dei problemi fondamentali affrontati dalla biologia riguarda l’origine della vita: come si è passati

dalla materia inanimata ai primi organismi viventi?

Nel corso del Novecento sono stati compiuti diversi esperimenti per cercare di comprendere se le

molecole necessarie alla vita potessero formarsi spontaneamente a partire da sostanze semplici

presenti sulla Terra primitiva.

Uno degli esperimenti più famosi è quello realizzato nel 1953 da Stanley Miller. Nel suo laboratorio

vennero ricreate alcune condizioni che si riteneva potessero essere simili a quelle dell’atmosfera

primordiale. Una miscela di metano, ammoniaca e idrogeno venne sottoposta a scariche elettriche,

mentre l’assenza di ossigeno doveva impedire la distruzione delle molecole organiche appena

formate.

L’esperimento produsse 13 dei 22 amminoacidi presenti negli organismi viventi. Questo risultato fu

molto importante perché mostrò che alcune molecole organiche fondamentali possono formarsi

spontaneamente a partire da sostanze relativamente semplici.

Tuttavia, il problema dell’origine della vita non era ancora risolto. Gli amminoacidi, infatti, sono

soltanto alcuni dei «mattoni» necessari alla vita: devono essere organizzati in strutture molto più

complesse, come le proteine, e devono inserirsi in un sistema capace di conservarsi, funzionare e

riprodursi.

Nel 1958, Sidney W. Fox e Kaoru Harada studiarono la formazione di polimeri di amminoacidi

attraverso processi di condensazione termica. Questi polimeri, chiamati proteinoidi, potevano formarespontaneamente microsfere che ricordavano alcune possibili strutture ancestrali delle cellule.

Tuttavia, non possedevano le caratteristiche funzionali di un vero sistema vivente.

Nel 1960, J. Orò ottenne l’adenina, una delle basi azotate fondamentali degli acidi nucleici, attraverso

una reazione tra acido cianidrico e ammoniaca. Successivamente, nel 1961, Melvin Calvin ottenne,

attraverso esperimenti con elettroni accelerati, la sintesi di alcune molecole organiche, tra cui

amminoacidi, zuccheri, urea e acidi grassi.

Nel 1963, Cyril Ponnamperuma utilizzò radiazioni per simulare condizioni dell’atmosfera primordiale e

riuscì a ottenere l’adenina. In seguito furono prodotti anche composti corrispondenti a nucleosidi e

nucleotidi. Altri esperimenti condotti da Sidney Fox portarono alla formazione di amminoacidi a

temperature elevate.

Questi esperimenti dimostrarono quindi che alcune molecole organiche possono formarsi

spontaneamente in determinate condizioni. Ma il testo sottolinea che questo risultato non equivale

alla creazione della vita: ottenere singole molecole organiche è molto diverso dal costruire una cellula

vivente completa.

2. La chimica prebiotica e i primi «mattoni» della vita

Le ricerche successive hanno mostrato che nello spazio e in diversi corpi celesti sono presenti

molecole organiche. Sono state trovate, per esempio, molecole organiche all’interno di meteoriti,

comete e nubi interstellari.

Questo porta a una considerazione importante: le leggi chimiche dell’Universo sembrano permettere

la formazione spontanea di numerose molecole organiche.

Il problema diventa però più complesso quando si cerca di spiegare come queste molecole possano

essersi organizzate sulla Terra fino a formare sistemi capaci di vivere.

Gli scienziati hanno ipotizzato che la selezione chimica delle molecole organiche possa essere

avvenuta in diversi ambienti: nelle «piccole pozze» della Terra primordiale, presso sorgenti

idrotermali presenti sui fondali oceanici o addirittura in ambienti extraterrestri.

Nonostante queste ipotesi, non è stata identificata una sequenza definitiva di eventi capace di

spiegare in modo completo il passaggio dalla materia non vivente alla prima cellula.

La conclusione proposta nel testo è quindi che la chimica prebiotica abbia compiuto progressi

importanti, ma che resti ancora un’enorme distanza tra la produzione di semplici molecole organiche

e la comparsa di un vero organismo vivente.

3. Il vivente più semplice

I microscopi elettronici hanno permesso di osservare strutture biologiche estremamente piccole e

hanno mostrato due caratteristiche fondamentali:

tutti gli esseri viventi conosciuti sono costituiti almeno da una cellula;

anche le cellule più piccole presentano un’organizzazione interna estremamente complessa.

Il testo considera quindi l’organismo unicellulare come il livello più semplice della vita, ma sottolinea

che anche questa forma apparentemente elementare presenta una notevole complessità.

Il più piccolo organismo vivente concepibile avrebbe dimensioni dell’ordine di 0,2 micrometri, ma

dovrebbe comunque possedere tutto ciò che è necessario per vivere autonomamente, riprodursi e

mantenere la propria organizzazione.

Secondo le stime riportate nel libro, un organismo di questo tipo dovrebbe possedere un genoma

contenente almeno circa 250 geni, corrispondenti a circa 150.000 coppie di basi nucleotidiche, oltre a

un sistema di RNA, un ribosoma capace di interpretare l’informazione genetica e numerose proteine

ed enzimi.

John Craig Venter, studioso del genoma e della biologia sintetica, viene citato per sottolineare

l’altissimo livello di complessità della vita anche nel caso dell’organismo più semplice.

Questo porta a una questione fondamentale: qual è stata la forma intermedia tra la materia inerte e il

primo organismo vivente?

I virus, pur essendo più piccoli di molti organismi unicellulari, non vengono generalmente considerati

esseri viventi autonomi, perché per riprodursi hanno bisogno di una cellula ospite.È quindi possibile ipotizzare l’esistenza, nella Terra primitiva, di forme intermedie ormai scomparse,

capaci almeno di alcune funzioni necessarie alla riproduzione. Tuttavia, non sono state identificate

con certezza.

4. La cellula come sistema altamente organizzato

Per comprendere la complessità della cellula, il testo propone un’immagine comparativa: se una

cellula fosse ingrandita fino a raggiungere dimensioni paragonabili a quelle di un’automobile, le sue

strutture interne assumerebbero proporzioni enormi.

Sulla superficie della cellula si vedrebbero numerose aperture attraverso le quali entrano ed escono

continuamente materiali. All’interno comparirebbe una rete estremamente complessa di canali e

strutture che collegano diverse parti della cellula.

Nelle cellule eucariotiche si troverebbe inoltre il nucleo, contenente il DNA. Il DNA sarebbe

organizzato in filamenti estremamente lunghi ma accuratamente compattati.

La cellula non è quindi una semplice raccolta di molecole. È un sistema nel quale numerose

componenti devono lavorare contemporaneamente e in modo coordinato.

Il testo paragona alcuni aspetti della cellula a una macchina tecnologicamente molto avanzata:

esistono sistemi di informazione, meccanismi di comando, dispositivi di controllo, sistemi di sicurezza

e procedure estremamente precise di assemblaggio.

All’interno della cellula sono presenti anche numerosissime proteine che svolgono funzioni diverse. Il

ribosoma, per esempio, è una struttura fondamentale perché permette di produrre le proteine

utilizzando le informazioni contenute negli acidi nucleici.

La vita cellulare dipende quindi dall’attività coordinata di moltissime molecole differenti.

5. Gli enzimi: acceleratori delle reazioni biologiche

Un’altra componente fondamentale della vita sono gli enzimi.

Gli enzimi sono proteine specializzate che permettono alle reazioni chimiche necessarie alla vita di

avvenire molto più rapidamente.

Senza gli enzimi, molte reazioni biochimiche che nelle cellule avvengono in tempi brevissimi

richiederebbero tempi enormemente più lunghi.

Il testo cita, come esempio, una particolare reazione biochimica che senza l’enzima appropriato

richiederebbe tempi dell’ordine di milioni di anni, mentre grazie all’enzima può avvenire in pochi

millisecondi.

Gli enzimi devono quindi essere presenti nella forma corretta e nel momento corretto. Anche questo

contribuisce alla complessità del sistema cellulare.

Il problema non consiste solamente nell’avere le molecole necessarie, ma nell’avere le molecole

giuste, nella configurazione giusta e coordinate tra loro.

6. DNA, RNA e proteine: due linguaggi e un traduttore

Uno dei punti centrali del testo riguarda il rapporto tra DNA, RNA, ribosomi e proteine.

Il DNA contiene l’informazione genetica. Le proteine, invece, svolgono moltissime delle funzioni

concrete necessarie alla vita. Tra queste due realtà esiste un sistema di traduzione.

Il testo paragona questo sistema a un rapporto tra due linguaggi differenti.

Il DNA utilizza quattro basi fondamentali, mentre le proteine sono costruite utilizzando 22 diversi

amminoacidi secondo la descrizione riportata nelle pagine.

Le quattro basi del DNA vengono lette in gruppi di tre, formando combinazioni che costituiscono i

codoni. Matematicamente, quattro basi prese tre alla volta permettono 64 combinazioni. Di queste,

61 vengono utilizzate per codificare gli amminoacidi, mentre le altre tre funzionano come segnali di

stop.

Il sistema non è quindi un semplice insieme casuale di molecole, ma un vero e proprio codice.

Il ribosoma svolge il ruolo di «traduttore»: legge l’informazione genetica e permette di costruire la

proteina corrispondente.

Nel 2009 il premio Nobel per la chimica venne assegnato a Venki Ramakrishnan, Thomas Steitz eAda Yonath per gli studi sul ribosoma e sulla sua struttura e funzione.

Il testo sottolinea quindi che DNA, RNA, ribosomi e proteine costituiscono un sistema fortemente

interdipendente.

Il problema dell’origine della vita diventa particolarmente complesso perché DNA, RNA e proteine

dipendono l’uno dall’altro. Il DNA contiene le informazioni per la produzione delle proteine, ma la

produzione e la traduzione di queste informazioni richiedono altri componenti cellulari.

Da qui nasce una domanda fondamentale: come è potuto comparire il primo sistema nel quale

queste componenti fossero già sufficientemente organizzate da poter funzionare insieme?

7. Il metabolismo: il «vortice della vita»

La complessità della vita non si esaurisce nella struttura della cellula.

Un organismo deve anche mantenersi continuamente in attività. Deve assumere sostanze,

trasformarle, eliminare prodotti di scarto e produrre continuamente le molecole necessarie alla

propria sopravvivenza.

Questo insieme coordinato di reazioni prende il nome di metabolismo.

Il metabolismo è quindi costituito da un’enorme quantità di reazioni biochimiche coordinate. Se anche

una cellula molto semplice avesse tutti i suoi componenti nella posizione corretta ma i suoi sistemi

metabolici non fossero attivi, non sarebbe realmente viva.

Per vivere, una cellula deve continuamente:

assimilare materiali; trasformarli; eliminare sostanze; rinnovare i propri componenti; produrre energia;

mantenere l’organizzazione interna; duplicarsi quando necessario.

La vita richiede dunque non soltanto una struttura, ma una dinamica continua e coordinata.

8. La complessità dell’informazione genetica

Il DNA può essere considerato uno straordinario sistema di archiviazione delle informazioni.

In uno spazio estremamente piccolo può essere contenuta una quantità enorme di informazioni. Il

testo paragona questa capacità a quella dei più avanzati sistemi artificiali di archiviazione.

Il DNA contiene le istruzioni necessarie per la costruzione e il funzionamento dell’organismo. Queste

istruzioni sono organizzate secondo un codice genetico estremamente preciso.

Hubert P. Yockey viene citato per sottolineare che l’informazione genetica può essere considerata un

sistema sequenziale, linguistico, teorico e digitale.

Il problema sollevato dal testo è quindi il seguente: se il codice genetico è un sistema di informazione

estremamente sofisticato, come ha avuto origine il sistema stesso?

Non si tratta semplicemente di spiegare l’esistenza di una molecola, ma l’origine di un sistema nel

quale:

l’informazione viene conservata;

l’informazione viene copiata;

l’informazione viene letta;

l’informazione viene tradotta;

il prodotto della traduzione permette a sua volta il funzionamento del sistema.

9. Il problema della probabilità

Il libro affronta poi la questione della probabilità che strutture biologiche molto complesse possano

formarsi casualmente.

Un esempio riguarda le proteine, che sono costituite da catene di amminoacidi. Una proteina

funzionale non richiede semplicemente una determinata quantità di amminoacidi: questi devono

trovarsi in uno specifico ordine e nella configurazione appropriata.

Il testo considera, per esempio, una proteina formata da un gran numero di amminoacidi e calcola

quanto sarebbe improbabile ottenere per puro caso una sequenza specifica.

Viene inoltre considerata la necessità che gli amminoacidi possiedano determinate configurazioni eche siano collegati correttamente.

Secondo i calcoli riportati nel libro, le probabilità diventerebbero estremamente piccole quando si

considerano contemporaneamente tutte le condizioni necessarie alla formazione di una struttura

biologica funzionante.

Il testo porta quindi il ragionamento oltre la singola proteina, considerando anche il DNA, l’RNA, i

geni, gli enzimi e gli altri componenti necessari al metabolismo.

Alcuni scienziati citati nelle pagine hanno calcolato probabilità estremamente basse per la

formazione casuale di una molecola di DNA, per la combinazione casuale di numerosi enzimi

necessari alla vita e persino per la comparsa casuale della più semplice cellula vivente.

Il libro utilizza questi numeri per sostenere che il puro caso non costituisce, secondo gli autori citati,

una spiegazione sufficiente del passaggio dalla materia inerte alla vita.

10. La questione del caso e della selezione naturale

Il testo riporta anche le opinioni di diversi scienziati e studiosi.

Francis Crick, uno degli scopritori della struttura del DNA, viene citato per sottolineare quanto sia

difficile spiegare l’origine della vita considerando l’enorme complessità delle condizioni necessarie.

Harold Urey, premio Nobel per la chimica, riconosce la difficoltà del problema dell’origine della vita e

osserva che, per chi studia queste questioni, la complessità della vita costituisce una grande

difficoltà.

Anche altri studiosi, come Franklin Harold, Lynn Margulis e Michael Denton, vengono citati per

mettere in evidenza la complessità del passaggio dalle forme chimiche più semplici ai sistemi

biologici.

In particolare, viene sottolineato che il passaggio dal batterio più semplice fino all’uomo rappresenta

un percorso di aumento della complessità.

Il testo pone inoltre una distinzione importante: la selezione naturale può spiegare la trasformazione

e la diversificazione di organismi che già possiedono un sistema riproduttivo e informazionale

funzionante, ma rimane il problema di spiegare l’origine di quel primo sistema.

In altre parole, la domanda affrontata dal libro non è soltanto «come si sono evoluti gli organismi?»,

ma soprattutto:

come è comparso il primo sistema capace di vivere, riprodursi e trasmettere informazione genetica?

11. Il confronto con i grandi progetti scientifici

Il testo osserva che la scienza moderna è capace di realizzare progetti di enorme complessità

quando dispone di obiettivi chiari, risorse economiche, conoscenze e migliaia di ricercatori.

Vengono citati diversi esempi.

Il programma Apollo, dedicato alla conquista della Luna, coinvolse circa 400.000 persone nell’arco di

dieci anni e richiese risorse economiche enormi.

Il progetto di decifrazione del genoma umano coinvolse circa 25.000 ricercatori, richiese dodici anni

di lavoro e una spesa di miliardi di euro.

Anche il programma ITER, finalizzato allo studio della fusione nucleare, ha richiesto investimenti

enormi ed è tuttora un progetto scientifico di grande complessità.

Il libro confronta questi grandi progetti con il problema dell’origine della vita. Nonostante la capacità

tecnologica dell’uomo, non esiste un grande programma scientifico capace di ricreare integralmente

in laboratorio le condizioni naturali che hanno portato alla comparsa della prima vita.

Secondo Eugene Koonin, citato nel testo, la ricerca sull’origine della vita si trova ancora in una

situazione di forte difficoltà, perché non disponiamo di un modello completo e coerente dell’origine

della vita sulla Terra.

12. La biologia sintetica

Il testo distingue quindi la ricerca sull’origine spontanea della vita dalla biologia sintetica.

La biologia sintetica cerca di ricreare sistemi biologici utilizzando componenti conosciuti e strumenti

tecnologici moderni.L’obiettivo è costruire, a partire da componenti non viventi, sistemi capaci di svolgere funzioni tipiche

della vita, conoscendo in anticipo ciò che si vuole ottenere.

Vengono citati diversi programmi di ricerca, tra cui il progetto Building a Synthetic Cell, sviluppato da

ricercatori olandesi, e programmi statunitensi ed europei dedicati alle cellule sintetiche.

La differenza fondamentale è quindi questa: la biologia sintetica cerca di costruire sistemi viventi o

simili alla vita attraverso conoscenze e tecnologie già disponibili, mentre la ricerca sull’origine della

vita cerca di capire come la prima vita sia comparsa spontaneamente in natura.

Il testo osserva che, anche qualora in futuro l’uomo riuscisse a sintetizzare una cellula, questo

risultato non spiegherebbe automaticamente come la prima cellula sia comparsa naturalmente

miliardi di anni fa.

13. Le probabilità estremamente basse

Nelle pagine successive il libro presenta ulteriori calcoli relativi alla probabilità di formazione casuale

delle strutture biologiche.

Viene considerata la probabilità che gli amminoacidi si dispongano nell’ordine corretto per formare

una determinata proteina. Vengono inoltre considerate condizioni aggiuntive, come la corretta

configurazione spaziale delle molecole e il corretto collegamento tra gli amminoacidi.

Il testo arriva a esprimere probabilità estremamente piccole, dell’ordine di numeri con centinaia o

migliaia di zeri.

Vengono riportate anche stime relative alla probabilità di formazione casuale del DNA e della

combinazione di numerosi enzimi necessari alla vita.

L’argomento centrale del libro è che, quando si moltiplicano tra loro numerose probabilità

indipendenti estremamente basse, la probabilità complessiva diventa ancora più piccola.

Da qui deriva la conclusione proposta dall’autore: il caso, considerato da solo, non sarebbe una

spiegazione adeguata dell’origine della complessità biologica.

È importante però comprendere che questi calcoli riguardano soprattutto la formazione casuale di

strutture già funzionanti e non costituiscono, da soli, una dimostrazione matematica dell’impossibilità

di tutti i possibili scenari di origine della vita.

14. La regolazione delle leggi dell’Universo

Nelle pagine finali il discorso viene collegato a un problema più generale: quello della regolazione

delle leggi fisiche dell’Universo.

Nei capitoli precedenti, secondo quanto ricorda il testo, erano state considerate le condizioni fisiche

dell’Universo e la loro particolare compatibilità con l’esistenza della materia e della vita.

Il libro afferma che, mentre per alcuni parametri cosmologici le probabilità considerate sarebbero già

estremamente basse, nel caso della biologia le cifre riportate diventerebbero ancora più grandi.

La tesi proposta è quindi che la combinazione tra: leggi fisiche; condizioni cosmiche;

chimica; informazione genetica; complessità cellulare; metabolismo; sistemi di traduzione; enzimi;

capacità di riproduzione; rappresenti un problema particolarmente difficile da spiegare attraverso il

solo caso.

15. Caso, necessità e intelligenza

Il testo riporta infine le posizioni di diversi scienziati che hanno riflettuto sul problema.

Anthony Flew, filosofo che passò dall’ateismo al deismo, viene citato per sostenere che l’enorme

complessità dei processi necessari alla comparsa della vita rende difficile attribuire tutto

semplicemente al caso.

Chandra Wickramasinghe sostiene che la probabilità che la vita si sia formata a partire dalla materia

inanimata sarebbe estremamente bassa e considera quindi necessario prendere in considerazione

l’ipotesi di un’origine intenzionale.

Christian de Duve, invece, viene citato con una posizione diversa: egli ritiene necessario escludere il

caso inteso come semplice evento privo di senso, ma questo non significa necessariamente

accettare un progetto intelligente. Secondo questa prospettiva, i dati scientifici devono essereinterpretati senza inserire nelle conclusioni ciò che si desidera dimostrare.

Hubert P. Yockey viene nuovamente citato a proposito della complessità del codice genetico e delle

configurazioni che la selezione naturale avrebbe dovuto esplorare per arrivare al codice genetico

universale.

Anche Fred Hoyle, inizialmente ateo e successivamente orientato verso il deismo, viene citato per

sostenere che l’enorme improbabilità attribuita alla comparsa casuale della vita rende problematica

una spiegazione basata esclusivamente sul caso.

16. La conclusione del percorso

Il percorso sviluppato in queste pagine parte quindi dalla materia inerte e arriva alla straordinaria

complessità dell’organismo vivente.

Gli esperimenti di chimica prebiotica hanno dimostrato che alcune molecole organiche fondamentali

possono formarsi spontaneamente in determinate condizioni. Questo è un risultato scientificamente

importante.

Tuttavia, tra la produzione di singole molecole organiche e la comparsa della prima cellula esiste una

distanza enorme.

Una cellula vivente richiede infatti contemporaneamente:

DNA → RNA → ribosomi → proteine → enzimi → metabolismo → membrane → regolazione →

riproduzione.

Questi elementi non funzionano semplicemente uno accanto all’altro: sono interdipendenti e devono

essere coordinati.

Il DNA conserva l’informazione; l’RNA partecipa alla sua gestione e traduzione; il ribosoma permette

di utilizzare il codice genetico per costruire proteine; le proteine svolgono moltissime funzioni; gli

enzimi rendono possibili rapidamente le reazioni metaboliche; il metabolismo permette alla cellula di

mantenersi, crescere e riprodursi.

Il problema dell’origine della vita consiste quindi nello spiegare come sia potuto emergere il primo

sistema sufficientemente organizzato da poter svolgere queste funzioni fondamentali.

Il testo conclude sostenendo che la distanza tra la materia inerte e il primo sistema vivente è così

grande da costituire, secondo gli autori e gli scienziati citati, un forte argomento a favore

dell’esistenza di una causa o di un principio ordinatore intelligente.

La conclusione filosofica proposta è dunque che, se si rifiuta l’ipotesi di un’intelligenza creatrice,

rimane da spiegare come una serie di condizioni estremamente complesse e altamente improbabili

possa essersi realizzata attraverso processi puramente casuali