i tre teli della Passione
I tre teli della Passione, sono la stessa persona?
in questo articolo analizzeremo scientificamente ogni telo della passione, per poi dare delle conclusioni finali.
Buona lettura:
LA SACRA SINDONE
BARRIE SCHWORTZSCIENZIATO EBREO NON CREDENTE, CREDE ALL’AUTENTICITA’ DELLA SINDONE: HTTPS://WWW.SHROUD.COM
L’esame al radiocarbonio della Sacra Sindone
La Sindone di Torino è uno dei reperti più misteriosi e discussi della storia cristiana. Da secoli,
credenti e scienziati si interrogano sulla sua origine: è davvero il lenzuolo che ha avvolto il corpo di
Gesù Cristo? Nel 1988, l’analisi al radiocarbonio sembrò chiudere la questione, datando il tessuto
tra il 1260 e il 1390 d.C. Tuttavia, numerosi studi successivi hanno messo in discussione l’affidabilità
di quell’esame, sollevando dubbi sia sul metodo sia sui risultati.
Il test al radiocarbonio del 1988
L’esame al radiocarbonio (C14) si basa sulla misurazione della quantità di carbonio-14 rimasto in
un campione organico per determinarne l’età. Nel 1988, tre laboratori internazionali, a Oxford,Tucson e Zurigo, analizzarono un piccolo campione di lino prelevato dalla Sindone. La conclusione
fu che il tessuto era medievale, facendo pensare che la Sindone fosse un falso storico.
Tuttavia, già poco dopo la pubblicazione dei risultati, cominciarono a emergere criticità importanti
nel procedimento.
Problemi nel campionamento
Uno dei principali problemi riguarda il punto da cui fu prelevato il campione. Esso proveniva da un
angolo della Sindone fortemente esposto alla manipolazione umana e a riparazioni effettuate nel
Medioevo, in seguito a danni da incendio. Alcuni studi successivi, come quello del chimico
Raymond Rogers, dimostrarono che il campione analizzato conteneva fibra di cotone medievale,
intrecciata al lino originale in un “rammendo invisibile”. Questo inquinamento avrebbe alterato
significativamente la misurazione del carbonio-14.
Contaminazioni ambientali
Nel corso dei secoli, la Sindone è stata esposta a incendi, fumi, polveri e numerosi contatti umani.
Questi fattori possono aver introdotto nuovo carbonio nel tessuto, alterando il rapporto tra
carbonio-14 e carbonio-12 e falsando così i risultati dell’esame. Alcuni eventi, come l’incendio di
Chambéry nel 1532, potrebbero aver prodotto cambiamenti chimici nelle fibre.
Procedura e metodologia discutibili
Le procedure adottate per l’esame del 1988 furono diverse da quelle concordate inizialmente. Era
previsto l’uso di campioni provenienti da varie zone della Sindone, ma alla fine si analizzò un solo
campione proveniente da una singola area. Questo ha compromesso la rappresentatività dei dati.
Inoltre, la gestione delle operazioni fu poco trasparente e non pienamente documentata,
alimentando ulteriori dubbi sulla validità dei risultati.
Studi recenti, come quelli condotti con la tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering), hanno
evidenziato che il deterioramento molecolare del lino della Sindone corrisponde a una datazione di
circa 2000 anni, compatibile con il periodo di Gesù. Questi nuovi dati rafforzano l’idea che l’esame
al radiocarbonio del 1988 sia stato viziato da gravi errori.
L’esame WAXS della Sindone di Torino
La Sindone di Torino è da secoli oggetto di venerazione e di ricerca scientifica. Tra le più recenti
analisi, una delle più importanti è stata l’esame tramite tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering,
cioè Diffrazione ai Raggi X ad Angolo Ampio). Questo metodo avanzato consente di studiare la
struttura molecolare dei materiali, permettendo di stimare l’età di un tessuto analizzandone il
deterioramento naturale delle fibre di cellulosa.
Nel 2022, uno studio condotto dal professor Liberato De Caro del CNR di Bari ha applicato la
tecnica WAXS a un campione di lino della Sindone, aprendo nuove prospettive sul dibattito sulla
sua datazione.
Cos’è il metodo WAXS?
Il metodo WAXS misura come i raggi X vengono diffusi da un materiale su scala molecolare. Nel
caso di un tessuto di lino come la Sindone, i raggi X rivelano il grado di cristallinità della cellulosa
nelle fibre. Col passare del tempo, l’ordine cristallino si degrada: più il lino è antico, più è
deteriorato. Misurando questo deterioramento, si può stimare l’età del tessuto.L’esame WAXS sulla Sindone ha mostrato un livello di deterioramento compatibile con un’età di
circa 2000 anni. Questo dato è molto significativo perché contraddice i risultati della famosa
datazione al radiocarbonio del 1988, che aveva collocato la Sindone tra il 1260 e il 1390 d.C.,
facendola sembrare medievale.
Liberato De Caro, confrontando la Sindone con campioni di lino antichi di datazione certa, ha
osservato che la struttura della cellulosa sindonica è simile a quella di tessuti risalenti al I secolo
dopo Cristo. Questo rafforza l’ipotesi che la Sindone possa effettivamente risalire all’epoca di Gesù.
Perché questa analisi è importante?
• Non è invasiva: non rovina il tessuto.
• Non dipende dalla contaminazione esterna (polveri, incendi, restauri), un problema che aveva
inficiato la datazione al C14.
• Conferma altre osservazioni storiche e artistiche che collegano la Sindone all’antichità e non al
Medioevo.
Tuttavia, De Caro stesso ha sottolineato che, pur essendo un dato molto interessante, la datazione
scientifica non può “provare” da sola l’identità del corpo avvolto nel lenzuolo. La fede resta
necessaria per riconoscere nella Sindone il corpo di Gesù Cristo.
L’esame WAXS della Sindone di Torino ha dato nuova forza all’ipotesi che il lenzuolo risalga
realmente all’epoca di Gesù. A differenza della datazione al carbonio, il WAXS analizza
direttamente il deterioramento naturale della fibra di lino, fornendo risultati più coerenti con la
tradizione storica e cristiana. Pur non potendo da solo dimostrare che la Sindone abbia avvolto il
corpo di Cristo, questo studio rappresenta un importante contributo alla ricerca, mostrando come
scienza e fede possano dialogare nella ricerca del mistero.
Se vuoi ti preparo anche una breve cronologia delle principali analisi scientifiche sulla Sindone o
una scheda riassuntiva solo sul metodo WAXS.
L’Uomo della Sindone
L’immagine mostra un uomo adulto, di circa 180 centimetri di altezza, con caratteristiche
semitiche: capelli lunghi, barba e baffi. La figura appare rigida, segno che il corpo era già entrato
nella fase di rigidità cadaverica. L’impressione lasciata sulla tela non è un semplice dipinto: non ci
sono tracce di pigmenti, né di pennellate. Studi scientifici indicano che l’immagine si è formata
probabilmente per disidratazione superficiale delle fibre di lino, come se fosse stata “bruciata” da
una fonte di energia ancora sconosciuta.
Pierluigi Baima Bollone
Il sangue sulla Sindone
La constatazione del gruppo AB è stata effettuata per la prima volta dal medico legale italiano
Pierluigi Baima Bollone, professore dell’Università di Torino, insieme ai collaboratori Jorio e
Massaro. Baima Bollone utilizzò test immunologici specifici su frammenti di fili prelevati dalle
macchie di sangue, identificando la presenza degli antigeni A e BTracce di sangue umano sono chiaramente visibili, corrispondenti a ferite compatibili con una
crocifissione. Gli esami chimici hanno rilevato emoglobina di tipo AB, un gruppo sanguigno raro
ma compatibile con popolazioni mediorientali antiche. Le macchie di sangue sono autentiche e
non dipinte. Inoltre, il sangue presenta segni di sierosi, cioè la separazione del siero dal sangue,
fenomeno che avviene in seguito a gravi traumi e agonia, come quella subita da una vittima di
crocifissione.
Le ferite
Le ferite visibili sulla Sindone sono numerose e impressionanti:
• Sul dorso e sulle gambe si osservano oltre 120 colpi, compatibili con una flagellazione romana
usando fruste a più cordoni con il finale una pallina di piombo o osso (flagrum).
• Sulle spalle sono evidenti abrasioni, probabilmente causate dal peso di un oggetto pesante,
come una trave (il patibulum della croce).
• Al costato, sul lato destro, si nota una grande ferita compatibile con un colpo di lancia
(ricordando la lancia di Longino che perforò il costato di Cristo).
• Non si osservano segni di rottura alle gambe, in accordo con i Vangeli che affermano che a
Gesù non furono spezzate le ossa.
La corona di spine
Intorno al capo si vedono numerose piccole ferite circolari (circa 50) fronte, capo e nuca, da cui è
colato sangue (AB). Esse indicano l’uso di una corona di spine, non a cerchio, ma piuttosto a
“casco”, cioè un intreccio che avvolgeva tutta la testa. (perché le corone nel medio oriente
dell’epoca, avvolgeva a casco la testa del re.)
Si pensa sia la Ziziphus spina-christi,una pianta comune a Gerusalemme.
Questo dettaglio è particolarmente significativo, perché la tradizione cristiana narra che Gesù fu
deriso come “re dei Giudei” e incoronato di spine, e ne fu l’unico caso
I chiodi della crocifissione
La Sindone mostra chiari segni di fori di chiodi nei polsi e nei piedi. Contrariamente all’iconografia
classica, che spesso raffigura Gesù crocifisso con i chiodi nei palmi delle mani, la Sindone
documenta che i chiodi passarono attraverso i polsi: una scelta necessaria per sostenere il peso del
corpo senza che la mano si strappasse. I piedi sembrano essere stati fissati da un singolo chiodo,
uno sopra l’altro.
• Lunghezza: circa 13-18 centimetri• Spessore: circa 1 centimetro
• Forma: a sezione quadrata o rettangolare, tipica dei chiodi romani da crocifissione
• Materiale: ferro forgiato a mano
Emanuela Marinelli
La durata:
Assenza di decomposizione rapida: Emanuela Marinelli sottolinea anche che, se il corpo fosse
rimasto a lungo avvolto nella Sindone, ci sarebbero state tracce di decomposizione. Invece, non si
osservano tali segni. Gli scienziati ipotizzano che il corpo sia rimasto a contatto con la sindone tra le
36-40 ore.
Il mistero dell’immagine sulla Sacra Sindone è uno degli aspetti più affascinanti e dibattuti
riguardo questo antico lenzuolo di lino che, secondo la tradizione cristiana, avvolse il corpo di Gesù
dopo la sua morte. L’immagine che appare sulla Sindone, visibile soprattutto sotto luce inclinata,
mostra una figura umana impressionante, con dettagli che sembrano corrispondere esattamente
alla descrizione di una persona crocifissa. Tuttavia, il mistero risiede nel fatto che nessuna tecnica
conosciuta può spiegare completamente come questa immagine si sia formata.
Caratteristiche dell’immagine
Sfumature delicate e non pittoriche: L’immagine non è dipinta o scolpita, ma sembra una sorta di
impronta chimica o energetica impressa sulle fibre del lino. Non ci sono tracce di pigmenti, vernici
o coloranti che possano spiegare la formazione dell’immagine, ma solo un cambiamento nella
struttura superficiale delle fibre del tessuto.
Dettagli anatomici sorprendenti: L’immagine mostra una persona che ha subito flagellazioni,
portato una corona di spine, e che ha subito una crocifissione. Le ferite, il sangue e altre
caratteristiche della persona (come l’impronta dei piedi e delle mani) sono perfettamente
dettagliati e corrispondono esattamente alla descrizione dei Vangeli.
Luminescenza dell’immagine: L’immagine appare più chiara rispetto al resto del tessuto, e gli studi
hanno rivelato che la colorazione non penetra la fibra, ma modifica solo la parte superficiale.
Questo ha portato molti ricercatori a ipotizzare che l’immagine sia il risultato di una sorta di
energia radiante, come una radiazione proveniente dal corpo che ha attraversato il lino.
I principali misteri e le ipotesi scientifiche
La formazione dell’immagine: La domanda principale è come sia possibile che l’immagine si siaformata in modo così dettagliato, senza l’uso di pigmenti o tecniche pittoriche, su un materiale
come il lino. Alcune delle teorie avanzate includono:
Radiazione energetica: Una delle ipotesi più accreditate tra gli scienziati è che l’immagine sia stata
causata da un fenomeno energetico o radiante che ha attraversato il corpo e il tessuto, lasciando
un’impronta sulla fibra del lino. Alcuni ricercatori suggeriscono che potrebbe essere stata una
radiazione ultravioletta o una forma di energia sconosciuta.
Reazione chimica o termo-chimica: Un’altra teoria propone che il corpo, in un evento sconosciuto,
possa aver emesso un tipo di energia termica che ha reagito con le fibre di lino in modo simile a un
“bottone di ruggine”, con un effetto di riscaldamento che ha creato l’immagine.
Le caratteristiche fisiche del corpo: Gli studi sull’immagine suggeriscono che la figura sulla Sindone
è quella di una persona che ha subito un trauma estremo, compatibile con i racconti evangelici
della Passione di Gesù (flagellazione, crocifissione, ferita al costato). L’immagine mostra dettagli
incredibilmente accurati delle ferite, come i segni lasciati dai chiodi, la corona di spine, e la ferita al
costato. e con i segni di crocifissione. Alcuni ricercatori hanno evidenziato che il sangue
visibile è autentico e compatibile con il gruppo sanguigno AB, che è raro ma documentato anche in
popolazioni mediorientali. Non ci sono segni di contaminazione, e questo supporta l’ipotesi che il
corpo sia stato veramente avvolto nel lenzuolo.
La distanza tra le due facce: Un altro mistero riguarda il fatto che l’immagine è perfetta sia sul
dritto che sul rovescio della Sindone, ma con una differente profondità di impegno. La figura
appare come una “stampa” tridimensionale, ma non sembra che ci sia stato un contatto diretto
prolungato tra il corpo e il tessuto, poiché la struttura del lino non mostra deformazioni evidenti.
Le teorie sul fenomeno dell’immagine
Mentre non esiste una risposta definitiva sul modo in cui l’immagine si è formata, gli scienziati e i
ricercatori continuano a esplorare teorie affascinanti:
Teoria della radiazione o energia sconosciuta: Molti studiosi ritengono che l’immagine possa
essere il risultato di una radiazione proveniente dal corpo durante la risurrezione, o da un qualche
tipo di fenomeno fisico o chimico sconosciuto. Alcuni, come il fisico Raymond Rogers, hanno
suggerito che l’immagine potrebbe essere stata causata da un improvviso raggio energetico.
Teoria della formazione termo-chimica: Secondo alcuni ricercatori, l’immagine potrebbe essersi
formata a causa di una reazione chimica causata da un rapido riscaldamento del corpo che ha
provocato una reazione immediata con il tessuto di lino.
Teoria dei “fumi” di incenso e oli: Alcuni hanno ipotizzato che una combinazione di vapori di
incenso e oli utilizzati per preparare il corpo per la sepoltura abbia potuto interagire con la fibra di
lino, creando un’impronta. Tuttavia, questa teoria non spiega completamente la qualità e la
precisione dell’immagine.
Le Scoperte di Max Frei
Secondo Max Frei e il suo team, i pollini trovati sulla Sindone sembrano appartenere a diverse
piante provenienti dalla Palestina e dalla regione del Medio Oriente. Le analisi rivelarono la
presenza di pollini che indicano una connessione con piante tipiche di quelle aree, inclusi:
• Pollini di fiori e piante del deserto (ad esempio, Artemisia e Cistus), che sono comuni in Medio
Oriente.
• Pollini di piante di olive: La presenza di pollini di ulivo suggerisce che il lenzuolo possa essere
stato in un’area che produceva olive, come quella che circonda Gerusalemme.
• Pollini di piante di caprifoglio e di spini: Piante che crescono nella zona intorno a Gerusalemme.
Le piante tipiche del Mediterraneo e del Medio Oriente suggerirebbero quindi che la Sindoneabbia un’origine mediorientale, molto probabilmente vicina a Gerusalemme, il che potrebbe
essere compatibile con la tradizione cristiana secondo cui la Sindone fu usata per avvolgere il corpo
di Gesù dopo la sua crocifissione.
La Sacra Sindone di Torino offre una straordinaria rappresentazione della passione, morte e
sepoltura di un uomo crocifisso, la cui descrizione coincide in modo impressionante con i racconti
evangelici della Passione di Gesù Cristo. Le tracce di sangue, le ferite da flagellazione, la corona di
spine e i chiodi documentano con realismo una sofferenza atroce. Che si tratti effettivamente del
corpo di Gesù o meno, la Sindone resta un potente segno capace di commuovere, interrogare e
avvicinare alla fede chiunque vi si accosti con cuore sincero.
STATISTICA DEL PROF. BRUNO BARBERIS:
Lo studio statistico di Bruno Barberis sulla Sindone
Bruno Barberis, matematico e fisico matematico dell’Università di Torino, si è occupato a lungo dello studio
scientifico della Sindone di Torino. Tra gli argomenti affrontati da Barberis vi è anche un’analisi di tipo
statistico e probabilistico, elaborata per valutare quanto fosse improbabile che una persona sottoposta a
crocifissione presentasse contemporaneamente tutte le caratteristiche osservabili sull’immagine sindonica.
Il suo ragionamento parte da un dato importante. La Sindone presenta numerosi elementi che sembrano
essere compatibili con la descrizione evangelica della Passione di Gesù. Tra questi vi sono le numerose ferite al
capo, compatibili con un oggetto appuntito simile a una corona di spine, le lesioni provocate dalla
flagellazione, la presenza di ferite ai polsi e ai piedi compatibili con la crocifissione, la ferita al costato e
l’assenza della frattura delle gambe. Secondo Barberis, inoltre, il corpo sembra essere stato deposto
rapidamente nel lenzuolo e vi sarebbe rimasto per un periodo relativamente breve, prima che comparissero i
normali fenomeni di decomposizione.
Per cercare di quantificare la particolarità di questa combinazione di caratteristiche, Barberis attribuì a ciascun
elemento una determinata probabilità. Considerando insieme sette caratteristiche, arrivò a una probabilità
complessiva di circa una su duecento miliardi.
Il risultato è certamente impressionante. Una probabilità di una su duecento miliardi significa, nel modello
utilizzato da Barberis, che sarebbe estremamente improbabile trovare casualmente una persona crocifissa che
presentasse contemporaneamente tutte quelle caratteristiche.
Barberis fece poi un ulteriore ragionamento. Cercò di stimare quante persone potessero essere state
crocifisse nell’area mediterranea e mediorientale durante il periodo storico nel quale questa pratica era
utilizzata. Arrivò a una stima massima di circa duecento milioni di persone. Applicando a questo numero la
probabilità precedentemente calcolata, ottenne un valore di circa uno su mille. In altre parole, secondo il suo
modello, sarebbe stato estremamente improbabile che, tra tutte le persone crocifisse considerate, ve ne fosse
anche solo una con quella particolare combinazione di caratteristiche.
Questo studio viene quindi utilizzato dai sostenitori dell’autenticità della Sindone come argomento a favore
dell’identificazione dell’Uomo della Sindone con Gesù di Nazaret. Il ragionamento, tuttavia, deve essere
interpretato correttamente. Il valore di una probabilità di uno su duecento miliardi non significa
automaticamente che esista una probabilità di uno su duecento miliardi che la Sindone non appartenga a
Gesù. Non sono la stessa cosa.
Il motivo è che le probabilità utilizzate da Barberis non derivano tutte da osservazioni statistiche ottenute da
un grande campione di crocifissioni documentate. In diversi casi si tratta di stime costruite sulla base delle
conoscenze storiche e archeologiche disponibili. Inoltre, alcune caratteristiche considerate nel calcolo
possono non essere completamente indipendenti tra loro. Questo è un punto molto importante quando si
effettua un calcolo probabilistico, perché moltiplicare direttamente le probabilità presuppone determinate
condizioni che devono essere giustificate.
Per questo motivo il numero di uno su duecento miliardi non può essere considerato una dimostrazione
matematica dell’autenticità della Sindone. È più corretto considerarlo come il risultato di un particolaremodello statistico. Se si accettano le probabilità attribuite da Barberis e le ipotesi sulle quali il modello è
costruito, la combinazione delle caratteristiche della Sindone risulta straordinariamente improbabile.
Lo studio rimane comunque interessante perché mostra quanto sia particolare l’insieme degli elementi
presenti sulla Sindone. La questione della sua autenticità, però, non può essere risolta soltanto attraverso
questa statistica. Deve essere valutata insieme alle altre evidenze storiche, archeologiche, medico legali,
chimiche e fisiche, comprese le discussioni sulla datazione al radiocarbonio del 1988 e sulle successive
obiezioni e analisi.
In conclusione, il lavoro di Bruno Barberis non dimostra matematicamente che l’Uomo della Sindone sia Gesù,
ma cerca di mostrare, attraverso la probabilità, quanto sia difficile spiegare casualmente la contemporanea
presenza di determinate caratteristiche. Il famoso dato di una probabilità di uno su duecento miliardi deve
Il corpo fu avvolto in un lenzuolo dopo la crocifissione → 1/100
Sul capo furono provocate numerose ferite compatibili con un casco/corona di spine → 1/5.000
Il condannato portò sulle spalle il patibulum → 1/2
Fu fissato alla croce con chiodi, anziché essere legato → 1/2
Presentava una ferita al costato destro inflitta dopo la morte, senza fratture alle gambe → 1/10
Fu avvolto rapidamente nel lenzuolo, senza i normali trattamenti funerari → 1/20
Rimase nel lenzuolo per un periodo molto breve, sufficiente a lasciare l’immagine ma senza segni di
putrefazione → 1/500.
Barberis moltiplicò queste probabilità:
1/100 × 1/5000 × 1/2 × 1/2 × 1/10 × 1/20 × 1/500
ottenendo:
1 su 200.000.000.000
cioè una possibilità su 200 miliardi che un crocifisso casuale possedesse contemporaneamente quelle sette
caratteristiche.
SCONTRO TRA STUDIOSI SU ARCHAEOMETRY
Non si può dimenticare il tormentone della scorsa estate 2025, con la notizia che l’immagine della
Sindone sarebbe stata prodotta da un bassorilievo. Una ricerca, si può dire, di rilievo… basso se
non addirittura nullo. All’epoca, il 4 agosto ne abbiamo parlato perché incredibilmente questo
studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Archaeometry dell’Università di Oxford, che nel
2019 aveva ospitato la nostra smentita definitiva della datazione medievale della Sindone.
Immediatamente è partita la nostra richiesta ad Archaeometry di pubblicare un commento scritto
da me con due studiosi della Sindone, Tristan Casabianca e Alessandro Piana. Abbiamo sottolineato
alcuni punti inaccettabili del lavoro di Cicero Moraes, soprattutto quello più grave: per sua scelta,
non tiene conto di tutti gli aspetti della Sindone. Non gli interessano gli studi di eminenti scienziati,
pubblicati su riviste referenziate. E non li considera non solo su aspetti che non riguardano la
formazione dell’immagine, come le microtracce e il sangue, ma nemmeno in merito alle ricerche
condotte sull’origine dell’immagine, argomento su cui pretende di fare affermazioni contro
l’autenticità della Sindone e di avere la parola definitiva. Una arroganza scientificamente
inaccettabile. È ridicolo pretendere di affrontare lo studio di un oggetto complesso come la
Sindone senza conoscere i risultati delle ricerche già condotte.
Moraes decide a priori che un cadavere nella Sindone non ci deve essere stato. Imbocca perciò
questa strada sbagliata e la percorre con sicumera, soddisfatto della sua scelta. Tutte le nostrecritiche al suo lavoro, che sono state ora pubblicate da Archaeometry, le conoscevate già perché
erano nell’articolo di agosto. Quello che è nuovo riguarda la replica di Moraes alle nostre critiche.
Ecco cosa afferma nell’abstract: «La risposta ai commenti di Casabianca et al. (2025) mira a chiarire
equivoci interpretativi e a riaffermare la coerenza metodologica dello studio Image Formation on
the Holy Shroud—A Digital 3D Approach. Le critiche presentate ignorano l’ambito dichiarato della
ricerca, di natura strettamente metodologica, incentrato sulla valutazione della deformazione
morfologica nella proiezione del corpo sul tessuto. L’uso esclusivo della regione frontale, la scelta
delle fonti visive e la contestualizzazione storica basata sulle effigi tombali sono coerenti con
l’obiettivo proposto e trovano riscontro in studi precedenti. La risposta sottolinea la trasparenza
dei dati, la replicabilità dell’esperimento e la legittimità dell’approccio scientifico adottato,
confutando le accuse di difetti concettuali o storici».
Niente da fare, Moraes persiste nella sua scelta di ignorare gli studi altrui, ma in realtà con un
distinguo non da poco: scarta quelli che sostengono l’autenticità della Sindone e valuta quelli che
la negano. Si riferisce a questo quando scrive che le sue scelte “trovano riscontro in studi
precedenti”.
Però va anche oltre: cerca di confondere il lettore con citazioni parziali, usate distorcendone il
significato.
Ecco un esempio. Nella sua replica scrive a proposito della «affermazione comunemente condivisa
secondo cui gli studi dello Shroud of Turin Research Project (STURP) avrebbero indicato che
l’immagine non proveniva dalla pigmentazione; tuttavia secondo Heller e Adler (1981), che
facevano parte del gruppo: “Va notato che, sebbene tutti gli altri test organici siano negativi, ciò
non esclude la possibilità che alcune di queste sostanze possano essere state presenti sul tessuto in
passato e essere state eliminate nel tempo attraverso ossidazione, degradazione, ecc.”».
In questo modo Moraes fa credere al lettore che Heller e Adler nel loro articolo ammettano che
l’immagine possa essere stata formata da pigmenti poi perduti nel tempo. Dunque sarebbe
un’immagine fabbricata ad arte.
Ma vediamo invece come prosegue il testo di Heller e Adler: «Ad esempio, la possibile presenza di
grassi o oli è stata verificata applicando i reagenti standard allo iodio (IBr, ICl) di Hanus e Wij. Si è
riscontrato che soluzioni diluite di tale agente non venivano rilasciate dalle fibrille gialle,
dimostrando che gli acidi grassi insaturi non sono attualmente presenti sulle fibrille. Ciò non
esclude la loro possibile presenza passata e la perdita attraverso lenta perossidazione. Ciò si
applicherebbe anche a tracce di Saponaria».
Heller e Adler cercavano grassi, oli e saponaria perché stavano verificando l’ipotesi che l’immagine
fosse stata provocata dal sudore del corpo e dai profumi in soluzione oleosa con cui potevano
essere stati trattati il cadavere o la Sindone. Non un pigmento di un artista.
Ma Moraes è talmente sfacciato che cerca di citare a sproposito persino gli autori (Casabianca, Marinelli, Pernagallo e Torrisi)
della smentita del radiocarbonio pubblicata su Archaeometry nel 2019. Infatti scrive: «In relazione allo studio al carbonio-14 che
gli autori criticano e autoreferenziano, un passaggio da loro scritto (Casabianca et al. 2019) chiarisce molto bene che la datazione
effettuata negli anni ’80 non dovrebbe essere scartata: “I nostri risultati statistici non implicano che l’ipotesi medievale sull’età
del campione analizzato debba essere esclusa”».
Con questo, Moraes vuol far credere al lettore che noi alla fine ammettiamo che la Sindone è medievale. Anche qui, vediamo però il
contesto e il significato della nostra affermazione. Stiamo parlando non di tutta la Sindone, ma del campione analizzato. Un
campione di soli tre centimetri che risulta medievale perché rammendato e inquinato, con una differenza di circa 150 anni da un
lato all’altro. Scriviamo anche: «Questa variabilità delle datazioni al radiocarbonio di Nature in pochi centimetri, se estrapolata
linearmente al lato opposto della Sindone porterebbe a una datazione nel futuro». E concludiamo: «Le misurazioni effettuate dai
tre laboratori sul campione della Sindone di Torino soffrono di una mancanza di precisione che pregiudica seriamente
l’affidabilità al 95% dell’intervallo 1260–1390 d.C. Le analisi statistiche, corroborate dal materiale estraneo rilevato dai laboratori,
mostrano la necessità di una nuova datazione al radiocarbonio per calcolare un nuovo intervallo affidabile. Questo nuovo test
richiede, in una ricerca interdisciplinare, un protocollo robusto. Senza questa rianalisi, non è possibile affermare che la datazione
al radiocarbonio del 1988 fornisca “la prova definitiva” che l’intervallo di età sia preciso e rappresentativo dell’intero tessuto».
Il maldestro e penoso tentativo di Moraes, che tenta di giustificarsi senza alcuna onestà scientifica, rende ancora più inconsistente
la sua pretesa di dimostrare falsa la Sindone. Non è il primo e non sarà l’ultimo. La Sindone dà fastidio a chi vuole liberarsi di quella
scomoda presenza che interroga e sconvolge chi non vuole ammettere la sua autenticità per non incontrare Cristo nella sua vita.IL SACRO SUDARIO DI OVIEDO
Il sudario di Oviedo, conosciuto anche come telo di Oviedo, è una reliquia della Chiesa cattolica, costituita da un telo di
lino di dimensioni ridotte (circa 0,84 per 0,53 m) conservato nella Cámara Santa della cattedrale di San Salvador a
Oviedo (Asturie, Spagna). Le analisi col metodo del carbonio-14 hanno datato il telo al 700 d.C. circa.
Secondo la tradizione cristiana e il Vangelo di san Giovanni questo telo è stato usato per avvolgere il capo di Gesù
dopo la sua morte e sino all’arrivo al sepolcro, quando, come d’uso, era stato tolto prima d’avvolgere il cadavere nel
lenzuolo; diversamente dalla più famosa sindone di Torino, esso non porta impressa alcuna immagine, ma solo
macchie di sangue. Il sudario viene esposto alla venerazione dei fedeli tre volte l’anno: il Venerdì Santo, il 14
settembre (Festa del trionfo della croce) e il 21 settembre (san Matteo apostolo ed evangelista).
Nuovi studi universitari rafforzano l’ipotesi che i due teli abbiano avvolto lo stesso corpo. Le indagini condotte da
Sánchez Hermosilla della Cattolica di Murcia confermerebbero la compatibilità
E’ la stessa ferita? Dagli studi più recenti si direbbe di sì: le tracce ematiche del “colpo di lancia” riscontrate e studiate
sul “Sudario di Oviedo” sarebbero compatibili con i segni rimasti sulla Sindone di Torino. è il risultato più vistoso della
ricerca compiuta da Alfonso Sánchez Hermosilla, anatomopatologo dell’Istituto di medicina legale dell’Università
Cattolica di Murcia, e presentata di recente anche all’Università Pontificia Regina Apostolorum di Roma, dove è attivo
il primo corso accademico di studi sindonologici. «Nel Sudario di Oviedo appare una macchia di sangue cadaverico con
un cerchio attorno cagionato da un altro fluido cadaverico compatibile con liquido pleurico e pericardico.
Questa macchia può essere stata provocata solo attraverso una ferita aperta nel torace. Questa macchia,
morfologicamente, è simile a quella provocata dalla ferita presente sul costato destro della Sindone di Torino. Lo
studio anatomico e antropometrico della macchia oggetto di studio nel Sudario di Oviedo individua la ferita che l’ha
causato nella zona posteriore del quarto spazio intercostale destro, tenendo come limite inferiore la quinta costola,
come limite superiore la quarta costola, come limite mediale (o interno) la colonna vertebrale, e come limite esterno il
bordo interno della scapola destra». È uno “scenario” del tutto compatibile con quanto si riscontra sul Telo custodito
43nel Duomo di Torino; ed è compatibile, anche, con il testo del Vangelo di Giovanni là dove descrive gli ultimi momenti
di vita di Gesù sulla croce.
L’analisi medico-legale effettuata indica anche la ferita inferta dal colpo di lancia come compatibile con la posizione di
un corpo crocifisso per la presenza di sangue cadaverico, per l’angolatura della ferita stessa. Pierluigi Baima Bollone,
applicando metodologie analoghe durante i primi studi approfonditi sulla reliquia spagnola, riscontrò che anche in
questo caso il sangue apparteneva al gruppo AB. Tali risultati vennero successivamente confermati e approfonditi nei
primi anni ’90 dalle indagini dell’EDICES (Equipo de Investigación del Centro Español de Sindonología)Le
corrispondenze fra i due Teli riguardano inoltre le caratteristiche morfologiche, il tipo di sangue, del gruppo AB
(elemento questo già studiato in precedenza); e analoga è la posizione della ferita – orizzontale, e non verticale – così
come si riscontra in Oviedo e nell’immagine della Sindone. Gian Maria Zaccone, direttore del Centro internazionale di
sindonologia di Torino, commenta così lo sviluppo della ricerca: «Il Sudario di Oviedo compare alla ribalta della storia
nell’XI-XII secolo, quando viene censito tra le reliquie dell’antica Arca conservata nella Cámara Santa di Oviedo,
cappella costruita al-È l’interno del Palazzo Reale, poi inglobata nella gotica Cattedrale del Salvatore, che divenne una
meta essenziale nel pellegrinaggio medievale, rivale della stessa Compostela. Di qui iniziava il primo “camino per san
Giacomo” e fu persino coniato il detto: “Chi va a Santiago e non al Salvatore, visita il servo e non il Signore”.
Ma qual è il significato dei risultati di questa ricerca di Sanchez Hermosilla allo stato delle conoscenze sulla Sindone?
Spiega ancora Zaccone: «Abbiamo sempre seguito con molto interesse lo svilupparsi degli studi sul Sudario, che nel
tempo hanno acquistato sempre maggiore autorevolezza. Sanchez Hermosilla è un noto e affermato anatomopatologo
che applica rigorosamente la sua professionalità e le tecniche medico legali alla ricerca sul Sudario. Molta strada è
stata fatta, altra ancora ne rimane da fare. Man mano che i risultati emergono vengono confrontati con quelli noti
sulla Sindone. Sino ad oggi non sono emerse contraddizioni. Anzi alla luce degli ultimi studi pare rafforzarsi l’ipotesi
che i due teli abbiano avvolto lo stesso corpo ed emergono spunti interessanti per futuri approfondimenti sul telo
sindonico».
I POLLINI:
La Sindone è un telo dalle dimensioni di metri 4,36 x 1,10, prodotto con fili di Linum usitatissimum, utilizzato fin dal
6.000 a.C. e originario del Medio Oriente, lavorato con metodiche proprie di quel tempo e di quel luogo. L’intreccio è
irregolare perché realizzato su di un telaio manuale ed è da considerare, per quel tempo, assai raffinato, destinato a
persone facoltose. Frammisti al lino si trovano fili di cotone ma nessuna traccia di lana in quanto, secondo la legge
mosaica, lana e lino dovevano essere tenuti separati.
Il Sudario di Oviedo non presenta alcuna immagine impressa ma solo tracce di sangue, anch’esse del gruppo AB, come
il sangue della Sindone. Inoltre, sono disposte come il sangue della Sindone, sovrapponibili ad esso. Con buona
probabilità hanno avvolto lo stesso corpo (2). Il Sudario ha un tipico ordito di epoca romana, prodotto fra il 400 a.C. e il
500 d.C. (3). È stato tessuto con torcitura a «Z», tipica della zona siro-palestinese, e ha una struttura tessile — afferma
Franca Pastore Trosello — «come quella della Sindone: lino, identico spessore delle fibre, filato a mano, con una
torsione a “Z”, ma tessuto in modo differente: sargia a spiga per la Sindone e motivo ortogonale (taffettà) per il
Sudario» (4).
Che cos’è il polline?
Il polline, contenuto nelle antere dei fiori, si può definire come il «gametofito maschile» delle piante spermatofite, a
loro volta divise in angiosperme e gimnosperme. È l’elemento fecondante ed è una cellula che, a seguito della
divisione meiotica, possiede un corredo cromosomico aploide e due o più nuclei, uno generativo e uno o più
vegetativi.
Le dimensioni di un granulo pollinico variano da 10 a 200 micrometri o micron (µ), secondo le specie. Il micrometro è
pari al millesimo di millimetro (10-6), quindi il singolo granulo pollinico è invisibile a occhio nudo. Ha un colore che
varia, sempre secondo le specie, dal giallo all’arancione, al blu, al viola, al marrone, e così via. La forma del polline —
sferica, oblata (ellissoide), poliedrica —, come anche la struttura e la scultura della superficie esterna, sono variabili
44secondo le specie. Vi sono pollini che emanano odori repulsivi per gli animali erbivori, evitando così che il fiore, con il
polline, sia assunto dagli stessi come cibo e sia impedita la fecondazione.
Molto complessa, pur nella sua piccolezza, è la struttura del granulo: in questa cellula troviamo, oltre al nucleo
generativo, un nucleo vegetativo che produce il tubo pollinico nel quale scorre il materiale genetico, destinato a
penetrare nell’ovario attraverso lo stigma e quindi lo stilo. Vi sono meccanismi che impediscono al polline dello stesso
fiore di fecondare il proprio stigma e anche quello degli altri fiori della stessa pianta per favorire il ricambio genetico.
Altri modi ancora impediscono la germinazione del tubo pollinico qualora il granulo si depositi sullo stigma del fiore di
una specie diversa. Il granulo pollinico è protetto da un primo strato esterno, l’esina, a sua volta suddivisa in tectum,
columella, piede ed endesina, e su di essa, specialmente nelle piante entomofile, anche se non tutte, si può trovare il
pollenkit, cioèun materiale adesivo che si trova sui granuli pollinici della maggior parte delle piante impollinate da
animali eche favorisce l’attacco sia al vettore del polline sia allo stigma, oltre a contenere enzimi, proteine e
glicoproteine. Queste ultime hanno il compito di nutrire il granulo e di farsi riconoscere dalla parte femminile del fiore,
perché geneticamente compatibili. Vi è poi uno strato interno, l’intina. Il granulo può rimanere agganciato anche ai
peli di un tessuto come, per esempio, il telo sindonico.
La produzione del polline è immensa, soprattutto nelle piante anemofile, ma è un solo granulo pollinico a fecondare
l’ovario di ciascun fiore. Tutto il resto è destinato a essere disperso nell’ambiente oppure utilizzato dai vettori animali,
come le api, quale importante fonte proteica.
La scienza che studia il polline è la palinologia, nata fra il XVII e il XVIII secolo.
Breve storia della conoscenza del polline
Il termine «polline» deriva dal latino pollen, pollinis il cui significato è fior di farina, polvere. Anticamente non se ne
conosceva la funzione, anche se vi era qualche idea sulla sua capacità fecondante fin dai tempi più remoti, tant’è che
nei bassorilievi dei palazzi del re assiro Assurbanipal (668-629 a. C.) alcuni personaggi mitologici, «[…] agitando delle
infiorescenze, praticano la fecondazione artificiale dei datteri» (5).
Aristotele (384/383-322 a.C.) negava che vi fosse una distinzione sessuale nelle piante, ma non così il medico greco
Tirtano, soprannominato Teofrasto (371 a.C.-287 a.C.), importante botanico dell’antichità e fondatore della fisiologia
vegetale. Descrisse cinquecento piante, comprese alcune fossili, e fu il primo studioso a distinguere fra palme femmine
e palme maschi e a capire che la polvere (il polline) della palma maschio è ciò che feconda la palma femmina, pur
essendo lontano dal capire come avviene, non potendo osservare il singolo granulo pollinico, visibile solo con un
microscopio. Anche Plinio il Vecchio (23-79) nella Naturalis historia distingue conifere maschili e conifere femminili.
Come detto, a quei tempi si era ben lontani da uno studio scientifico del polline tramite il microscopio, inventato nel
1590, a Leida, in Olanda. Inizialmente si trattava di uno strumento assai rudimentale, che offriva immagini piuttosto
opache e non ancora utili allo studio del polline. Perfezionato dallo scienziato inglese Robert Hooke (1635-1703)
consentì, finalmente, molte scoperte in campo scientifico. Lo scienziato bolognese Marcello Malpighi (1628-1694) e
l’inglese Nehemiah Grew (1641-1712), soci della Royal Society fondata nel 1660, collaborarono, pur se a distanza, nelle
ricerche sul polline e arrivarono entrambi a osservarlo al microscopio ottico, scambiandosi le proprie opinioni per
mezzo di plichi postali con tempistiche di spedizione lunghe anche mesi.
Grew accertò che fra i granuli pollinici delle varie specie vi è differenza di volume, di forma e di colore. In quegli stessi
anni Malpighi, futuro archiatra di Innocenzo XII (1691-1700), si dedicò anche allo studio degli insetti, degli embrioni e
delle piante, osservando il polline e collocandosi tra i fondatori dello studio microscopico dei vegetali. Nel 1766, il
botanico tedesco Joseph Gottlieb Kölreuter (1733-1806) descrisse i principali tipi d’impollinazione delle piante,
distinguendo quella anemofila da quella entomofila.
Da allora in poi gli studi proseguirono assiduamente. Molti furono gli scienziati che se ne occuparono e fra alcuni si
45dedicarono allo studio dei pollini presenti sul telo sindonico: primo fra tutti il botanico svizzero Max Frei-Sulzer (1913-
1983), morto prima di terminare lo studio dei pollini raccolti e lasciando incompiuto il lavoro sulla Sindone. I suoi studi,
forse perché terminati senza precisare la metodologia scelta per arrivare al riconoscimento non solo del genere, ma
anche della specie, sono stati oggetto di alcune critiche, come quelle di Silvano Scannerini, già ordinario di Botanica
nell’Università di Torino (1940-2005) e presidente dell’Ac-cademia di Agricoltura nella stessa città, e di Rosanna
Caramiello, ordinario di Botanica forestale nel medesimo ateneo. Sono interessanti in proposito gli studi della botanica
e biologa Marzia Boi, ricercatrice presso l’Università delle Isole Baleari a Palma di Maiorca (Spagna), an-ch’essa critica
verso le conclusioni di Max Frei-Sulzer, e ancora lo studio della scrittrice italiana Emanuela Marinelli, laureata in
Scienze Naturali e in Scienze Geologiche, autrice di oltre venti libri sulla Sindone.
Vettori del polline
Sono vari i vettori del polline che è trasferito dall’antera, la parte maschile del fiore che li produce, fino allo stigma, la
parte femminile. Vi sono piante a impollinazione anemofila, che affidano al vento il polline prodotto in grandissima
quantità — milioni di granuli — perché è disperso nell’aria mentre pochissimi granuli giungono a destinazione; idrofila,
per quelle che affidano il polline all’acqua; zoogama, per quelle che lo affidano agli animali, come gli insetti (piante
entomofile), i ragni, gli uccelli, i rettili, i piccoli mammiferi e alcuni crostacei marini.
Se lo stigma di una pianta anemofila non può far nulla per attirare il polline della propria specie disperso nell’aria e
questa possibilità è lasciata al caso, diversa è la condizione delle piante a impollinazione entomofila. Pensiamo all’ape,
che passa da un fiore a un altro della stessa pianta o di un altro esemplare della stessa specie: in questo caso lo
«spreco» del polline è minore, toccando essa, con il corpo pieno del polline che raccoglie — perché importante fonte
proteica da portare nell’alveare — lo stigma degli altri fiori e lasciando su di esso, pur se involontariamente, qualche
granulo che provvederà alla fecondazione.
Il polline delle piante tipiche della zona palestinese ritrovato sulla Sindone è in buona parte entomofilo non mancando,
ma in minore quantità, quello anemofilo di incerta provenienza.
Il prelievo dei pollini sulla Sindone e sul Sudario di Oviedo
La notte del 21 novembre 1973 Frei-Sulzer ebbe, limitatamente alle parti più esterne del telo sindonico, la desiderata
autorizzazione di prelevare alcuni campioni di polvere (240 cm2) e per questa operazione utilizzò una dozzina di
semplici nastri adesivi, che sono «[…] messi in contatto con la superficie con leggera pressione e grazie alla loro
adesività quando sono staccati asportano tutte le microtracce senza danneggiare o alterare in qualsiasi modo il
supporto» (6), ripiegandoli quindi su se stessi e riponendoli dentro dei contenitori sui quali era indicata la zona del telo
sindonico dal quale erano stati estratti (7). Nel 1978, nella notte fra l’8 e il 9 settembre, Frei-Sulzer eseguirà un nuovo
prelievo con «una ventina di applicazioni ed altrettanti “strappi” con nastri adesivi per completare le indagini sui vari
pollini iniziate nel 1973» (8).
In quest’ultima occasione anche l’équipe dello STURP (Shroud of Turin Research Project), il gruppo di ricerca
internazionale costituito per studiare scientificamente la Sindone, procede al prelievo di campioni di polvere con
nastro adesivo ma utilizzando un «applicatore appositamente progettato che esercitava sul nastro una forza costante
e predeterminata» (9) e trovando «solo un granulo di polline» (10). Frei-Sulter, riferisce invece Marzia Boi, «[…]
pressava con forza il nastro contro il telo strofinandolo con un’unghia» (11). Egli ricevette anche campioni di polvere
contenente polline estratto dalla teca d’argento nella quale era stata conservata la reliquia.
Circa la successiva preparazione del polline per rendere possibile l’osservazione al microscopio Frei-Sulter così
riferisce: «È stato un compito molto difficile identificare i diversi granuli pollinici nella polvere raccolta. Per prima cosa
li dovevo estrarre dal nastro adesivo e dopo la pulizia essi erano inclusi in glicerina come preparati permanenti, in
modo da poter essere studiati da tutti i lati al microscopio ottico. L’unico metodo veramente scientifico per
l’identificazione dei granuli pollinici è il confronto diretto con un preparato nello stesso mezzo di polline maturo
raccolto da una specie alla quale il polline sconosciuto potrebbe appartenere» (12).
46Precisa a sua volta Pierluigi Baima Bollone: «Sappiamo comunque che la procedura inizia con l’individuazione del
granulo sul nastro. Segue l’estrazione, la pulitura con reagenti appropriati e infine la preparazione per la osservazione
al microscopio ottico ordinario o con il microscopio elettronico a scansione, strumento che unisce ad un elevato
potere di ingrandimento e di risoluzione una grande profondità di campo che consente riprese che danno l’illusione
della tridimensionalità» (13).
Emanuela Marinelli, a questo proposito, scrive: «In un suo manoscritto, Frei spiegava come prelevava i granuli di
polline dai suoi campioni di nastro adesivo per metterli sui vetrini: incideva a T il nastro, dissolveva l’adesivo in toluolo
e con grande attenzione sollevava il granulo con un piccolo cappio metallico oppure infilava nell’incisione la punta di
un triangolo di nastro adesivo con la quale prendeva il granulo per poi depositarlo su un vetrino portaoggetti. A questo
punto metteva una goccia di un mezzo di inclusione, poneva i granuli dei pollini di controllo e copriva tutto con un
vetrino coprioggetti» (14).
In merito a questa metodologia i botanici Scannerini e Caramiello affermano: «La procedura sembra essere stata
corretta o comunque tale da non poter alterare fortemente le caratteristiche della parte pollinica della polvere
prelevata» (15). La palinologa Marzia Boi esprime qualche dubbio sull’utilizzo del nastro adesivo, che è «aggressivo per
le fibre del lino e inoltre rende difficile identificare i pollini specifici» (16).
Raccolto comunque il polline, ripulito e preparato per l’osserva-zione al microscopio ottico ed elettronico, Frei-Sulter si
è trovato di fronte al gravoso compito di identificare questi granuli. Non è un’opera-zione semplice perché, se è vero
che ogni specie produce un polline diverso da quello delle altre, è anche vero che le differenze fra le specie, all’interno
di uno stesso genere che è diffuso in più ampie zone rispetto alla specie, sono sovente minime. Tali differenze, inoltre,
non sono facilmente rilevabili in pollini da duemila anni mescolati a unguenti nelle fibre di un telo. Inoltre, per essere
certi dell’identificazione della specie, sarebbe necessario avere un buon numero di pollini, almeno un centinaio,
perché «qualsiasi pianta oltre a produrre pollini perfettamente normali, produce pollini malformati» (17) ed è quindi
opportuno averne un buon numero a disposizione.
Frei-Sulter affermò di avere identificato circa cinquanta specie differenti di piante, la metà della quale vive in Medio
Oriente, e arrivò a queste conclusioni: «La presenza sulla Sindone del polline di 29 piante del Vicino Oriente, e
specialmente di 21 piante che crescono nel deserto o nelle steppe, conduce direttamente all’ipotesi che il Lenzuolo,
oggi conservato nella Cattedrale di San Giovanni Battista di Torino, nel passato fu esposto all’aria libera in Paesi dove
queste piante fanno parte della vegetazione normale. […] Tre quarti delle specie riscontrate sulla Sindone crescono in
Palestina, tra le quali 13 specie sono molto caratteristiche od esclusive del Negev e della zona del Mar Morto (piante
alofite). La palinologia permette quindi di affermare che la Sindone nel corso della sua storia (compresa la
fabbricazione) ha soggiornato in Palestina» (18).
Sul telo sono però presenti anche pollini di piante tipiche della steppa, in Palestina assenti o raramente presenti. Per
questo motivo, continua Frei-Sulter, la Sindone «[…] deve essere stata esposta all’aria libera anche in Turchia poiché
20 delle specie riscontrate sono abbondanti in Anatolia (Urfa, ecc…) e quattro nei dintorni di Costantinopoli, e
mancano completamente nell’Europa Centrale ed Occidentale» (19).
La palinologa Marzia Boi, tuttavia, esprime alcune perplessità sulle conclusioni di Frei-Sulter: «I pollini sono stati
sicuramente individuati, ma sono stati forzosamente fatti corrispondere con una probabile origine geografica per
dimostrare il lungo viaggio della reliquia. In questo lavoro questa è stata considerata quasi come una bandiera, che ha
viaggiato all’aperto e che quindi al suo passaggio su di essa sarebbero aderiti tutti i pollini poi ritrovati; non si tiene
presente invece che era un importante oggetto protetto e trasportato nascosto» (20).
Il fatto che sul telo sindonico si trovi molto polline di piante entomofile della Palestina e poco di piante anemofile della
stessa zona conferma, a mio parere, quanto affermato dalla professoressa Boi. Il telo sindonico è sicuramente stato
trattato con estrema cura dai primi apostoli e da quanti lo avevano in custodia e non conservato all’aperto, dove
avrebbe raccolto più facilmente pollini anemofili. Esso aveva avvolto il corpo del Salvatore e su di esso si era formata
47l’immagine acheropita di Cristo in un modo tale che la scienza, ancora oggi, non è riuscita a spiegare. Era, già allora, la
prima e più importante reliquia della cristianità.
Il polline di piante della Palestina presenti sul telo è tipico di piante entomofile, probabilmente perché queste
facevano parte degli unguenti ma anche perché i fiori potrebbero essere stati posati sullo stesso già nel sepolcro
oppure quando, è ipotizzabile, la sacra immagine era venerata dagli apostoli e dai primi cristiani di Palestina e quindi,
per esempio, appoggiata su di una lunga tavola per osservare e pregare davanti all’imma-gine del Maestro. Ed è anche
possibile, come afferma Marzia Boi, che lo stesso polline si sia conservato così a lungo e sia rimasto attaccato alle fibre
del telo per duemila anni proprio perché il corpo del Signore è stato unto con oli e resine secondo il rito cerimoniale e
la preparazione del tempo, sostanze, queste, poi assorbite dal telo: «[…] è possibile che questi prodotti untuosi
abbiano permesso al polline, come una traccia invisibile, di persistere e rimangono attaccati al tessuto fino ai nostri
giorni» (21).
È presente, invece, più polline di piante anemofile non della Palestina probabilmente perché, in luoghi più lontani, il
telo era esposto all’a-perto e tenuto disteso — imprudentemente — davanti a folle di fedeli. Per esempio, sappiamo
che «nel 1494 e nel 1560, la Sindone verrà esposta distesa dal ponte levatoio del castello di Vercelli» (22) come anche
nell’esposizione a Torino, in piazza Castello, rappresentata nell’incisione di Antonio Tempesta (1555-1630) del 1613.
«Delle diverse spezie ed aromi legati ai riti funebri di 2000 anni fa, l’incenso e la mirra sono i più conosciuti ma ne
esistono molti altri, di cui è andata perduta l’informazione, la sua esatta specie, utilità ed utilizzo. Di alcuni di essi è
stato possibile recuperare informazioni controllando i manoscritti di scrittori dell’epoca, come Dioscoride e Plinio il
Vecchio, che ne commentano gli usi nell’antichità» (23).
San Giovanni scrive al cap.19 del suo Vangelo: «Vi andò [a prendere il corpo di Gesù] anche Nicodemo — quello che in
precedenza era andato da lui di notte — e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe. Essi presero allora il
corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura».
Marzia Boi precisa che «il popolo ebraico non ammette l’imbalsa-mazione, la mummificazione o altre tecniche di
conservazione, come indica il Talmud: “le spezie servono a togliere la puzza”, come trattamento salutare per il clima
secco e caldo. Il Talmud, raccolta di leggi e tradizioni ebraiche, non accetta che in un cadavere, con segni di violenza (il
caso di Gesù), il sangue venga pulito, ritenendo che sia parte del corpo e che debba andare unito al corpo nella tomba.
Il corpo che è stato avvolto nella Sindone di Torino è stato simbolicamente pulito, ma non lavato. Ha subito una morte
violenta e, come assicurano i rilievi forensi, i segni di sangue presente sono pre- e post mortem, a conferma di un
rituale ebraico come descritto dal Talmud» (24).
Continua la studiosa: «La Sindone molto probabilmente è stata spalmata con oli e unguenti, così come le parti del
corpo prive di sangue, contribuendo a una migliore protezione contro la rapida decomposizione, oltre a purificare
l’ambiente.
«Gli oli e gli unguenti, secondo gli usi etnoculturali, applicati durante i rituali funebri e funerari sono stati di diversi tipi
lasciando tracce, tra le fibre del lino, come il polline degli stessi prodotti utilizzati. Questa pratica può inoltre aver
facilitato la cattura di altri pollini dal-l’ambiente, garantendo per di più una protezione notevole del tessuto per le sue
importanti e ottimali proprietà antisettiche e conservanti.
«I pollini riconosciuti sulla Sindone di Torino possono chiarire il rituale funebre applicato al corpo avvolto al suo
interno, come testimoni e illustratori dell’ambiente circostante e delle pratiche dell’e-poca.
«Considerando che il corpo e il telo funebre sono stati trattati con olii e unguenti, secondo il rito cerimoniale e le
preparazioni di 2000 anni fa, è possibile che questi prodotti grassi abbiano permesso ai pollini, come una traccia
invisibile, di persistere e rimanere attaccati al tessuto fino ai nostri giorni» (25).
48La studiosa conclude che «le indagini realizzate finora si sono concentrate sulla definizione del percorso della Sindone,
trascurando le prove che i pollini stavano dimostrando sulla preparazione del rito funebre, che al momento
comprende specie botaniche di: Cistus spp. y Cistaceae, Ferula spp., Helichrysum spp. e Pistacia spp., che sono tutte
specie mediterranee. Nei campioni raccolti da Frei ci sono 109 pollini ancora senza determinazione (Danin et al., 1999).
Se fosse possibile analizzarli, e raccogliere altri campioni, si potrebbero ottenere risultati più definitivi sul rituale
funerario» (26).
Il Sudario di Oviedo
è un telo di lino conservato in Spagna fin dal-l’anno 812, o dal 842. Su questo telo, che misura 84 x
54 cm, si osservano macchie di sangue e fluidi corporali di un cadavere umano «[…] come affermato nel 1985 dal Dott.
Pierluigi Baima Bollone, e confermato nel 1994 dal Dott. José Delfín Villalaín Blanco.
«Le macchie presenti sulle due tele manifestano tra loro un’evi-den-te somiglianza morfologica» e a queste va
aggiunta la «la concordanza delle distanze tra le lesioni che hanno originato le macchie» (27).
Nel 1977 Frei-Sulter ricevette da mons. Giulio Ricci (1913-1995) quattro campioni prelevati dal Sudario, insufficienti,
tuttavia, a compiere l’identi-ficazione dei pollini. Dal 15 al 17 maggio del 1979 Frei-Sulter si recò a Oviedo per
prelevare 46 campioni di polvere sempre con la tecnica dei nastri adesivi. In quell’occasione ha «identificato il polline
di 13 piante» (28) mentre negli anni 1990 il CES. Centro Spagnolo di Sindonologia ha utilizzato un altro metodo di
prelievo e, come nella Sindone, ha individuato del polline anche sul sudario, sempre appartenente a piante entomofile.
«La ricerca dei pollini sul Sudario di Oviedo è stata successivamente portata avanti dalla biologa Carmen Gómez
Ferreras, della Universidad Complutense di Madrid, la quale ha identificato 25 tipi di polline che confermano il
soggiorno del Sudario in un ambiente mediterraneo» (29). Secondo la Boi «il polline ritrovato nel sudario di Oviedo è
molto similare a quello della Sindone che ho identificato come del genere Helichrysum» (30).
Identificazione dei pollini
Identificare pollini di duemila anni prima non è operazione semplice, come già detto, e soprattutto non lo è arrivare
alla specie: «la forma, le dimensioni, lo spessore dell’esina si studiano ordinariamente al microscopio ottico, mentre le
ornamentazioni sono meglio evidenziabili al microscopio elettronico a scansione. I due strumenti sono dunque
complementari, in quanto funzionano in modo diverso (non è solo questione di ingrandimenti diversi!) e permettono
di focalizzare l’attenzione su caratteristiche differenti» (31).
Circa l’identificazione della specie da parte di Frei-Sulter i botanici Scannerini e Caramiello così si sono espressi:
«l’attribuzione di una denominazione a livello di specie dei granuli rilevati pone qualche interrogativo» (32). Essi,
infatti, si domandano «eccetto che nel caso di generi monospecifici, come si può avere la sicurezza di attribuire un
polline ad una specie disponendo di materiale così scarso (qualche granulo? Una decina?)» (33). Continuano gli autori
affermando che «se Frei si fosse limitato all’individuazione del genere, operazione già di per sé problematica, in molti
casi con poco materiale le sue conclusioni sul percorso della Sindone, le sue ostensioni in località diverse ed i
conseguenti contatti con ambienti a carica pollinica molto diversificata, sarebbero stati egualmente significativi e forse
persino più probanti» (34), osservazione che «non vuole invalidare il lavoro» (35) di Frei-Sulter.
Questo dubbio è stato ripreso anche da Baima Bollone nella sua opera Sindone e scienza, dove cita Luigi de Beaulieu,
del laboratorio di botanica storica e di palinologia di Marsiglia, e Carmen Gómez Ferreras, professoressa del
Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università di Madrid. Anche Marzia Boi esprime dubbi sull’identificazione della
specie mentre Marta Mariotti Lippi, già professore associato nel Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, fa
notare che Frei-Sulter «[…] non aveva sufficiente familiarità con le indagini su materiali antichi» (36).
Quali pollini sono stati trovati?
Fra i pollini ritrovati sulla Sindone, secondo Frei-Sulter, il 29% apparterebbe a Gundelia tournefortii, pianta
commestibile della famiglia Asteraceae, simile a un cardo, originaria del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale,
49con impollinazione entomofila tramite farfalle. Fin dall’anti-chità è raccolta prima della fioritura per un uso
gastronomico: quest’u-sanza ha comportato una riduzione della crescita di questa specie nelle zone in cui vive, fra le
quali anche la Palestina. Questa identificazione è stata confermata da Avinoam Danin (1939-2015), professore di
Botanica all’Università di Gerusalemme che, con altri studiosi, suppone che proprio la Gundelia sia stata utilizzata per
preparare la corona di spine. La Gundelia non possiede, però, spine molto acuminate, e inoltre una corona sarebbe
composta con le foglie spinose e non con i fiori, come rileva la professoressa Boi. A proposito di ciò Scannerini ritiene
che «basandosi sulla posizione delle lesioni del capo del-l’immagine sindonica, sul portamento dei rami spinosi della
pianta, sulla sua grande diffusione in Palestina, sul suo uso comune come esca per accendere il fuoco, si può
identificare la pianta del casco di spine il Poterium spinosum L. o Sarcopterium spinosum Schranz, la nostra spina
porci» (37).Inoltre, questo polline, secondo i rilievi di Frei, sarebbe presente in tutti i campioni e ciò è piuttosto
anomalo in quanto, se si tratta davvero di Gundelia, dovrebbe trovarsi solo nella zona del capo, dove fu posta la
corona di spine. Non sono nemmeno presenti tracce del lattice della Gundelia, che trasuda abbondante da steli e
foglie.
Attraverso successivi controlli, molto precisi, delle fotografie del polline eseguite da Frei-Sulter, Marzia Boi
«sovrapponendo le immagini del microscopio ottico con le foto precedentemente rilasciate e controllando il tipo di
spine e aperture»(38) afferma che quel polline, date le maggiori dimensioni dello stesso, non appartiene a Gundelia
bensì a una qualche specie del genere Helichrysum, pure appartenente alla famiglia Asteraceae. Si tratta di piante che
si avvalgono di farfalle diurne e notturne per l’impollinazione, quindi sempre entomofile. Se la questione riguardante
l’identificazione dei pollini di Helichrysum sembra una questione solo per esperti botanici, in realtà la presenza sul telo
sindonico dell’Helichrysum, e non della Gundelia, riveste una non piccola importanza trattandosi, l’Helycrisum, di una
pianta dalla quale si ricava l’olio essenziale di elicriso dalle sommità fiorite. Nell’antichità quest’olio era utilizzato
proprio per proteggere i lini e anche nei riti funebri per ritardare la decomposizione dei corpi e coprire l’odore delle
sepolture.
Importante è anche la presenza di pollini dello Zigophyllum dumosum o fagiolo-cappero, una specie della famiglia
Zigophyllaceae con impollinazione entomofila. Questa pianta cresce solo in Israele, in parte della Giordania e nella
penisola del Sinai. In Israele è presente nel deserto della Giudea, nella valle del Mar Morto, nell’oasi di Ein Gedi sulla
sponda occidentale, sulle colline del Negev e nella città di Eilat sulla costa del Mar Rosso, nell’area geografica di Aravh
al confine con la Giordania e nella valle del Giordano. La diffusione geograficamente limitata conferma oltremodo che
la Sindone ha una stretta relazione con la zona sopra indicata.
Frei-Sulter rilevò ancora la presenza di pollini di Cistus creticus. In Palestina crescono due specie di Cistus mentre una
ventina sono le specie e tutte originarie delle regioni mediterranee. Le due specie di Cistus della Palestina sono C.
creticus, appunto, e C. salviifolius. La fioritura avviene tra marzo e giugno e l’impollinazione è sempre entomofila; in
particolare è eseguita dalle api e dalle farfalle. I Cistus hanno fogliame molto profumato, come anche le resine, in
particolare il Cistus ladanifer che però non si trova in Palestina. Danin e altri studiosi rilevarono, invece, la presenza del
polline di altre due specie, Cistus incanus (Cisto rosso), che vive nell’area del Mediterraneo, la cui fioritura avviene fra
marzo e giugno, e Cistus salviifolius. Marzia Boi ricorda che l’attuale identificazione è Cistus spp., cioè più specie e
sottospecie del genere Cistus presenti sul telo, senza arrivare alla specie.
Fra le altre specie riscontrate sulla Sindone, sempre secondo Frei-Sulter, vi sono Pistacia lentiscus e Pistacia vera: il
primo originario del bacino Mediterraneo e il secondo del Medio Oriente, dove era coltivato fin dai tempi preistorici
mentre l’attuale identificazione è Pistacia spp. cioè, più specie del genere Pistacia. Questi quattro tipi di pollini,
secondo Danin, rappresentano il 64% del polline identificato.
Fra gli altri pollini identificati da Frei-Sulter ricordo: «Onosma Syriacum [gen. Onosma: Mediterraneo e Asia centrale
principal-mente] e lo Hyo-scyamus Aureus [gen. Hyoscyamus originario del Mediterraneo orientale e Iraq], piante
specializzate a vivere sulle rupi, sui muri e sulle rovine che ai tempi di Cristo non mancavano in Palestina. Il loro polline
si trova sulla Sindone, e le stesse piante crescono tutt’oggi sulle mura della vecchia cittadella di Gerusalemme. Tutti
sanno che lo studio dei pollini fossili, per esempio nella torba, permette di ricostruire l’aspetto della vegetazione del
50passato. In egual modo i pollini sepolti nel fango del Mar Morto ci danno un’idea molto chiara della flora palestinese
(chiamata “flora della Bibbia”) ai tempi di Cristo. Alcuni degli elenchi, pubblicati dall’Università di Tel Aviv, di pollini
estratti dal fondo del Mar Morto o dal lago di Genezaret contengono molti nomi identici alle liste da me pubblicate nel
1978 del polline sindonico. Per essere chiaro: questi pollini nei sedimenti marittimi o lacustri sono fossili, ma non
rappresentano piante estinte e pure i pollini della Sindone non provengono da piante estinte. Fatta riserva, se
possibile, per quel polline di cui ho detto che non sono ancora riuscito a classificare» (39). Frei-Sulter, sempre in
questo suo intervento, ricordava anche un polline che non era riuscito a identificare ma non per questo
necessariamente appartenente a una pianta estinta. Nell’articolo di Scannerini e Caramiello si legge: «La serietà di
quanto afferma Frei è anche sottolineata dal fatto che personalmente smentisce il ritrovamento sensazionale di specie
estinte in questi due ultimi millenni: dice che si sarebbe augurato di avere tanta fortuna ma non asserisce di averla
avuta, sdrammatizzando quindi quanti vorrebbero usare i suoi dati come “prove irrefutabili” dell’autenticità del telo»
(40).
L’assenza, sui campioni finora raccolti ed esaminati, di polline dell’olivo (Olea europeaea), peraltro a impollinazione
anemofila, ha sollevato curiosità in alcuni studiosi. L’olivo è apparso nel Mediterraneo orientale circa diecimila anni
prima della nostra era ed è stato domesticato nella fascia fertile compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate. È stato anche
riportato alla luce nei pressi di Tel Aviv un oleificio filisteo capace di una produzione annuale di duemila tonnellate di
olio. La fioritura dell’olivo avviene in un’epoca media dell’anno, fra aprile e giugno (41). La Pasqua nel-l’anno della
morte di Cristo cadde, secondo i biblisti, il 3 o il 7 aprile e probabilmente prima dell’inizio della piena fioritura
dell’olivo. Inoltre, il polline dell’olivo, se è vero che può spostarsi anche lontano di dieci e più chilometri, è pur vero che
nella maggior parte dei casi si ritrova a poche decine di metri dalle piante.
Che cosa suggeriscono gli studiosi
La professoressa Boi, ritenendo che siano state finora trascurate le prove circa la preparazione del rito funebre che i
pollini possono raccontarci, vorrebbe analizzare quelli raccolti da Frei-Sulter e raccogliere altri campioni. Ritiene che
«gli studi sui pollini della Sindone di Torino fino ad oggi, sono arrivati a determinare che contiene polline originario
dell’Asia Minore. Le corrette identificazioni dei pollini forniscono oggi informazioni preziose sul fatto reale, perché le
piante, con i loro balsami, unguenti e oli o spezie, sono entrate nei riti funebri e nella sepoltura» (42). La professoressa
Marinelli nel suo intervento al congresso di Valencia del 2012 afferma che il lavoro pionieristico di Frei-Sulter merita
rispetto e che la verifica dei risultati dell’indagine sulla Sindone e sul Sudario andrebbe condotta da una commissione
di referee scevri da pregiudizi; nel frattempo auspica una nuova campagna di esami e di prelievi.
Ugualmente Scannerini e Caramiello terminano il loro articolo scrivendo che «il lavoro sui pollini della Sindone
mantiene tutto il suo interesse e proprio per questo sarebbe auspicabile una sua integrazione, tentando in tal modo di
eliminare quelli che parrebbero eccessi di precisione non suffragati da prove sufficienti» (43).
Infine, la professoressa Mariotti Lippi, prendendo in considerazione le specie identificate e pubblicate da Frei-Sulter,
ha da esse eliminato quelle presenti in Europa, rappresentate anche solo a livello di genere, lasciando le piante proprie
della zona medio-orientale. Considerando anche gli errori nell’identificazione delle specie, all’interno di uno stesso
genere e delle stesse famiglie, la studiosa ha ridotto ancor più l’elenco.
Così, «sono rimasti granuli pollinici di alcune piante medio-orien-tali, a mio avviso ben riconoscibili. Ne ho concluso che
la Sindone, in un certo periodo di tempo imprecisato, ha soggiornato in Medio-Oriente» (44) e, a differenza di altri
ricercatori, afferma che «con le conoscenze attuali in campo palinologico, che è il mio campo di ricerca, non siamo in
grado di ottenere dati utili a stabilire l’autenticità o meno della Sindone» (45), mentre avrebbe senso «la revisione del
materiale già prelevato da parte di una commissione di palinologi: la eventuale presenza di granuli pollinici medio-
orientali avvalorerebbe l’ipotesi di una permanenza del lenzuolo in Medio-Oriente» (46). Auspica, infine, che lo studio
della Sindone sia inquinato, d’ora in poi, il meno possibile e che si rinvii «ai nostri posteri il compito di percorrere
itinerari di ricerca che oggi non conosciamo e che neppure possiamo immaginare» (47).
Il lavoro da fare è ancora molto e, nel rispetto della più importante reliquia della cristianità, non rimane che auspicare
51che gli studiosi della materia stabiliscano un preciso piano di ricerca operando in pieno accordo fra loro, ovviamente
sempre nel rispetto della volontà della Chiesa, oggi detentrice della Santa Sindone, senza dimenticare le parole di Gesù
riportate nel Vangelo: «Perché mi hai visto, Tommaso, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno
creduto» (Gv 20,29).
San Giovanni Paolo II e la Sindone
La Sindone è provocazione all’intelligenza. Essa richiede innanzitutto l’impegno di ogni uomo, in particolare del
ricercatore, per cogliere con umiltà il messaggio profondo inviato alla sua ragione e alla sua vita. Il fascino misterioso
esercitato dalla Sindone spinge a formulare domande sul rapporto fra il Sacro Lino e la vicenda storica di Gesù. Non
trattandosi di materia di fede, la Chiesa non ha competenza specifica per pronunciarsi su tali questioni. Essa affida agli
scienziati il compito di continuare a indagare per giungere a risposte adeguate agli interrogativi connessi con questo
lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe avvolto il corpo del nostro Redentore quando fu deposto dalla croce. La
Chiesa esorta ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali
non sono; invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità
dei credenti.
Ciò che soprattutto conta per questi ultimi è che la Sindone è specchio del Vangelo. In effetti, se si riflette sul Sacro
Lino, non si può prescindere dalla considerazione che l’immagine in esso presente ha un rapporto così profondo con
quanto i Vangeli raccontano della passione e morte di Gesù che ogni uomo sensibile si sente interiormente toccato e
commosso nel contemplarla. Chi a essa si avvicina è, altresì, consapevole che la Sindone rimanda a Colui al cui servizio
la Provvidenza amorosa del Padre l’ha posta. Pertanto, è giusto nutrire la consapevolezza della preziosità di questa
immagine, che tutti vedono e nessuno per ora può spiegare. Per ogni persona pensosa essa è motivo di riflessioni
profonde, che possono giungere a coinvolgere la vita (48).
Giacomo Roggeri Mermet
Note:
1) Cfr. Silvano Scannerini (1940-2005), Mirra, aloe, pollini e altre tracce. Ricerca botanica sulla Sindone, Elledici, Torino
1997, pp. 4-5.
2) Cfr. Marco Bonati, Quei forti legami tra la Sindone e il sudario di Oviedo, inAvvenire. Quotidiano di ispirazione
cattolica, 3-5-2017.
3) Cfr. Nicoletta De Matthaeis, Il sudario di Oviedo, nel sito web <https://reliquiosamente.com/2015/09/04/il-sudario-
di-oviedo> (gli indirizzi Internet del-l’articolo sono stati consultati il 27-2-2025).
4) Cit. in Alfonso Sanchez Hermosilla, Possibili concordanze tra la Sindone di Torino e il Sudario di Oviedo,in Sindon. La
rivista del CISS: Centro Internazionale di Studi sulla Sindone,n. 3, agosto 2021, pp. 56-62 (p. 56), nel sito web
<https://www.sindone.it/rivista>. Sanchez Hermosilla è medico forense dell’I-sti-tuto di Medicina Legale di Murcia, in
Spagna, e direttore dell’EDICES, l’Equipo de investigación del Centro Español de Sindonología.
5) Renato Ariano, Breve storia degli studi sul polline,nel sito web
<https://www.pollinieallergia.net/articoli_pdf/180.pdf>.
6) Max Frei-Sulzer, Il passato della Sindone alla luce della palinologia, in La Sindone e la Scienza, Atti del II Congresso
Internazionale di Sindonologia, Torino 7-8 ottobre 1978, Edizioni Paoline, Torino 1979, pp. 191-200 e pp. 370-378.
7) Cfr. Mario Moroni (1933-2017) e Francesco Barbesino, Apologia di un falsario, Maurizio Minchella, Milano 1997, p.
52.
528) Pierluigi Baima Bollone e Grazia Mattutino, Quarant’anni dopo gli esami scientifici sulla Sindone del 1978, p. 4, nel
sito web <https://-accademiadimedicina.unito.it/images/img/pdf/BaimaBolloneMattutino.pdf>. Baima Bollone è
presidente onorario del Centro Internazionale di Sindonologia; Grazia Mattutino è criminologa dell’Istituto di Medicina
Legale di Torino.
9) Marzia Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni
con i pollini trovati sulla Sindone di Torino,in Sindon. La rivista del CISS: Centro Internazionale di Studi sulla Sindone,
anno LXV,n. 8, gennaio 2024, pp. 47-63 (p. 50).
10) Paul C. Maloney (1936-2018), ASSIST announces the acquiring of the Max Frei Collection for Shroud research, in
The ASSIST [Association of Scientists and Scholars International for the Shroud of Torin] Newsletter, anno 1, n. 1, 1989,
pp. 1-3 (p. 2), nel sito web <https://www.shroud.com/pdfs/assist1.pdf>.
11) M. Boi, op. cit., p. 50.
12) M. Frei, Nine years of palinological studies on the Shroud, in Shroud Spectrum International, n. 3, 1982, pp. 2-7 (p.
3), nel sito web <https://www.shroud.com/-pdfs/ssi03part3.pdf>.
13) P. Baima Bollone, Sindone o no, SEI. Società Editrice Internazionale, Torino 1990, p. 213.
14) Emanuela Marinelli, La questione dei pollini presenti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo, I Congreso
International sobre la Sabana Santa en España, Valencia 28-30 aprile 2012, pp. 1-13 (p. 3).
15) S. Scannerini e Rosanna Caramiello, Il problema dei pollini, in Sindon. La rivista del CISS: Centro Internazionale di
Studi sulla Sindone,Nuova Serie, n. 1, 1989, pp. 107-111 (p. 107).
16) M. Boi, La Palinologia: strumento di ricerca per le reliquie della Sindone di Torino e del Sudario di Oviedo, in
Aggiornamento sulle principali tematiche sulla Sindone di Torino, Incontro Centri di Sindonologia per la festa liturgica
della S. Sindone, 2-5-2015, Centro Internazionale di Sindonologia, Torino 2015, p. 108.
17) S. Scannerini, Mirra, aloe, pollini e altre tracce. Ricerca botanica sulla Sindone, cit., p. 47.
18) E. Marinelli, op. cit., p. 3.
19) Ibidem.
20) M. Boi, La Palinologia: strumento di ricerca per le reliquie della Sindone di Torino e del Sudario di Oviedo, cit., p.
104.
21) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni
con i pollini rinvenuti sulla Sindone di Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone a Valencia
organizzato dal Centro Español de Sindonologia il 28-29-30 aprile 2012, p. 9. Il testo, ricevuto direttamente
dall’autrice, ha lo stesso titolo, ma contenuto diverso, di quello pubblicato in Sindon. La rivista del CISS.
22) P. Baima Bollone, Sindone e Scienza all’inizio del terzo millennio, «La Stampa», Torino 2000 (Supplemento a La
Stampa, 28-6-2000), p. 17.
23) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni
con i pollini rinvenuti sulla Sindone di Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone, cit., p. 3.
24) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni
53con i pollini rinvenuti sulla Sindone di Torino, cit., p. 57.
25) Ibid., p. 57-58.
26) Ibid., p. 63.
27) A. Sanchez Hermosilla, Possibili concordanze tra la Sindone di Torino e il Sudario di Oviedo, cit., p. 56.
28) E. Marinelli, op. cit.,p. 5.
29) Ibidem.
30) Stesso polline su Sindone e Sudario di Oviedo. Intervista a Marzia Boi, nel sito web
<https://www.srmedia.info/2015/03/15/stesso-polline-su-sindone-e-sudario-di-oviedo-intervista-a-marzia-boi>.
31) Marta Mariotti Lippi, Riflessione sulle analisi palinologiche condotte sulla Sindone di Torino, in Collegamento pro
Sindone Internet, settembre 2011, pp. 1-6 (pp. 2-3).
32) S. Scannerini e R. Caramiello, op. cit., p. 108.
33) Ibidem.
34) Ibid., p. 109.
35) Ibidem.
36) M. Mariotti Lippi, op. cit.,p. 3.
37) S. Scannerini, Mirra, aloe, pollini e altre tracce. Ricerca botanica sulla Sindone, cit., p. 27.
38) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni
con i pollini trovati sulla Sindone di Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone, cit., p. 12.
39) Max Frei [sic], Identificazione e classificazione dei nuovi pollini della Sindone, in Atti del II Convegno Nazionale di Sindonologia, a cura di Lamberto Coppini
e Francesco Cavazzuti (1928-2010), Bologna 27-29 novembre 1981, Clueb, Bologna 1983, pp. 278-279.
40) S. Scannerini e R. Caramiello, op. cit., p. 108.
41) Cfr. Semi e piante, ricchezza di Palestina, nel sito web <http://-sumudpalestina.cric.it/it/mappa-del-progetto-hebron/in-diretta-dal-progetto/semi-
piante-ricchezza-palestina>.
42) M. Boi, Il significato etnoculturale dell’uso delle piante negli antichi rituali funerari e le sue possibili implicazioni con i pollini rinvenuti sulla Sindone di
Torino, relazione al I Congresso Internazionale sulla Sindone, cit., p. 18.
43) S. Scannerini e R. Caramiello, op. cit., p. 110.
44) M. Mariotti Lippi, op. cit.,p. 5.
45) Ibid., p. 6.
46) Ibidem.
47) Ibidem.
48) Cfr. Giovanni Paolo II (1978-2005), Discorso di commiato alla cittadinanza di Torino nel corso della visita pastorale a Vercelli e a Torino (23-24 maggio 1998), del 24-5-
1998, nn.
SACRA TUNICA DI ARGENTEUIL
La tunica di Argenteuil è una tunica datata in un periodo compreso tra il VI e il IX secolo che secondo la tradizione sarebbe
l’abito indossato da Gesù nelle ultime ore della sua vita; è detta “inconsutile” in quanto è stata confezionata senza cuciture.
Dal IX secolo è custodita nella basilica di Saint-Denys (San Dionigi) ad Argenteuil, nella Francia settentrionale.
Nel Vangelo secondo Giovanni viene descritta la tunica portata da Gesù prima della crocifissione:
«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la
tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: non
stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica
han gettato la sorte”. E i soldati fecero proprio così.»
(Gv 19:23-24)
Arrivò ad Argenteuil all’inizio del IX secolo, donata dall’imperatrice Irene di Costantinopoli a Carlo Magno, il quale la affidò al
monastero locale di cui sua figlia Teodrade era priora. Nascosta durante le invasioni vichinghe nell’856, fu ritrovata nel XII
secolo. Durante la Rivoluzione Francese venne tagliata in più pezzi per salvarla e successivamente ricomposta
Analisi scientifiche:
“lettura” della tunica emerge un identikit genetico straordinario «poiché ci indica con certezza l’origine etnica dell’uomo
suppliziato che l’ha indossata. Innanzitutto, il cromosoma Y trovato sulla reliquia appartiene all’aplogruppo (una serie di
mutazioni presenti in un cromosoma) “J2”. Ora, questo aplogruppo pende fortemente verso un’origine mediorientale ed è
del tutto compatibile con un’origine ebraica per l’Uomo della tunica: ancora oggi, il 40% degli ebrei di sesso maschile, sia
sefarditi che aschenaziti, condivide l’aplogruppo “J”, e tra il 19% e il 25% il “J2”. Ancora più sorprendente, studiando preziosi
campioni della tunica di Argenteuil, il professor Lucotte ha dimostrato che l’uomo era un portatore sano della febbre
mediterranea familiare, che colpisce ancora oggi le popolazioni che vivono intorno al Mediterraneo. »
Non è commovente, pensare che Cristo, la seconda persona della Trinità, portasse nel suo sangue una malattia tipica del suo
popolo? Non è anche questo, per chi crede e conosce i fondamenti della nostra Redenzione, un segno biologico della sua
opera spirituale di salvezza? Si è fatto carico davvero della nostra umanità, ne ha condivisi tutti i tratti, escluso il peccato,
lasciando che penetrasse nel suo stesso sangue, con uno dei suoi frutti più tipici, la malattia.
55E sul sangue dell’uomo che portava quella tunica, cosa si può dire?
Anche su questo la scienza ha tanto da mostrarci: le copiose tracce rilevate e analizzate sulla tunica confermano che si tratta
di sangue del gruppo AB, L’identificazione del sangue di gruppo AB e i successivi studi genetici e biochimici sulla veste
francese sono stati guidati principalmente dall’équipe del genetista e biochimico francese Gérard Lucotte (i cui lavori,
condotti in tempi più recenti, hanno studiato anche i globuli rossi degradati e le tracce di DNA semitico presenti sul tessuto).
lo stesso della Sindone, del sudario di Oviedo e dei miracoli eucaristici, per esempio, di Lanciano e di Tixtla. Le ricerche
portano tutte allo stesso Uomo, dunque.
Motivo di meraviglia è la considerazione delle caratteristiche di questo gruppo sanguigno così come le prudenti ipotesi che fa
lo stesso dottor Serafini:
«Il gruppo AB è un sangue raro (5% della popolazione mondiale), ed era molto presente in Palestina 2.000 anni fa. È anche
l’unico, tra i vari gruppi sanguigni (A, B, O e AB), i cui componenti paterni e materni sono per definizione diversi e
reciprocamente esclusivi. In altre parole, il gruppo AB indica una doppia eredità distinta: se il padre è del gruppo B, la madre
sarà del gruppo A, o viceversa. Non si potrebbe vedere, nel caso di un sangue di Cristo di tipo AB, il riflesso delle sue due
nature, umana e divina? Ma qui tocchiamo il mistero dell’Incarnazione, che resta insondabile da un punto di vista
scientifico…»
Un’altra caratteristica del gruppo AB è che non può donare il sangue ma lo può ricevere da tutti gli altri, A, B, O:
«vi vedo la metafora del sangue di Cristo che accoglie tutti gli altri sangue e li lava. Possiamo leggervi anche il riferimento al
sangue dei martiri che Gesù riceve per completare la sua Passione consumata sul Golgota.»
Un’altra cosa che forse si può notare è che AB è l’unico donatore universale di plasma, quella componente del sangue che
serve per produrre medicinali salvavita. Anche questa potrebbe essere una traccia biologica di ciò che Cristo compie in
ordine alla nostra salvezza e che si realizza quando il suo costato viene trafitto lasciando uscire acqua (il plasma) e sangue (i
globuli rossi).
La “reliquia più santa del mondo” come la definì Luigi XIII ha vissuto diverse peripezie da quando i soldati se la giocarono a
sorte, come riferisce san Giovanni nel suo Vangelo. Secondo la tradizione fu recuperata dai discepoli. Di lei si hanno tracce
nel 591 quando venne ritrovata a Jaffa e portata a Gerusalemme. Dopo varie vicissitudini (tra cui il saccheggio persiano),
giunse a Costantinopoli. Verso l’801, l’imperatrice Irene di Costantinopoli la offrì in dono a Carlomagno dopo la sua
incoronazione nel Natale dell’anno 800, nella speranza di una riunificazione degli Imperi d’Oriente e d’Occidente. Il primo
imperatore del Sacro Romano Impero la donò poi a sua figlia Teodorada, badessa del monastero di Argenteuil, dove si trova
tutt’ora e dove continua a lasciarsi “leggere”, come racconta l’abate del monastero, come libro aperto sulla Passione e a
suscitare conversioni, confessioni e anche frutti di guarigione fisica e liberazione spirituale.
LO STUDIO DELLA STOFFA
(è di origine orientale) e del suo colore (è colorata con un coloro rosso, chiamato anche la «porpora del povero»); La tunica è
in lana fine, tessuta d’un solo pezzo senza alcuna cucitura. La tecnica di filatura e torsione del filato a “Z” è compatibile con i
metodi di manifattura impiegati in Medio Oriente nel I secolo d.C delle macchie di sangue (che corrispondono a quella della
Sindone) e dei globuli rossi (che presentano una forma anomala, sia sferica che appiattita, indice di una sofferenza cellulare
intensa provocata da un’anemia e da una disidratazione, e che si sono svuotati dalla loro emoglobina); del gruppo sanguigno
(gruppo Ab) e del Dna (maschile, la cui formula cromosomica corrisponde a quella di un uomo semita non arabo); della
presenza di cristalli di urea (componente importante del sudore); della presenza di piattole (dovute alla sua ultima notte che
ha trascorso in carcere); dei pollini (di cui alcuni provengono dal Medio Oriente e due dalla Palestina biblica) I micro-residui
di polline estratti dalle fibre hanno rivelato la presenza di specie vegetali endemiche della Palestina, tra cui tracce di Tamarix
(una specie di pistacchio selvatico) che non cresce spontaneamente in Europa e di altre polveri (alcune delle quali rinvenute
identiche sulla Sindone)… Ovviamente, è stato anche fatto lo studio con il radiocarbonio 14. Ma come la Sindone di Torino,
ha avuto esattamente le stesse problematiche… Per esempio, nel 2003, uno studio col Carbonio 14 su un primo campione di
questa Tunica di Argenteuil ha fissato una data tra il 530 e il 650 d.C. con una data media del 590 e con una percentuale di
sicurezza del 95,4 %; poi, su un secondo campione, analizzato in un altro laboratorio, la data indicata era tra il 670 e l’880
d.C. con una data media del 775 e la stessa probabilità di sicurezza. Così possiamo constatare che la stessa metodica usata
sullo stesso campione ma in laboratori diversi, ha fornito una differenza nella datazione di ben 200 anni! Questi esami al C14
sono dunque contraddetti da alcuni dati storici e da altri scientifici: se il tessuto è del 530 e 650 d.C. o del 670 e 880 d.C.
– https://le-cep.org/articles/erreur-datation-tunique-argenteuil?utm_source=chatgpt.com
56– https://linceul.org/cielt/RILT-No-32-avril-2009.pdf?utm_source=chatgpt.com
– https://books.google.com/books/about/La_Sainte_Tunique_d_Argenteuil_face_à_l.html?hl=en&id=dro6DwAAQ
BAJ&output=html_text&utm_source
I TRE TELI DELLA PASSIONE: STESSA PERSONA?
• Morfologia della flagellazione e della Croce: Sulla Tunica di Argenteuil sono impresse circa 9 macro-aree di macchie di
sangue provocate da traumi intensi. Quando i ricercatori hanno sovrapposto geometricamente la mappa delle ferite della
Tunica con l’immagine dorsale e frontale della Sindone di Torino, hanno riscontrato una coincidenza quasi millimetrica.
• La ferita del costato: intervista a Sánchez Hermosilla:
E’ la stessa ferita? Dagli studi più recenti si direbbe di sì: le tracce ematiche del “colpo di lancia” riscontrate e studiate sul “Sudario di Oviedo” sarebbero compatibili con i segni rimasti sulla Sindone di Torino. è il
risultato più vistoso della ricerca compiuta da Alfonso Sánchez Hermosilla, anatomopatologo dell’Istituto di medicina legale dell’Università Cattolica di Murcia, e presentata di recente anche all’Università Pontificia Regina
Apostolorum di Roma, dove è attivo il primo corso accademico di studi sindonologici. «Nel Sudario di Oviedo appare una macchia di sangue cadaverico con un cerchio attorno cagionato da un altro fluido cadaverico
compatibile con liquido pleurico e pericardico.
Questa macchia può essere stata provocata solo attraverso una ferita aperta nel torace. Questa macchia, morfologicamente, è simile a quella provocata dalla ferita presente sul costato destro della Sindone di Torino. Lo
studio anatomico e antropometrico della macchia oggetto di studio nel Sudario di Oviedo individua la ferita che l’ha causato nella zona posteriore del quarto spazio intercostale destro, tenendo come limite inferiore la
quinta costola, come limite superiore la quarta costola, come limite mediale (o interno) la colonna vertebrale, e come limite esterno il bordo interno della scapola destra». È uno “scenario” del tutto compatibile con
quanto si riscontra sul Telo custodito nel Duomo di Torino; ed è compatibile, anche, con il testo del Vangelo di Giovanni là dove descrive gli ultimi momenti di vita di Gesù sulla croce.
L’analisi medico-legale effettuata indica anche la ferita inferta dal colpo di lancia come compatibile con la posizione di un corpo crocifisso per la presenza di sangue cadaverico, per l’angolatura della ferita stessa. Le
corrispondenze fra i due Teli riguardano inoltre le caratteristiche morfologiche, il tipo di sangue, del gruppo AB (elemento questo già studiato in precedenza); e analoga è la posizione della ferita – orizzontale, e non
verticale – così come si riscontra in Oviedo e nell’immagine della Sindone. Gian Maria Zaccone, direttore del Centro internazionale di sindonologia di Torino, commenta così lo sviluppo della ricerca: «Il Sudario di Oviedo
compare alla ribalta della storia nell’XI-XII secolo, quando viene censito tra le reliquie dell’antica Arca conservata nella Cámara Santa di Oviedo, cappella costruita al-È l’interno del Palazzo Reale, poi inglobata nella gotica
Cattedrale del Salvatore, che divenne una meta essenziale nel pellegrinaggio medievale, rivale della stessa Compostela. Di qui iniziava il primo “camino per san Giacomo” e fu persino coniato il detto: “Chi va a Santiago e
non al Salvatore, visita il servo e non il Signore”.
• La postura del corpo: Le deformazioni e lo sgocciolamento del sangue in tutte e tre le reliquie sono compatibili solo con
una figura che ha subito i traumi in posizione verticale (tipica della crocifissione).
2. Compatibilità biologica (Il Sangue)
• Gruppo Sanguigno: Le analisi ematologiche eseguite in modo indipendente sui tre reperti hanno identificato tracce di
sangue appartenenti allo stesso identico e raro gruppo sanguigno: AB.
• Fattori di stress e DNA: Il sangue estratto rivela un’altissima concentrazione di urea e creatinina, indicativa di un corpo
sottoposto a massiccio stress fisico, disidratazione e violenti traumi prima del decesso.
Sono state riportate tracce di:
* sangue;
* siero;
* fibrina;
* altri fluidi.
Analisi dei Pollini (Palinologia)
Le tre reliquie condividono una “firma geografica” microscopica comune. Sui tessuti sono stati repertati pollini di piante
caratteristiche della Palestina e dell’area di Gerusalemme (come il Tamarix o il Pistacia palestina), confermando che tutti e
tre gli oggetti hanno soggiornato o sono originari della medesima area geografica mediorientale prima di disperdersi lungo i
rispettivi percorsi storici
imiti di individualizzazione: Il gruppo AB, pur essendo il più raro nella popolazione mondiale (circa il 5%), non è
individualizzante in senso stretto (non identifica un singolo individuo specifico, ma milioni di persone). Tuttavia, la
coincidenza tra i diversi reperti ematici è considerata dagli studiosi un forte indizio di correlazione
Stato reale: Parziale compatibilità medico-forense. Non esiste una firma proteica “esclusiva”, ma i fluidi presentano
costanti biologiche coerenti: la presenza di componenti ematiche reali (emoglobina, albumina) e, nel caso del Sudario di
Oviedo, una massiccia concentrazione di liquido da edema polmonare misto a sangue, compatibile con la morte per asfissia
da crocifissione.
La morfologia e la mappatura delle macchie di sangue sul Sudario di Oviedo (che copriva il volto) combaciano
perfettamente in oltre 70 punti con la disposizione spaziale e i lineamenti anatomici (come la lunghezza del naso di circa 8
cm) riscontrabili sulla Sindone di Torino.




